di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

Foto di copertina tratta dal film Un’ottima annata di Ridley Scott

Esistono innumerevoli occasioni per stappare un vino: un pasto goliardico con gli amici, un incontro galante o un meeting di lavoro, una coccola serale, la necessità di analizzare un prodotto, un brindisi per un evento, giusto per citarne alcuni; ogni occasione ha il suo vino ideale, questo è fuori discussione.

Eppure un vino, può essere nient’altro che una storia  d’amore.

Non appena ho messo il naso in quel bicchiere, seduto al tavolo con la produttrice, ho avuto la certezza che lei lo avrebbe amato.
Il tessuto aromatico mi ha immediatamente richiamato alla memoria quello di un nebbiolo di langa, probabilmente per la simile matrice di suolo (terreni marnosi), eppure parliamo di un nostrano aglianico.
Ne ho preso una bottiglia con l’idea di riporla in cantina: l’avrei mai aperta?
Di qui ad un anno? A 10 forse? Magari fra 50 anni sarà ancora lì, a testimoniare un vorrei ma non posso.

E invece no…

La cerimonia dello stappo si sovrappone all’attesa che separa dall’incontro.
Sfilo la bottiglia dal suo ripiano, cercando di non manipolarla eccessivamente, sento il freddo del vetro, il peso dell’oggetto, la consistenza nelle sue misurate proporzioni, piacere liquido in poco più di 30 cm;
infilo la chiave nel quadro di accensione, spie multicolori che ammiccano, lascio ronzare il motore mentre il corpo vibra con esso, prendo gli spazi, familiarità con le distanze, abbandono il porto e sono già in balia del mare;
estraggo il coltellino dal cavatappi, mi soffermo con il polpastrello sulla sua dentellatura, scalino dopo scalino dopo scalino, affilata il giusto per incidere la capsula;
accarezzo il volante seguendo le linee della strada, evitando le buche, rispettando i semafori, concedendo precedenze ed attraversamenti pedonali, lasciando il tempo scorrere;

rimuovo la capsula con un doppio taglio orizzontale nei due sensi, appena sotto il cercine, uno verticale per aprirla meglio… punto il verme al centro e scendo giù, un giro alla volta, ben accorto a non forarne il fondo;
l’ho chiamata, era quasi pronta, non scenderà particolarmente preparata, porta con se i calici, una cosetta da mangiare… si fa aspettare, l’aspetto;
aggancio la prima leva del cavatappi, avverto la solita resistenza, quasi un essere restio a venire alla luce, mi godo quel breve momento di attesa prima che la riluttanza ceda di schianto e fluidamente il tappo scorra nel collo;
assaporo il momento, l’attesa del piacere che si confonde con il piacere stesso (per citare un iconico spot che cita Lessing), sotto pelle quasi un insensato desiderio di fuggire, la sensazione di non reggere il momento;
viene via il tappo con un sospiro appena, una parola sussurrata nel cuore della notte per non disturbare il silenzio delle stelle;
i suoi occhi albeggiano dall’oscurità del portone.

Il vino si accomoda nel bicchiere, la sua veste cardinalizia non è particolarmente concentrata, ma inequivocabilmente elettrica, illuminata dal sole di un pomeriggio primaverile che gioca a nascondino tra le foglie di un limone, e quelle di un pergolato di glicine, che ancora deve fiorire.
Si muove lento nel bicchiere, ma non pesante, con un caleidoscopio di tonalità cremisi ne accarezza le pareti in vetro, sembra quasi sfiorarle, ma vi resta aggrappato, discendendo poi in pigre lacrime sulla superficie nuovamente cheta.
Un movimento ipnotico, quello delle sue mani, le dita lunghe e affusolate, fluida continuazione della sinuosa onda di braccia e spalle. C’è calma e frenesia in ogni gesto, nel modo in cui occupa gli spazi, in cui una gamba precede l’altra disegnando un passo. Ogni linea descrive un messaggio, ogni ombra che proietta sul terreno racconta un pensiero, ogni tono di voce tradisce un’emozione.
Starle vicino è sentir vibrare il tempo, tintinnare il collo della bottiglia sul bordo del bicchiere, sfiorarle il polso e percepirne il battito, il fruscio di altro vino che tocca vino, il vento che fa trillare il suoi capelli, lo spazio tra noi che è fluido ed elastico, ovattato e denso, consistente e luminoso.

