Negli antichi orti delle domus di Pompei si è vendemmiato da poco, e anche quest’anno ne uscirà un vino superbo

di Vittorio The Figurehead Guerrazzi – foto di copertina da Archeologia voci dal passato

 

In Campania abbiamo un vino unico.

Si certo, sarebbe più che solida la considerazione che ‘ogni vino è di per sé unico’, ma qui c’è qualcosa in più.

Di cosa stiamo parlando?

Esiste una città cristallizzata nel tempo, come una eterna istantanea scattata quasi 2000 anni orsono: da questa dettagliata immagine, scopriamo con impressionante continuità usi, costumi, tradizioni, cultura, storia, quotidianità di persone che hanno calcato la terra due millenni fa.

Ai più attenti non sarà sfuggito che sto facendo riferimento alla città di Pompei, immortalata nella sua dinamica fissità dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Grappoli da affresco romano – da Archeologia voci dal passato

Naturalmente nel popolo pompeiano era largamente diffusa la coltivazione della vite e la relativa produzione di vino, come del resto in tutto l’Impero Romano, dentro e fuori i confini dell’Italia: il ritrovamento di vinaccioli carbonizzati presso diverse domus, così come quella di varie celle vinarie, ha permesso di ricostruire, attraverso l’analisi genetica, quelli che erano i vitigni più utilizzati dell’epoca.
Ma gli studi che si sono susseguiti, a partire dalla fine degli anni ‘50, hanno anche mostrato che l’allevamento della vite che si portava avanti all’interno delle mura della città era piuttosto diverso da quello che si poteva trovare all’esterno.
Se infatti fuori le mura si era soliti trovare coltivazioni con vite maritata ad alberi di alto fusto (tipica coltivazione di origine etrusca, di cui troviamo ancora oggi significative tracce nell’allevamento dell’Asprinio della piana Aversana), all’interno delle mura si prediligevano forme di allevamento più corte: dall’alberello con il sostegno o meno del palo morto, alla spalliera bassa, alla pergola.
Quello che soprattutto stupisce è il cosiddetto ‘sesto di impianto’, ovvero la distanza relativa tra le viti piantate.

Complici probabilmente gli spazi piuttosto ristretti disponibili per i vari orti che disseminavano la città, è stato verificato che il sesto d’impianto è pari a 4 piedi romani per 4 piedi romani (circa 1,20 mt x 1,20 mt): questo portava ad una densità di impianto di circa 7.000 piante per ettaro, insolitamente alta rispetto a quella che è la tradizione a noi tramandata attraverso le generazioni (max 3/5000 piante per ettaro).
Ogni orto/vigneto poi mostrava una grande regolarità, vie di accesso comode ed una logistica ben congegnata per facilitare al massimo la vendemmia ed il trasporto delle uve nei siti di vinificazione.

A tutte queste informazioni si è arrivati non solo grazie alle radici carbonizzate delle viti (che hanno permesso di risalire alle distanze tra ceppo e ceppo), ma anche attraverso i buchi dove venivano collocati i pali di castagno che facevano da supporto all’impianto.
Un sesto di impianto così fitto è tipico di una viticoltura moderna, che spinge più sulla qualità che sulla quantità, limitando lo spazio a disposizione per ogni vite, che quindi sarà portata a produrre meno, ma uva di maggior pregio: un concetto che evidentemente non doveva sfuggire ai viticoltori dell’epoca… ma non basta.

Canali di deflusso e drenaggio per le acque piovane impedivano i ristagni d’acqua, che normalmente finiscono per infiacchire l’uva: tutti questi elementi messi insieme sembrano spingerci verso la considerazione che, all’interno degli orti di proprietà delle innumerevoli domus trovate, si propendesse verso una viticoltura ad alta specializzazione, votata alla produzione di vino di qualità.
Sebbene il miglior vino provenisse sempre dall’Ager Falernum, come abbiamo già detto, sembra evidente che chi possedeva un orto adibito a vite, cercasse di ottenere comunque un risultato sopra la media.
Complice forse la composizione dei terreni, così simili (di matrice vulcanica) a quelli ai piedi del vulcano di Roccamonfina? O magari degli spazi risicati che portavano a scelte quasi obbligate?

Fatto sta che questa concomitanza di fattori ha stimolato la curiosità della Sovrintendenza Archeologica, che nel 1996 decide di affidare alla Famiglia Mastroberardino, senza dubbio la più storica e rappresentativa famiglia di viticoltori campani, il progetto di ridar vita al vigneto di Pompei, cercando di ricalcare nella maniera più fedele possibile la tradizione storica della città. Un vino a cui si è voluto dare il nome di Villa dei Misteri.
Un progetto con una valenza storico-culturale di assoluto rilievo, ma con aspetti scientifici non trascurabili: lo studio infatti voleva prendere in considerazione l’evoluzione e la specificità delle varie forme di allevamento della vite, il tutto calato su un terroir così particolare come quello interno alle domus pompeiane.

