La mostra “SplendOri: il lusso negli ornamenti di Ercolano” fa strabuzzare gli occhi….

di Laura Vigilante Rivieccio – foto Simona Mandato

 

I circa 300 scheletri rinvenuti nei primi anni ’80 su quella che fu la spiaggia dell’antica Ercolano, addossati gli uni sugli altri nelle rimesse delle barche dei pescatori, continuano a impressionare e a intrigare archeologi, storici e turisti. Tanti di loro avevano portato con sé gli averi più cari, accumulati con industriosità o attraverso transazioni finanziarie nel giro di chissà quanti anni, a memoria dei momenti rilevanti della loro esistenza e significativi della loro identità. Tutto il mondo prezioso dei 4.000 ercolanesi era minacciato da una nube di forma e dimensioni inusitate, elevatasi dal Vesuvio nell’agosto o nell’ottobre del 79 d.C. Gli dèi stessi sembravano esibire così la propria ira.

Alcuni scheletri rinvenuti nelle rimesse per barche dell’antica Ercolano

Chi erano questi cittadini di Ercolano? In che condizioni e con quali speranze erano convenuti sulla spiaggia? La furia del mare era veramente promessa di salvezza? Confidavano nell’aiuto della flotta romana comandata da Plinio il Vecchio? Alcuni di loro sopravvissero all’eruzione?

Imprigionati in una coltre di fango vulcanico alta come un palazzo di nove piani, riconosciuti con difficoltà ed estratti dalla roccia durissima con pazienza e perizia, i tesori degli abitanti di Ercolano mi parlano oggi di una vita che profuma di lusso, interrotta da una tragedia immane. Dal dicembre 2018 gli ori e gli oggetti preziosi, rinvenuti sulla spiaggia e nelle case degli ercolanesi, sono esposti nella mostra “SplendOri”, allestita nell’Antiquarium che si affaccia sulle rovine della città antica. Ci consentono di ricomporre come in un puzzle le storie a cui sono legati e di riscrivere ancora una volta la Storia del golfo di Napoli nel I secolo, porta dell’Impero romano. Scopriamola insieme!

Strumenti da chirirgo antichi e il loro astuccio, tutto in bronzo

Il quadro che ne viene fuori è di una cittadina piccola ma opulenta e operosa, dove si consumavano e producevano ricchezze, a giudicare ad esempio dal rinvenimento della cassetta del chirurgo, con gli specilli e la pietra per affilare gli strumenti, del portalucerne e della statuina in lavorazione nella bottega del plumbarius (fabbro) e degli attrezzi del gemmarius, gioielliere e – scopriamo – anche orefice, viste le diverse gemme semilavorate ritrovate insieme ai prodotti finiti.

Una matrona romana non avrebbe osato uscire di casa senza indossare i suoi gioielli, segno distintivo della sua classe sociale e quindi status symbol. A un antico romano bastava un’occhiata per comprendere l’estrazione sociale del suo interlocutore. Forse per questo la cosiddetta “signora degli anelli” aveva infilato alle orecchie un paio di orecchini, alle braccia una doppia parure di armille e alle dita diversi anelli, prima di cercare riparo presso la spiaggia, dove trovò la morte per shock termico a causa della nube di vapori e gas ardenti che investì la città.

Bracciali e anelli in oro con gemme da Ercolano

Mera ostentazione della ricchezza acquisita? In realtà nella società romana di epoca tardo-repubblicana e imperiale vigevano regole di esibizione del lusso piuttosto precise, vale a dire anzitutto un dress code, un codice di abbigliamento abbastanza rigido. Attenersi alle regole è importante per garantire stili di vita uniformi all’interno del gruppo di appartenenza, e per gli antichi romani è fondamentale dimostrare di appartenere a uno stesso codice culturale emanato dall’Urbe, sede dell’uomo civile. Il disordine e l’inciviltà restano fuori dai codici di comportamento “urbano” e vanno combattuti.

Sarà questo il motivo per cui la signora si era presa il tempo di indossare i suoi gioielli pur con la catastrofe incombente nel panico generale? Qualcun altro aveva invece riversato velocemente il proprio tesoretto di monete in bronzo e argento in un cesto di vimini, poi sigillato in un unico gruzzolo dal materiale vulcanico e oggi esposto in una delle vetrine dell’Antiquarium. Un’altra persona aveva portato con sé una cassetta preziosa, in cui, tra gli oggetti ritrovati, c’era un piccolo pendaglio in pietra a forma di clava, un portafortuna che rimandava a Ercole, nume tutelare della cittadina.