Perdersi sulle tracce aromatiche del vino è impresa senza fine: è scalare una montagna troppo alta e desistere a pochi metri dalla cima per mancanza di ossigeno, è suonare una tastiera troppo estesa e non riuscire a raggiungere gli ultimi 3 tasti per cavarne un dissonante acuto, è una luce troppo fioca per riuscire a vergare con mano malferma, sul risvolto di una copertina, anche solo cinque piccole lettere.
L’uva che parla alla terra, le risposte che questa gli dà, ricamano il più delizioso ed autentico dei profumi… quello della sua pelle quando la si accarezza e riscalda lentamente, fosse anche per colpa di un lembo di sole.
La frutta piena, decisa, ricca, un floreale appena accennato, un corollario di spezie che gli viene dal tempo, che si distilla dal legno, che si proietta nell’aria; l’impeto dei profumi, l’intensità del suo sguardo che odora di cielo, la complessità degli aromi, la profondità dei suoi occhi che ruggiscono di mare, l’eleganza, la finezza, la compiutezza del bouquet… se allo sguardo si aggiunge il sorriso, ormai sono già perso.

L’assaggio è finanche troppo.
E’ un amplesso appena immaginato, temuto, a volte sognato nei minuti che precedono l’alba, con la nitidezza cristallina della memoria e la paura inespressa del desiderio.
Il primo sorso è un bacio rubato in un pomeriggio di ottobre, quando il caldo non si allenta, ma le serate rubano la luce quasi fosse una risacca.
Labbra come zucchero.
Labbra morbide di glicerina.
Labbra di acidità e tannino, che prendono possesso della bocca e si impongono come uno schiaffo, un sospiro profondo, un addio cristallizzatosi troppe volte, una risata adamantina, un urlo strozzato in gola, una rabbia repressa, una rabbia esplosa, un impeto troppo cercato, un pentimento ed un oblio.
Il liquido incede al palato, si modifica e trasforma, salinità magmatica che cede il passo ad una snella grassezza, alcolicità graffiante che demolisce il muro tannico in frammenti di sapore mordace; ne percepisci lo scorrere nelle parole dette e quelle mai confidate, le poche credute e tutte quelle ignorate, nei silenzi ininterrotti e nei bastioni di diffidenza, nella dolcezza espressa e la debolezza celata, nel ritorno e nella ricerca, nel bisogno e nell’afflato, nella mancanza e ancora e ancora e ancora…
Striscia lungo nel palato, l’acidità spinge il frutto oltre le insidie del sale, oltre il sapore delle lacrime, oltre le anse dell’alcol, oltre il drappo sugli occhi, oltre la concupiscenza del tannino, oltre i passi percorsi da solo, sullo stesso miglio di strada, a ridosso del medesimo muretto, piantato su quella panchina, nei dintorni di quei palazzi, al limitare del coloniali serrato, all’ombra di un vecchio capannone dismesso.
La chiusura è però amara.

La bottiglia finisce

Non stilla più vino

Il vetro resta privo di vita

Il tappo è perso

Una mano passa sull’etichetta per sentirne la ruvidezza al tatto

L’occhio appena si sofferma sui suoi colori pastello

Resta lì, come tutte le cose finite, consunte, consumate.

Il ricordo è però indelebile, come quella goccia purpurea caduta su una camicia che non vuoi lavar via, e che sfiori con un dito, mentre chiudi gli occhi, e ne senti l’impercettibile rilievo sotto il polpastrello.

Il ricordo
e l’amore
che non andrà più via
come una macchia di vino
su una camicia bianca