Si realizza così un campo sperimentale in corrispondenza del vigneto di Eusino, una piccola unità produttiva di circa duecento metri quadrati, situata sulla Via di Castricio, dove si realizza una collezione ampelografica di otto varietà tipiche della Campania. Alla luce dei risultati di microvinificazione delle uve storiche scelte, si opta per la messa a dimora delle sole uve rosse, nello specifico Piedirosso e Sciascinoso, che nella primavera dell’anno 2000 andranno a comporre 4 vigneti tutt’ora esistenti, e collocati nelle Regio I e II, che già evidenziavano la presenza di vigneti e che si sviluppavano nell’area intorno all’anfiteatro.

Sono nati così i 4 vigneti della Casa della Nave Europa, dell’Osteria del Gladiatore, del Foro Boario, della Casa del Triclinio Estivo, per una superficie complessiva di circa 1 ettaro (10.070 mq per la precisione).
La prima annata di produzione è la 2001, e vede la produzione di sole 1.721 bottiglie, le prime 6 donate al Capo dello Stato Ciampi, le altre andate all’asta per sovvenzionare il restauro della cella vinaria presente nel sito del Foro Boario, un piccolo edificio con 10 dolia interrati, i grandi contenitori in terracotta dove avveniva il processo di vinificazione.

Per questa e le 10 annate successive, la composizione del blend è stata la medesima, ovvero 90% Piedirosso e 10% Sciascinoso. La vinificazione prevedeva una raccolta delle uve piuttosto tardiva (normalmente l’ultima decade di ottobre, a seconda degli andamenti climatici dell’annata), una lavorazione che non solo prediligeva naturalmente le basse rese (parliamo di circa 40 quintali per ettaro, quando una produzione qualitativa media si assesta sugli 80) ma anche lunghe macerazioni, concentrazioni, 12 mesi di sosta in botti piccole di rovere francese e poi altri 60 mesi di sosta in bottiglia.

Il risultato era un vino opulento e sontuoso, largamente aperto su accezioni rotonde ed avvolgenti, calde ed accoglienti, in cui la frutta matura ed in confettura si sposava naturalmente con suggestioni speziate e legnose improntate alle dolcezza. Un approccio di beva piuttosto in voga e ricercato sul finire degli anni ‘90… oggi decisamente meno.

Modelli di allevamento della vite descritti da Plinio e Columella. 1. Alberata (arbustum italicum): i tralci di vite poggiavano su olmi o pioppi. 2. Vite “maritata” (arbustum gallicum): i tralci venivano fatti inerpicare lungo il tronco di alberi poco frondosi, di solito aceri o salici. 3. Vite compluviata (jugatio compluviata): i tralci erano legati a pali disposti come il tetto delle case (compluvium), aperto al centro. 4. Viti ad “alberello” (vites suberectae): non necessitavano di alcun sostegno. Gli altri due, visibili nel plastico della Casa di Octavius Quartio, sono la pergola o vitis camerata. 5. Giogo semplice o vites jugatae. 6. Jugatis directa – Foto da La Storia viva

Nel 2009 vengono individuati altri 10 piccoli siti di specifico interesse, dove si decide di impiantare altrettanti nuovi vigneti: questa volta si predilige il vitigno Aglianico, che si ritiene più adatto alle sperimentazioni con potature molto corte come quelle realizzate con allevamento ad alberello; i nuovi siti portano la superfice vitata a complessivi 1,5ha.
Cambia così anche il blend, che dalla vendemmia 2011 prevede anche la presenza dell’aglianico, destinato a dare più nerbo, ossatura ed ampio respiro alla maturazione del vino, pur essendo molto diverso da quello a cui ci ha abituato in areale irpino. Le percentuali ora vedono un 40% di Aglianico, altrettanto di Piedirosso ed un 20% di Sciascinoso.

Grazie all’Aglianico il vino guadagna in spinta acida e struttura tannica, levigata comunque dalla lunga sosta prima di arrivare sul mercato, ma decisamente più imponente e stratificata: il vino sacrifica quindi parte della sua avvolgenza, il tutto però a vantaggio di una longevità sicuramente più gratificante.
Quasi superfluo dire che la bottiglia si veste in etichetta dei rossi intensi e delle delicate figure che illuminano gli interni della Villa dei Misteri.

Un vino iconico, unico al di là delle sue specificità, figlio di un tempo senza tempo, dove la vite ha fatto da ponte per scavalcare ed unire oltre 20 secoli di storia.