testo e foto di Simona Mandato

Ben 40 anni sono passati da quando la terra tremò tra Campania e Basilicata, fece crollare come castelli di carta interi paesi dell’Irpinia e del Salernitano, scuotendo gli animi nel raggio di molti chilometri. Quel 23 novembre del 1980 è rimasto un momento indelebile nella memoria di tutti quelli che l’hanno vissuto, e ne sono sopravvissuti.

Richard Long, Vesuvius circle, 1984

Anche a Napoli fu avvertito con forza. All’epoca la città già stava vivendo un momento di difficile uscita da ancor più difficili anni di colera, chiusure di fabbriche – in primis l’Italsider di Bagnoli – e poi contestazioni, scioperi. Eppure quegli stessi anni producevano grande fermento culturale a Napoli, nella musica (Pino Daniele e i suoi, Roberto De Simone), nel teatro (Enzo Moscato, Leopoldo Mastelloni, Mario Martone) e nelle arti figurative.

Uno dei poli intorno ai quali ruotava la produzione artistica in città erano, fin dagli anni ’60, Lucio Amelio e la sua galleria Modern Art Agency, con sede dal ’70 a piazza dei Martiri. E fu lo stesso Amelio ad incitare anche Lia Rumma a fare altrettanto, che nel ’71 inaugurò il suo Studio d’Arte (oggi semplicemente Lia Rumma) sulla scia dell’esperienza al fianco di suo marito Marcello; seguirono lo stesso esempio Peppe Morra (Studio Morra) e Pasquale Trisorio (Studio Trisorio). Anche a Napoli si sviluppava così, il fenomeno dei galleristi che si fanno portavoce delle nuove tendenze in campo artistico, che cercano e scovano in giro per la città, l’Italia e il mondo gli alfieri dei nuovi linguaggi e messaggi dell’arte, così come già accadeva da tempo a Parigi, New York, Milano. E nel loro agire stimolano incontri e scambi tra artisti, ne sollecitano lavori, incidendo così di fatto sulla produzione artistica. Si sostituiscono in quella funzione che un tempo era stata della Chiesa e dei committenti aristocratici di Michelangelo, Caravaggio, Velasquez.

Cy Twombly, Senza titolo, 1984

Lucio Amelio era stato il primissimo. Grazie a lui, Napoli ha conosciuto le opere di artisti internazionali, giovani o già affermati: Cy Twombly, Robert Rauschenberg, Sol Le Witt. Ma il legame più forte è stato certamente quello con il tedesco Joseph Beuys, per il quale Amelio nutriva un amore viscerale: «Ha saputo indicarmi che l’arte non è decorazione». In seguito, l’incontro con Andy Warhol, e a marzo 1980 quello tra quest’ultimo e Beuys, voluto proprio dal gallerista napoletano. Ed anche tra i due fu subito un colpo di fulmine artistico: un accostamento quanto mai impensabile fra loro che erano, o sembravano, gli opposti. In realtà, due facce di una stessa medaglia.

A novembre dello stesso anno, a scuotere Napoli e la Campania (in realtà l’Italia, e anche l’Europa) venne quel terremoto. Lucio Amelio sollecitò tutti gli artisti dell’entourage della sua galleria a produrre delle opere ispirate a questo evento, a dare espressione alle implicazioni emotive e i significati filosofici, sociali, psicologici.

Joseph Beuys, Terremoto in Palazzo (foto da Goethe.de)

Beuys e Warhol furono tra i primi a rispondere alla sua chiamata alle armi. Beuys, che negli anni già aveva prodotto a e per Napoli numerosissime opere (Scala Napoletana, Ich glaube, Palazzo Regale), si cimentò con Terremoto in Palazzo: una mostra e una performance, con cui diede l’impostazione a quello che si sarebbe trasformato nel più importante progetto artistico di Lucio Amelio: Terrae Motus.

Sullo stesso filo del discorso artistico di Beuys, Lucio Amelio fu convinto assertore di una funzione etica dell’arte che consente, con la forza delle idee e delle emozioni scatenate, di cambiare la realtà sociale. E che la funzione etica debba costituirne sempre la ragion d’essere. Una «bomba ad orologeria» dev’essere l’opera d’arte nel salotto di chi l’ha acquistata, sosteneva Amelio, pronta a deflagrare nella mente di chi la guardasse, scoprendone ogni giorno di più il significato profondo. Perché una «esigenza profonda di rinnovamento e di giustizia dell’uomo è necessaria all’arte, che non è decoro, né abbellimento».

Che differenza c’è, quindi, tra una bomba ad orologeria ed un terremoto? L’evento sismico svolge quella stessa funzione di scuotere, creare fratture, determinare cambiamenti irreversibili. E così Terrae Motus rappresentò una fenditura nell’esperienza di Lucio Amelio e in quella dell’arte in Italia.

