Vincenzo Gemito

Napoli dedica una retrospettiva ad uno dei suoi figli più geniali dell’Ottocento

 

Testo e foto di Simona Mandato

Cos’hanno in comune le due sculture di Vincenzo Gemito Il giocatore e Carlo V? A guardarle, sembrano realizzate da due artisti differenti. E in qualche modo è così. Entrambe sono esposte fino al 15 novembre 2020 al Museo di Capodimonte a Napoli nella mostra Gemito, dalla scultura al disegno. Sono nate in due momenti completamente diversi della vita e della carriera del celebre scultore napoletano, determinando ciascuna l’avvio di una fase del suo percorso di artista e di uomo. E finalmente Napoli tributa i giusti onori all’artista suo figlio con questa retrospettiva.

Il giocatore, gesso, Vincenzo Gemito

Il giocatore, gesso, Vincenzo Gemito

Il giovane giocatore di carte è la prima vera opera di un Gemito adolescente (1869), allievo di Stanislao Lista, ma che aveva lasciato l’Accademia di Belle Arti per la sua insofferenza alle regole. E’ un autoritratto – e anche un riferimento autobiografico – nelle vesti di uno scugnizzo coetaneo, in un momento di riflessione del gioco delle carte: una delle tante giovani vite condotte al margine e in costante pericolo sul limite della perdizione. L’opera fu infatti presentata ad una competizione a Napoli con il titolo Il vizio! E subito fu acquistata da re Vittorio Emanuele per Capodimonte.

La seconda è l’opera dell’artista che a trentaquattro anni, nel 1886, è già ampiamente affermato, al punto che il re Umberto I gli commissiona una delle statue che dovranno riempire le nicchie della facciata di Palazzo Reale a Napoli. Questo incarico procurò a Gemito tanta agitazione per un tema e una tecnica a lui poco congeniali. Lui così addentro ai ritratti di personaggi popolari, o di quelli celebri ma a lui conosciuti – come gli artisti Giovanni Boldini o Giuseppe Verdi – in cui lo scultore napoletano riusciva a cogliere un istante di repentino cambio di espressione, un improvviso affondare in pensieri densi. Gemito era capace di penetrare nelle anime e renderle materia artistica. Come poteva appassionarlo un soggetto storico e ufficiale come il Carlo V?

Pescatore, Vincenzo Gemito, bronzo

Pescatore, Vincenzo Gemito, bronzo

 

In aggiunta, non era il marmo la materia che Gemito amava plasmare, nella quale non trovava la possibilità di affondare le proprie mani come, invece, nell’argilla, per trasferirvi tutto il pathos. La creta poi, si trasformava in bronzo nella sua fonderia a Mergellina.

Così l’artista sprofondò in una crisi da cui non uscì neanche quando il Carlo V  fu terminato. Il cesellatore che dal modello in bronzo originale aveva trasferito l’opera in marmo, ne aveva modificato la postura della mano, quel dito puntato nel gesto di comando dell’imperatore che conosciamo dal Palazzo di Piazza Plebiscito. Le urla di ira e disperazione procurarono a Gemito un ricovero in ospedale psichiatrico.

Il giocatore era stato l’inizio di una folgorante carriera, il Carlo V ne rappresentò una netta cesura. Tra l’uno e l’altro vi furono anni di innovativa e prolifica produzione, che passa per il celebre Pescatore del 1877 (qui nella copia donata al Museo di Capodimonte, l’originale è al Bargello a Firenze), opera che gli consegnò grandi onori al Salon di Parigi, ma anche accuse da una parte della critica francese di eccessivo realismo. In ogni caso il Pescatore aveva rappresentato il suo balzo in avanti come artista, e una rottura rispetto all’idea romantica con cui gli artisti del Grand Tour avevano rappresentato i pescatori napoletani. A tal proposito mi torna in mente un dipinto che mi aveva sorpreso nel Museo delle Belle Arti di Quimper, in Bretagna, di cui inserisco qui una foto. Il suo nuovo modo ebbe non poca influenza sugli esiti successivi della scultura italiana (v. ad es. Il birichino di Medardo Rosso) ed europea. La mostra Gemito, dalla scultura al disegno espone, infatti, una scultura di Degas (dal parigino Musée d’Orsay), uno Studio di nudo per la piccola danzatrice di quattordici anni, in cui è evidente l’influenza (oltre quarant’anni più tardi!) degli scugnizzi presi dalle strade di Napoli e ritratti da Vincenzo Gemito, in un tempo che stava tra gli angeli di Caravaggio e gli Sciuscià di De Sica.

