Un antico capolavoro in terracotta: la sorprendente storia della Cona dei Lani

di Francesca Guadagno

foto di Francesca Guadagno e Simona Mandato

 

Napoli, inizio 1500, piazza Mercato. Il grande slargo nei pressi delle mura cittadine è il quotidiano palcoscenico del cuore pulsante delle compravendite di una delle più popolose città d’Europa. Il cosiddetto Campo del Moricino, tristemente famoso per aver visto rotolare teste e impiccare corpi, dal giovanissimo Corradino di Svevia ai rivoluzionari della Repubblica napoletana, aveva assunto una principale funzione mercatale sin dall’età angioina.

Il portale e l’orologio di Sant’Eligio Maggiore, Napoli

Tra l’odore di salsedine di una linea di costa molto più vicina di oggi e prodotti di ogni tipo, un brulicare di venditori esponeva sui banchi le merci sin dalle prime ore della giornata, ortolani, tarallari, candelari, fruttaroli, buccieri – solo per nominarne alcune – in attesa di un frenetico e vociante popolino che tra quei tavolacci cercava l’occasione migliore. Nel 1501 furono i buccieri, ossia i macellai (dal latino “lanii”), a registrare la prima corporazione nel settore degli alimentari. Forse proprio per festeggiare questo evento e dimostrare la propria ricchezza, uomini abituati a macellare e sgozzare si fecero mecenati di una opera raffinatissima, nella cappella da loro scelta in Sant’Eligio maggiore, a ridosso della piazza. Commissionarono l’opera a Domenico Napoletano, plasticatore geniale e sofisticato che realizzò un imponente lavoro collocato in un profondo spazio articolato in una complessa architettura ritmata da colonne ed elementi orizzontali, con piani prospetticamente inclinati che accentuavano la profondità di campo. Per contenere la spesa si scelse un materiale più modesto, la terracotta, che fu poeticamente modellata e colorata in ogni dettaglio.

Scena della Natività – Cona dei Lani, Museo di San Martino, Napoli

Nasceva così, nella prima metà del 1500, la Cona dei Lani, il più grande polittico in terracotta del Rinascimento dell’Italia Meridionale. Sul fregio della cappella, a memoria della dedicazione, si leggeva Divo Ciriaco martyri laniorum.  

 “Il frammento […] è a suo modo un rudere. Partecipa a volte della sua storia di distruzione, di esistenza sotterranea, di morte e rinascita”.

Part. palme – Cona dei Lani, Museo di San Martino, Napoli

Con queste parole del critico letterario Carlo Carena si apre la sezione inaugurata pochi mesi fa al museo della Certosa di San Martino dedicata a ciò che rimane della cona, in una delle spezierie dei certosini.

Distruzione. Un violento terremoto nel 1781 scosse la città di Napoli e un successivo restauro della chiesa vide all’opera Ferdinando Fuga. Intanto della cona se ne perdono le tracce, coinvolta probabilmente nei danni dovuti all’evento tellurico, fu sottratta alla vista dei fedeli perché troppo malridotta.

Esistenza sotterranea. Tra il 1960-70 si lavora per risanare i danni della guerra, e quando tocca a Sant’Eligio (violentemente danneggiata nei bombardamenti del 1943) si fa una scoperta al di sotto del pavimento: innumerevoli pezzi di terracotta sono lì a giacere da secoli. Incredibile! Riconosciuti come superstiti di quel prezioso complesso fittile, furono rimossi e posti in custodia.

La rinascita. Ed eccoci alla storia di oggi. Custoditi fino al 1999 nei depositi di Palazzo Reale, i frammenti iniziano il nuovo millennio con una laboriosa opera di restauro. Finalmente completato si procede all’allestimento studiato sin nei minimi particolari ed accompagnato da uno studiatissimo progetto di illuminazione.

 Nella composizione spiccava quello che potremmo definire un vero e proprio presepe, una Natività che si offriva agli occhi dei fedeli tutto l’anno. Dallo stiacciato al basso e alto rilievo e fino a raggiungere forme quasi a tutto tondo, in un gioco di luci e ombre che assicurava una corretta tridimensionalità, la Sacra Famiglia era circondata, tra frammenti rocciosi, da quinte di alberi ricchi di foglie e frutti, profezia dell’arrivo di una nuova età dell’oro. Un tenero ed originalissimo dettaglio si coglie in ciò che rimane della veste della Madonna, un cui lembo prolungato di lato forniva il giaciglio per il piccolo appena nato. Non mancavano Angeli musicanti, animali e pastori adoranti.

