Il trionfo tutto da scoprire del tardogotico nascosto nel cuore antico di Napoli

testo e foto di Francesca Guadagno

Un piccolissimo e prezioso esempio di scultura quattrocentesca si nasconde nel cuore di Napoli, in un angolino facilmente raggiungibile, ma probabilmente sconosciuto ai più. Che arriviate uscendo dall’ingresso laterale della chiesa di San Giovanni Maggiore, che abbiate percorso via Banchi Nuovi o infine arriviate direttamente da via Mezzocannone, l’effetto sorpresa è sempre lo stesso. Il largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, su cui insiste palazzo Giusso, oggi tra le sedi dell’Istituto Orientale di Napoli, accoglie un insospettabile trionfo di scultura di richiamo tardo gotico di cui nella nostra città esistono pochissimi esempi. Siamo di fronte alla cappella Pappacoda, attualmente anch’essa di proprietà dell’Orientale.

La Cappella Pappacoda in un angolo di largo San Giovanni Maggiore

La cappella di San Giovanni fu commissionata nel 1415 da Artusio Pappacoda, nobile del seggio di Porto e personaggio molto vicino alla corte dei Durazzo; l’ambiente di pianta quadrata fu sin da subito decorato con affreschi che narravano la vita  e le rivelazioni di San Giovanni evangelista poi persi nei secoli successivi. Quel che rimane a ricordare la ricchezza della famiglia è l’esterno impreziosito da un grandioso portale marmoreo, quasi sproporzionato per dimensioni e opulenza rispetto al tutto.

Per lungo tempo l’attribuzione è stata incerta o completamente assente, infatti solo nella metà del 1700 Bernardo De Dominici, autore di un fondamentale testo per la conoscenza di opere ed artisti, Vite de pittori, scultori ed architetti napoletani, nomina uno scultore già noto per la sua collaborazione ai lavori per il portale del Duomo di Napoli: l’abate Antonio Baboccio da Piperno. L’ipotesi fu confermata anche nel secolo successivo ne l’Indice degli artefici delle arti minori e maggiori di Napoli di Gaetano Filangieri, e oggi la critica è d’accordo in tale attribuzione.

Quel che sorprende nell’atteggiamento degli esperti rispetto a questo portale, indubbiamente stupefacente rispetto a quello che in genere si trova a Napoli, è la valutazione spesso negativa  della qualità dell’opera, opinione ad oggi completamente ribaltata per la vivacità e l’originalità del complesso scultoreo.

Originario di Piperno, comune della provincia di Latina oggi noto come Priverno, a quel tempo appartenente allo Stato Pontificio, Antonio (1351-1435) ha respirato sin da giovane l’atmosfera culturale del dominio angioino per la vicinanza geografica con i confini del regno di Napoli. In pochi anni si sposta in tutta la penisola, lavora ed assorbe le influenze nordiche che si respirano a Milano e Bologna, opera a Roma e finanche in Sicilia. Porta questo ricco bagaglio culturale a Napoli dove ritorna dopo molti anni per una importantissima commissione: il cardinale Enrico Minutolo lo vuole per sculture per la cattedrale. Si troverà a smuovere uno stagnante clima culturale, decisamente appiattito rispetto agli anni dei primi re angioini, com’era ormai travolto dalle lotte tra i due rami della dinastia per la successione al trono, quello angioino e il durazzesco. Come afferma Raffaello Causa, il Baboccio porterà a Napoli “una violenta carica di passionalità umana, nel suo patetismo grottesco, nutrito di cadenze espressionistiche”.

Sia nel suo intervento del portale del Duomo, nei sepolcri a lui commissionati dai Durazzo (in Santa Chiara, San Lorenzo e nel Duomo di Salerno), ed infine nella cappella in oggetto, il sessantenne artista porta esperienze di gotico fiammeggiante che il sud dell’Italia tra 1300 e 1400 recepisce solo marginalmente.

Nel portale della cappella l’artista non si fa spaventare dal poco spazio a disposizione, e piega anzi questo “problema” a suo piacimento creando una vera e propria architettura scolpita.