Piede di tavolo con raffigurazione di Ercole che indossa la leonté

Nelle case degli ercolanesi non mancavano mai ornamenti o oggetti votivi che si riferissero al mitico eroe eponimo, fondatore della città. Nella mostra troviamo ad esempio un piede di tavolo in marmo africano, scolpito nelle forme di un Ercole anziano che si stringe nella leontè (la pelle del terribile leone di Nemea da lui sconfitto) come un – possente! – vecchietto nella sua coperta. E, ancora, una piccola erma coronata, vale a dire il busto in bronzo dell’eroe sorretto da un piedistallo, oggetto di culto domestico. Uno dei fuggitivi indossava un anello con una pietra di corniola su cui era inciso il “nodo di Ercole”, quello con cui il semidio legava a sé la leontè e che per gli ercolanesi era garanzia di abbondanza, fertilità e buona fortuna (considerando il fatto che il mitico eroe aveva avuto una settantina di figli…).

Guardando nelle vetrine della mostra, sono affascinata dalla varietà di materiali preziosi: gli ori degli ornamenti femminili più preziosi, i bronzi ageminati in argento di appliques e altre decorazioni di mobili, le gemme incastonate negli anelli, cristalli di rocca, i vetri soffiati di balsamari e unguentari… Colpiscono la mia attenzione due pezzi unici: una delicatissima coppetta in agata calcedonia e un unguentario, ossia un portaprofumo, a forma di colomba. Quest’ultimo era un oggetto molto particolare. La forma della colomba veniva soffiata e, prima di chiuderla, vi si versava dentro il liquido prezioso; si procedeva quindi a “pinzare” il vetro ancora morbido per sigillarlo, in modo tale che, per servirsi del profumo, si sarebbe dovuta rompere un’estremità del becco o della coda della colomba. L’oggetto ci è pervenuto spezzato dalla parte della coda, ma è un miracolo che si sia salvato… mi domando se la proprietaria avesse fatto a tempo a usarlo o lo avesse conservato per un’occasione speciale, che non sarebbe più arrivata.

Anche oggetti piccoli, di uso quotidiano, come lucerne, brocche o il colino coi forellini che disegnano motivi geometrici ci dimostrano i livelli altissimi raggiunti dall’artigianato romano e le grandi ricchezze accumulate dai liberti, vera spina dorsale della società ercolanense. Già, perché il lusso pervadeva tutti gli strati sociali. Se nella Villa dei Papiri, gigantesca villa d’otium alle porte di Ercolano appartenuta a membri della classe senatoria della capitale, il lusso e la raffinatezza dei gusti e della cultura erano presenti nella loro massima espressione, anche gli ex-schiavi liberati non mancavano di esibire la ricchezza acquisita sfoggiando arredi dai dettagli in bronzo decorati, eleganti servizi da tavola e, naturalmente, gioielli più o meno preziosi.

Strumenti per la cura della bellezza, tra cui il portaprofumo in vetro a forma di colomba

La casa romana non è semplicemente uno spazio privato, ma offre l’immagine pubblica del proprietario. Eppure nelle case più belle di Ercolano non sono stati ritrovati oggetti preziosi: erano pressoché vuote. Che i proprietari fossero riusciti a salvarsi, e gli scheletri rinvenuti sulla spiaggia siano esponenti di ceti più bassi?

Un tavolino lavorato e carbonizzato, e splendidi vetri da mensa da Ercolano

L’ipotesi dei soccorsi che riuscirono a portare in salvo almeno una parte degli abitanti di Ercolano è avvalorata da alcuni tra i reperti più interessanti ritrovati sull’antica spiaggia (che a breve saranno nuovamente esposti nelle teche della mostra SplendOri): l’uniforme e gli averi del cosiddetto “soldato”. Accanto ai resti di una barca carbonizzata, una lancia militare visibile nell’apposito padiglione accanto all’Antiquarium, fu rinvenuto lo scheletro di un uomo sui 40-45 anni. Indossava un cinturone in cuoio ricoperto di lamine d’argento cesellate, una spada e un pugnale finemente lavorati e una bisaccia con attrezzi per carpenteria. Accanto a sé aveva un gruzzolo di 12 denari d’argento e 2 d’oro (il corrispettivo dello stipendio di un pretoriano). La divisa, i dettagli decorativi, la borsa, la barca sono per l’attuale Direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, chiari indizi del fatto che si tratti di un ufficiale della flotta militare romana di stanza a Miseno: forse il faber navalis, vale a dire il geniere della flotta, inviato dall’ammiraglio Plinio il Vecchio a coordinare le operazioni di evacuazione della zona.

Possiamo allora immaginare gli Ercolanesi, in quegli ultimi tragici momenti, radunati in gruppi familiari e di amici con indosso i loro beni più preziosi sotto le arcate dei ricoveri delle barche, lo sguardo rivolto all’orizzonte in fiduciosa attesa delle scialuppe di salvataggio, che già avevano portato via i membri delle classi sociali superiori. Rispettosi delle regole di comportamento sociale. Tutto questo ci raccontano i reperti esposti per la mostra SplendOri di Ercolano: la luxuria (per i romani, il ‘lusso’) aveva pervaso ogni sfera sociale, patrizi, ex schiavi, artigiani, e perfino i militari.

Per approfondire:
F. Sirano (a cura di), SplendOri. Il lusso negli ornamenti a Ercolano, Artem, 2019