L’opera offerta da Beuys per questo progetto, Terremoto in palazzo,  fu una tavola di campagna in equilibrio instabile su barattoli di vetro, pronti a rotolare e ad infrangersi su sollecitazione di una minima scossa tellurica (o d’altra natura!), lasciando cadere il tavolo che vi era poggiato; e con esso l’uovo posto in equilibrio sul tavolo. E poi, a terra, cocci di vetro, sintomi di qualcosa che è già andato in frantumi, simbolo della nostra fragilità, sì, ma anche e forse soprattutto, delle nostre certezze. Che spesso sono fragili, eppure non riusciamo a rendercene conto. Come non accostare un discorso del genere con la sensazione che proviamo in questi mesi noi tutti, il mondo intero, di fronte all’esperienza che ci ha imposto la pandemia? Nel quarantesimo anniversario del terremoto dell’Irpinia, un terremoto che percosse tutto il globo, l’umanità….

L’opera originale di Andy Warhol, serigrafia in tre colori

L’opera più celebre della collezione Terrae Motus è certamente quella creata da Andy Warhol. Tre tele giganti, tre serigrafie in bianco e nero, nero, e bianco tratte dalla prima pagina del giornale Il Mattino di Napoli all’indomani del 23 novembre 1980. FATE PRESTO! era un urlo disperato ai soccorsi che tardavano ad arrivare, mentre tremila persone morivano sotto le macerie e la neve. Come tutto ciò che Warhol produceva, non mancò di diventare – come si direbbe oggi – iconica. In questo caso si tratta davvero di qualcosa di fortemente impattante. Un altrettanto celebre scatto del fotografo napoletano Fabio Donato immortalò Lucio Amelio davanti all’opera dell’artista newyorkese, in uno sguardo come a condividere quell’urlo e la tragedia della faglia apertasi negli animi. Una copia di quel ritratto è tra le opere esposte nel sottopassaggio della stazione Museo della Metro 1 di Napoli.

Nino Longobardo, Senza titolo, 1983

Nino Longobardi, dapprima assistente di Lucio Amelio, e poi da lui ispirato a dar espressione alla sua arte, ebbe la prima intuizione della forza energetica scatenata dall’evento sismico, e anche del titolo di un’opera che è un invito a svegliarsi per una società che attende un cambiamento. La sua opera Terrae Motus, quattro tele bianche su cui figure umane calpestano dei teschi giganti, fa parte della collezione permanente del Museo Madre di Napoli. A Caserta sono invece dei suoi nuotatori disperati, un’iconografia tipica dell’artista: qui li si può leggere come dei sopravvissuti alla catastrofe nell’angosciante tentativo di tornare a galla fra teschi urlanti, Senza titolo, 1983.

Subito dopo di lui, Beuys e Warhol, tantissimi altri artisti risposero all’invito di Lucio Amelio. Seguirono Mimmo Paladino, Ernesto Tatafiore, Cy Twombly, e man mano si aggiunsero Miquel Barcelò, Alighiero Boetti, Boltanski, Cragg, Cucchi, Keith Haring, Fabro, Gilardi, Gilbert & George, Richard Long, Kiefer, Kounellis, Mapplethorpe, Merz, Ontani, Paolini, Pistoletto, Rauschenberg, Gerhard Richter e moltissimi altri. Settantadue opere.

Michelangelo Pistoletto, Annunciazione Terrae Motus, 1962-84

La raccolta divenne una mostra con annessa una serie di performances, anch’esse entrate a far parte della storia dell’arte contemporanea. La prima fu a Boston, più tardi a Villa Campolieto ad Ercolano, poi a Parigi e alla Biennale Venezia. Tra 2014 e 2015 il Museo Madre di Napoli dedicò al geniale gallerista una retrospettiva che gli ha reso tutti gli onori. Ma già il regista Mario Martone, sempre così attento ai legami di Napoli con tutto quanto sia cultura e arte, gli dedicò un documentario, girato nel 1993, un anno prima della sua morte.

Oggi i lavori di Terrae Motus e la Fondazione Amelio hanno dimora nella Reggia di Caserta. A lungo hanno stentato a trovare una sistemazione idonea, nascosti nelle retrostanze, in quelli che un tempo erano gli ambienti di servizio. La nuova direttrice del palazzo borbonico, Tiziana Maffei, sta approfittando di questo lungo periodo di chiusura imposta dalle misure anti-covid per restaurare diversi ambienti reali, e per dare una nuova collocazione a questa importantissima raccolta. Finalmente saranno le sale principali del percorso museale ad ospitare una collezione che ha costituito una pietra miliare nello sviluppo dell’arte contemporanea in Italia. Ci e vi auguriamo di poter presto ammirare la nuova esposizione.

Per approfondire:

Fondazione Amelio, Terrae Motus alla Reggia di Caserta, Electa Napoli e Guida Editori, Napoli, 1992

A. Trimarco, Napoli – un racconto d’arte – 1954/2000, Editori Riuniti, Roma, 2002

AA.VV., Andrea Viliani (a cura di), Lucio Amelio, Electa, Napoli, 2016

Il film di Mario Martone su Lucio Amelio, Beuys e Terrae Motus: https://www.youtube.com/watch?v=FfpSC1QYEuQ

Una video-intervista della direttrice della Reggia di Caserta Tiziana Maffei su Terrae Motus e il suo prossimo allestimento: https://www.reggiadicaserta.beniculturali.it/terrae-motus-40-anni/

 

Beviamoci su…

Il vino da degustare….davanti alla mostra Terrae Motus