Constantin Prevost, Marinai napoletani che si tatuano, 1833, Musée des beaux-arts, Quimper

Constantin Prevost, Marinai napoletani che si tatuano, 1833, Musée des beaux-arts, Quimper

Il naturalismo dello scultore napoletano risulta fortemente pittorico, pregno di studi chiaroscurali e delle pennellate dei suoi amici pittori, in primis Francesco Paolo Michetti.

Eppure nel corso del suo giovanile e fondamentale periodo parigino, Gemito non andò a vedere gli Impressionisti, né lo scultore Auguste Rodin. Gemito si fermò, invece, all’incontro con Ernest Meissonier, pittore storico ufficiale e decorato, che lo ospitò durante il suo soggiorno nella capitale francese. E proprio in questo, forse, fu il limite di quell’esperienza che, invece, avrebbe potuto proiettarlo artisticamente oltre.

Così probabilmente, all’origine della profonda crisi artistica che colpì Vincenzo Gemito a partire dalla tormentata elaborazione del suo Carlo V, dev’essere stato l’aver compreso. L’aver intuito di essersi fermato e limitato nella sua arte, pur così moderna e passionale, e non aver invece, osato spingersi oltre, in uno scambio con i colleghi più intrepidi del suo tempo. Magari fu per una dolorosa scoperta di questo tipo, che Gemito decise di espiare il proprio errore “quasi volontariamente troncando la propria carriera”: è l’ardita, ma non inverosimile intuizione del critico d’arte G.C. Argan. Dopo il Carlo V, lo scultore cominciò, infatti, un lunghissimo ritiro, fatto di crisi psichiatriche, studio matto e lavoro al chiuso della sua casa in via Tasso a Napoli, affiancato dalla sua seconda, adorata moglie Anna Cutolo, Nannina.

Carlo V, Vincenzo Gemito, modello in bronzo

Carlo V, Vincenzo Gemito, modello in bronzo

Se quei pescatori, giocatori e pastorelli che avevano animato la prima parte della sua carriera artistica provenivano da un sofferto vissuto di infante “esposto” alla ruota del monastero dell’Annunziata nei pressi di piazza Mercato a Napoli; se quegli scugnizzi erano stati tanto reali nella resa naturalistica della sua scultura proprio perché erano una trasposizione, forse terapeutica, della sua triste esperienza di vita, dal ventennio di esilio domestico volontario Vincenzo Gemito uscì nel 1909 profondamente cambiato, sia come uomo che come artista.

Ed è anche questa parte della sua opera che la mostra di Capodimonte cerca di studiare, mettendo in risalto non solo il suo lavoro scultoreo, ma anche quello di fine disegnatore, tecnica cui Gemito si dedicò molto durante la sua clausura. Un mezzo espressivo che gli consentiva di indagare nuove soluzioni e soprattutto di aprirsi al secolo che si affacciava.

Una mole importante di opere grafiche di Gemito, acquisite dal Museo di Capodimonte negli ultimi anni grazie agli eredi del suo ammiratore e collezionista Achille Minozzi, viene esposta nella mostra e aiuta ad indagare anche questo suo secondo periodo artistico.

Autoritratto con Mathilde Duffaud, Vincenzo Gemito

Autoritratto con Mathilde Duffaud, Vincenzo Gemito

E così, accanto ai bei ritratti provenienti dal Philadelphia Museum of Art, sono le numerose matite, gli inchiostri e le sanguigne. Intensissimo è l’Autoritratto con Mathilde Duffaud, ascrivibile al 1879, periodo a cui risalgono numerosi ritratti della sua prima e amatissima moglie, deceduta nel 1881. Una forte carica espressiva caratterizza entrambi i volti, lei quasi sullo sfondo, e lui in primo piano con braccio teso a disegnare, un selfie di fine Ottocento.