Una Sibilla legge dal libro degli oracoli, elemento della Cona dei Lani, Napoli

Ai lati, costruivano una cortina quasi teatrale personaggi che da lì a poco sarebbero scomparsi dalle iconografie sacre. Infatti il primo Rinascimento segna l’ultima eco di quella cultura pagana ma cristianizzata che si incarnava nelle Sibille, sfoggiate come possenti campioni dell’arrivo del Salvatore da Michelangelo proprio in quegli stessi anni. Erano sei le monumentali Sibille collocate nella cona dei lani di Sant’Eligio, insieme ad un David con la lira in braccio e i profeti. Era stato Virgilio, all’alba dell’impero romano, ad annunciare per bocca della Sibilla Cumana l’avvento di un fanciullo foriero di una nuova era e questi suoi versi, scritti nelle Bucoliche, furono interpretati da Sant’Agostino come profetici dell’avvento del Redentore (teoria confermata anche da altri teologi).

Acconciatura della Sibilla

Qui la profezia è già compiuta, chi assiste non aspetta che la sibilla di turno riveli il destino, esso è appena accaduto, fattosi bambino davanti ai suoi occhi. Queste fanciulle di presenza michelangiolesca e visi di perfezione raffaellesca si atteggiano in pose diverse ed incantevoli. Una è di spalle, ed attira subito l’attenzione la sua acconciatura composta da una treccia arrotolata sulla nuca, mentre un ciuffo portato dietro l’orecchio viene agganciato alla crocchia con un particolare fermaglio. La testa compie una torsione segnata da pieghe incise nel collo e lo sguardo si rivolge verso un puttino vispo alla sua destra, ma sembra che osservi anche noi con la coda dell’occhio. Un’altra è seduta e si rivolge a noi, la fronte è molto ampia e la veste le lascia scoperto un piede; intanto un altro ben tornito puttino le offre un libro. Elemento, quest’ultimo, ricorrente forse proprio in riferimento al loro ruolo di custodi degli oracoli contenuti tra quelle pagine. Oggi la cromia vaga tra sfumature di terracotta e piccolissime macchie di colore superstite, ma un tempo erano un’esplosione di colori, uno spettacolo che doveva essere quasi pirotecnico. Ed immagino dinanzi a tale grandezza l’osservatore del tempo, spesso poco colto, che rimaneva abbagliato, immobile ad ammirarlo; chissà quanto tempo serviva ai suoi occhi per coprire tutti i dettagli e quanto quelle figure dovevano sembrare prendere vita come lo svolgimento di un film.

Part. imperatrice Elena nella scena di San Ciriaco – Cona dei Lani

Nella predella invece si racconta del santo a cui si intitolava la cappella, San Ciriaco. Il rabbino Giuda si rifiutò di rivelare all’imperatrice Elena, madre di Costantino, il luogo in cui era sepolta la Vera Croce, informazione che rivelò giorni dopo essere stato sottoposto a varie torture. Quando avvenne il rinvenimento nel 326, Giuda decise di convertirsi al cristianesimo cambiando appunto il nome in Ciriaco. La scelta di dedicare la cappella a questo santo, in un momento storico in cui a Napoli si allontanavano gli ebrei, sembra farci intuire un preciso schieramento politico da parte dei committenti della grande cona.

E così questo suggestivo capolavoro che possiamo immaginare solo grazie alle ricostruzioni grafiche, risulta uno dei frutti più belli del Rinascimento napoletano, erede del dinamico fermento artistico durante il dominio aragonese. La collocazione a San Martino è quella più naturale, per la vocazione del museo di raccontare la storia di Napoli e per l’importante sezione presepiale con cui questi pezzi bene possono essere messi a confronto. La sala opposta è attualmente occupata dalla videoinstallazione Sibyl di William Kentridge: l’artista ci racconta la sua interpretazione del mistero del futuro e del desiderio dell’uomo di averne rivelata qualche briciola. Il dialogo tra le sibille dal XVI al XXI secolo produce una scintilla di emozioni continue che vi suggeriamo di regalarvi proprio durante il periodo di Natale quando l’atmosfera del mistero della Nascita e la conclusione di un altro anno amplificano ancora di più le sensazioni che queste arti vi sapranno dare.

 

Per approfondire:

  • Descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze divisa in XXX giornate, Achille de Lauzières, Editore Gaetano Nobile, 1855
  • “Dal cantiere della cona dei lani di Domenico Napoletano: nuovi esiti per la ricerca”, Maria Ida Catalano, in “La scultura meridionale in età moderna nei suoi rapporti con la circolazione mediterranea”, Atti del Convegno internazionale di Studi (Lecce, 9-10-11 giugno 2004), a cura di Letizia Gaeta , Mario Congedo Editore, 2007
  • Lo “Stato dell’Arte”. Le corporazioni nel Regno di Napoli dal XV al XVIII secolo, Giuseppe Rescigno in Pubblicazioni degli Archivi di Stato, saggi 113, 2016