Il portale di Baboccio da Piperno di cappella Pappacoda

I personaggi fondamentali della religione cattolica sono tutti presenti, si parte dall’architrave con Gesù Bambino tra gli Evangelisti con i loro simboli separati da piccoli alberelli; su di esso si apre un arco acuto in cui trovano posto tre figure: la Vergine col Bambino fiancheggiata da San Giovanni Battista e l’Evangelista (questi due scomparsi) poggiano su un dado che raccoglie l’iscrizione relativa alla fondazione. Nel centro della volta un Cristo a mezzo busto sporge quasi a tutto tondo mentre tiene davanti a sé un libro aperto affiancato da quattro Angeli per lato. La parte più carica è il timpano con al centro un profondo oculo che accoglie il Cristo benedicente adorato da due gruppi di angeli suonatori disposti in basso ai lati dello stemma durazzesco. Nella cornice architettonica corrono le colonnine che salgono ai lati del portale tra le cui sculture sopravvivono solo gli angeli sommitali.

Rispetto alle opere precedenti del Baboccio la decorazione si fa più abbondante e dinamica, come nel motivo ai lati della cuspide, quasi una esuberante fiammata di foglie e pampini d’uva, vegetazione che torna in ogni spazio lasciato libero dalle figure. Oppure nell’accelerazione dei ritmi lineari favorita dalle spezzature nelle pieghe di alcune vesti; ed infine nel gioco chiaroscurale all’interno dell’oculo del Cristo benedicente. L’insieme appare frutto di uno studio meditato, piuttosto che l’esito di una idea confusa e inorganica come accusato dai detrattori.

Il portale del duomo di Napoli, di Baboccio da Piperno

E’ un crescendo voluto che aumenta fin nelle ali spalancate degli angeli che invadono la parte superiore dei pinnacoli. Tutto si conclude con l’Arcangelo Michele con il braccio sollevato, che nella simile raffigurazione del Duomo napoletano, sempre di mano del Baboccio, portava invece alla spalla, come se tra i due tempi si fosse svolta quella battaglia che ora consacra l’angelo vincitore. Il volto segnato da un caratteristico ghigno, si piega verso il basso a ricevere onori oppure a rivolgere il suo sguardo protettore a chiunque entri nella cappella.

Tutti i particolari sono frutto dello spiccato virtuosismo di un artista che si mostra a 65 anni di età capace di condurre il tutto in una barocca unità, in un linguaggio che legge bene la voglia di esibizionismo – certo anche personale – del suo committente. In contrasto con il nascente Rinascimento, con il suo ordine e la sua misura, il portale Pappacoda mostra tutto il suo fascino, di una scultura che definirei quasi rumorosa.

Questa descrizione deve suggerirvi il modo di percepire correttamente questo edificio: un’esplosione. Leggetelo dal basso verso l’altro, non permettete che le piccole dimensioni della struttura vi diano messaggi di inferiorità dell’opera. Potreste addirittura sentire il fruscio delle ali degli angeli, il cadere di qualche chicco d’uva dai bordi della cuspide, il concerto suonato dai personaggi nel timpano (suggestivo spaccato degli strumenti musicali del 1400), una musica che arriverà ad un crescendo nel mentre i vostri occhi percorrono le sculture fino all’arcangelo. Insomma come un buon vino, sorseggiatelo lentamente per assaporare le prime gocce, poi godete appieno del sapore ricco e soddisfacente.

 

Per approfondire:

  • Causa Raffaello, contributi alla conoscenza della scultura del ‘300, in “Sculture lignee della Campania” catalogo della mostra, Napoli 1950
  • Cirillo Mastrocinque Adelaide, Cultura e mode nordiche nell’opera di Antonio Baboccio da Piperno, in “Napoli Nobilissima” 1969
  • Morisani Ottavio, Studi sul Baboccio, in “Cronache di archeologia e storia dell’arte”, IV, 1965; V, 1966