Ritratto di giovane donna, Vincenzo Gemito

Ritratto di giovane donna, Vincenzo Gemito

Quella carica si fece più tragica attraverso il dolore per la prima vedovanza, la crisi artistica per il Carlo V, e infine quello dovuto all’instabilità psichica. Esemplare è uno degli innumerevoli ritratti della seconda moglie Anna, (anche lei persa tragicamente), una matita su carta datata 1909. La pittoricità di Gemito emerge qui come nelle sue sculture, grazie ad un forte uso del chiaroscuro. Così come intenso per la carica espressiva risulta il Ritratto di giovane donna.

Dal 1909 Gemito tornò a studiare, come già da giovanissimo, le sculture provenienti dagli scavi di Ercolano e Pompei, presenti nel Museo Nazionale (oggi MANN), e cominciò a rendere omaggio al Rinascimento fiorentino che pure dalla classicità traeva energia. Il classico rifugio nel classico, si potrebbe dire.

Sylvain Bellenger, direttore del Museo di Capodimonte e ideatore della mostra, azzarda un accostamento dell’ultimo Gemito alle Secessioni di Vienna e Monaco, e quasi un’anticipazione della pittura metafisica italiana, come aveva ipotizzato anche Argan.

Di certo, il Gemito dell’ultimo ventennio è un artista che ha scartato ciò che era pittoresco o aneddoto della quotidianità. E che, avendo approfondito la scultura classica, se ne nutre, in un terapeutico volgere al riparo di immortali certezze. Le stesse sue figure di un tempo assumono, nelle sue nuove elaborazioni, una composizione più equilibrata, con un deciso richiamo all’arte di fine scultore e cesellatore di Benvenuto Cellini. Come ad esempio l’ultima versione di acquaiolo che Gemito realizza, che assume una posa più composta rispetto al suo giovanile venditore di acqua “suffregna” (sulfurea), eppure risulta così elaborata, con il delfino che gli solca le gambe, la conchiglia e la testa femminile nella vasca.

Busto di Anna, e sullo sfondo Ritratto di Anna Gemito, Vincenzo Gemito

Busto di Anna, e sullo sfondo Ritratto di Anna Gemito, Vincenzo Gemito

MOLTEPLICI PROVENIENZE DEI PEZZI IN MOSTRA
Tra i pezzi vanto della mostra di Capodimonte, opere da cui emerge il personale classicismo dell’ultimo Gemito, v’è uno splendido Medaglione con la testa di Medusa in argento dorato, dal Getty Museum di Los Angeles; il medaglione in bronzo con testa di Alessandro Magno del 1923, e la Coppa nuziale in argento raffigurante La Flora, frutto del mecenatismo di cinque imprenditori napoletani.

La sorgente, Vincenzo Gemito, bronzo

La sorgente, Vincenzo Gemito, bronzo

La mostra offre dunque un’interessante e completa retrospettiva e, in parte, rilettura di Vincenzo Gemito, che ha fatto seguito ad un’altra di grande successo tenutasi l’anno scorso al Petit Palais di Parigi. Il valore della mostra deriva dall’esposizione di numerosissime opere, provenienti dalle collezioni dei principali musei napoletani, Capodimonte in testa (che include la collezione del mecenate napoletano Achille Minozzi, acquisita nel 2013), Palazzo Zevallos, Certosa di San Martino, Castel Sant’Elmo, MANN, Gallerie dell’Accademia di Belle Arti, ma anche la GNAM di Roma, da quelle internazionali già citate e da diverse collezioni private. Un’esposizione che rende degno omaggio allo scultore dell’animo napoletano.

Medaglione di Alessandro, Vincenzo Gemito, bronzo

Medaglione di Alessandro, Vincenzo Gemito, bronzo

Gemito, dalla scultura al disegno

A cura di Jean-Loup Champion, Maria Tamajo Contarini e Carmine Romano

Museo e Real Bosco di Capodimonte – Via Miano 2, Napoli

Dal 10 settembre al 15 novembre 2021

Per approfondire:

  • Gemito, dalla scultura al disegno, Catalogo della mostra, a cura di Jean-Loup Champion, Milano, Mondadori Electa, 2020
  • Gemito oltre Di Giacomo, prefazione di G.C: Argan, in «Gemito», Salvatore Di Giacomo, ristampa a cura de Il Mattino, Napoli, 1988
  • Capolavori dalle collezioni d’arte del Banco di Napoli, a cura di Nicola Spinosa, Napoli, Guida Editori, 1989

Beviamoci su…..

Il vino da degustare…. alla mostra su Vincenzo Gemito