Sulle colline di Napoli si è sempre coltivata la vite. I vigneti ancora plasmano meravigliosi paesaggi urbani

di Vittorio The Figurehead Guerrazzi – Foto Michele Stefanile

C’è un elemento paesaggistico onnipresente nelle tele che raffigurano Napoli nei secoli: un dettaglio discreto, silente, per lo più oscurato dall’abbagliante bellezza della città Partenope. Parlo di uva e di vigna…

Sulla sommità della dolce collina del Vomero, nella parte destra della tela Chiaia da Pizzofalcone di Gaspar Van Wittel, domina la massiccia figura di Castel Sant’Elmo, con l’antistante Certosa di San Martino. Fuori dai bastioni, lungo il crinale della collina, una natura lussureggiante.
La mano dell’uomo plasma la natura, e nascono così terrazzamenti di terreni sciolti e natura vulcanica, così come tutto l’areale partenopeo, che affonda la sue radici più nelle matrici Flegree che in quelle piroclastiche Vesuviane; habitat naturale per la messa a dimora della vite, che nella città di Napoli non è mai mancata, fin da quando i Greci ne portarono i primi tralci, approdando su queste coste e fondando la città dedicata alla triste, omonima sirena.
Quel verde lussureggiante sulla collina del Vomero è rimasto virtualmente inalterato negli ultimi sei secoli, capace di resistere alle brutali aggressioni di una cementificazione che nulla vorrebbe risparmiare.
Grazie all’opera mecenatesca di Giuseppe Morra, gallerista e imprenditore, appassionato d’arte e di poesia, nel 1988 sono stati rilevati questi 7 ettari di natura nel cuore della città, per strapparli all’incuria del tempo e della noncuranza.
Terreno vocato alla coltivazione della vite, certo, ma forse non sono tanti quelli che sanno che Napoli è la seconda città europea per ettari vitati urbani (circa 450 contro i 700 di Vienna, la cui messa a dimora è però molto più recente e figlia di un progetto ben preciso).

Vigne urbane a San Martino

Vigne urbane a San Martino sulla collina del Vomero

Per dare una dimensione del fenomeno, l’intero areale del pregiato Fiano di Avellino, ad oggi considerato tra i 2 o 3 migliori bianchi autoctoni del suolo italico, si assesta sugli 800 ettari complessivi.
E ancora… per confronto, a Parigi (capitale della nazione generalmente riconosciuta a livello mondiale come prima stella nella produzione di vini di qualità) di ettari vitati ce ne sono appena 2, sulle pendenze dell’unica collina realmente disponibile, quella di Montmartre: impiantato per volere dei cittadini nel 1933, il Clos de Montmartre (pochi filari di Pinot Noir e Gamay ) è teatro, nel mese di ottobre, della Fête des Vendanges de Montmartre che coinvolge un grande pubblico, che sente questa vigna come parte integrante del proprio quartiere e la vendemmia rappresenta un vero e proprio rito.

La vite a Napoli ha origini decisamente più ancestrali, e la Vigna di San Martino, come dicevamo, al netto  dei reimpianti che si sono succeduti, ha almeno 6 secoli.
Ma il valore delle vigne partenopee non è puramente paesaggistico: diversi sono i produttori che hanno investito nel sostegno a questi piccoli gioielli incastonati nel cemento, e da cui vengono prodotti vini realmente disponibili sul mercato, pur in quantità a volte estremamente ridotte, data l’estensione media della singola vigna, almeno per quello che riguarda gli impianti entro le ‘mura’ della città.
Cantine Federiciane Monteleone ad esempio, produce l’unico spumante da vigne metropolitane, il Flegreo, a base di Falanghina, con vigne collocate sulla collina dei Camaldoli (circa a 400 mslm).
A Posillipo, Salvatore Varriale dell’omonima cantina conduce 2 ettari degli storici vitigni locali, il Piedirosso (più conosciuto come Per’ e Palummo, per il tipico rachide di colore rosso) e la Falanghina, per ottenere vini spendibili su tutta quella che è la cucina tipica della tradizione campana, che è possibile degustare presso le sale del ristorante di famiglia. Non così insolito l’abbinamento del Piedirosso, vinificato in maniera estremamente delicata, quasi da rosato, sui piatti di pesce del golfo.

Tornando sulla collina dei Camaldoli, ma sul versante sud est, in località Pietraspaccata, affacciati sul versante domizio, dove i paesaggi si fanno più radi ed aperti, l’Azienda Agricola Quaranta è una realtà numericamente già più significativa, che ha voluto legare in maniera indissolubile la propria vocazione enoica all’immagine della città, creando il brand Le Vigne di Parthenope, con cui promuovere la forte identità cittadina. La matrice del suolo è sempre quella particolarmente sciolta dei Campi Flegrei, soggetta da un lato a facili smottamenti in occasione di piogge abbondanti (con la comprensibile difficoltà nella gestione quotidiana del vigneto), dall’altro lato a fornire un habitat particolarmente ostico all’attecchimento della fillossera (parassita che ha quasi distrutto il vigneto europeo a cavallo tra ‘800 e ‘900), permettendo un massiccio uso di viti a piede franco, che conservano così un atavico profilo organolettico, ormai quasi dimenticato.
Spostandosi nella vicina Agnano, a ridosso del vulcano spento degli Astroni, storica riserva di caccia Federiciana, troviamo le realtà di Raffaele Moccia (Azienda Agricola Agnanum) e Gerardo Verrazzaro (Cantine Astroni) che investono con caparbio impegno sui vitigni autoctoni e che sempre più vengono ripagati dal consenso di critica e pubblico, ritenendo (giustamente) i Campi Flegrei come una delle attuali frontiere dell’enologia campana di eccellente qualità.

Chiaia da Pizzofalcone, Gaspar Van Wittel

Chiaia da Pizzofalcone, Gaspar Van Wittel, Museo Palazzo Zevallos, Napoli – foto Simona Mandato

Ma poi, come sono i vini generati da vigne metropolitane? C’è un quid che li possa differenziare da analoghe produzioni rurali? Perché impelagarsi alla ricerca di questi prodotti di nicchia, virtualmente assenti anche nelle enoteche più fornite?
In pratica al momento non è possibile tracciare una iperbole attendibile in merito ad eventuali profili organolettici esclusivi di questa tipologia di produzione, essendone di fatto la quantità del tutto residuale.
Resta senz’altro l’alto valore storico, tradizionale, culturale e morale di un elemento, la vigna, che in teoria ha sempre accompagnato realtà esclusivamente contatine, ma che nella città di Napoli sembra essere intrecciato a doppio filo con l’umanità che ne ha attraversato i secoli.

La resilienza di una identità rurale, a dispetto dell’aggressione pratica e mediatica della contemporary economy rappresenta quel valore aggiunto mentale che di fatto oggi non è scindibile dall’aspetto più squisitamente edonistico.
E poi, volete mettere l’impagabile ed etereo piacere di allontanarsi, con pochi passi, dal trambusto e delirio urbano quotidiano per perdersi tra filari, terreni, profumi, silenzi, dimensioni e sensazioni del tutto senza tempo?

 

Questo vino ce lo beviamo su….

Un’antica veduta che mi emoziona….