I ‘Tirannicidi’ del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN)

testo e foto di Laura Vigilante Rivieccio

“Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia […]”. Così recita la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea nel suo preambolo.

Le due statue dei Tirannicidi al Museo Archeologico di Napoli (MANN)

Il viaggio di oggi ci conduce da Napoli alla fucina di quel patrimonio: l’antica Atene, culla della civiltà Occidentale e prima forma di governo democratico attestato nella Storia. Torneremo a quella fase in cui i princìpi cardine dell’etica civile si andavano delineando e concretizzando, per scoprirne i retroscena e le icone.

Un binomio di corpi muscolosi e slanciati, protesi all’attacco, coglie quasi di sorpresa i visitatori del MANN, che passeggiano lungo l’ambulacro che circonda il giardino, negli spazi dedicati alla collezione Farnese. Scolpiti nel marmo nel II sec. d.C., sono una copia romana di uno dei più celebri e simbolici gruppi statuari, ormai perduti, del mondo greco: quello di Armodio e Aristogitone, i due ateniesi che alla fine del VI sec. a.C. assursero a difensori della libertà e martiri della patria.

Nudi, a esemplificare sommi valori etici ed estetici degli antichi greci, l’uno con barba e clamide (mantello corto e leggero) panneggiata sul braccio teso in avanti, l’altro imberbe e con un braccio sollevato, brandiscono un pugnale in ciascuna mano (le cui lame sono purtroppo andate perse). Si muovono all’unisono, quasi a passo di danza, e nella stessa direzione: una perfetta rappresentazione della concordia quale parametro fondamentale dell’agire politico. Il braccio di Aristogitone, il più anziano dei due, raffigurato con la barba, fa da scudo ad Armodio, pronto a sferrare un colpo mortale.

Si trattò per i Greci delle prime statue “iconiche” (nel senso originario del termine, cioè raffigurative di persone reali) della storia, erette a spese della città-stato; un monumento privo di una funzione religiosa ed esposto non presso una tomba o un santuario ma nell’agorà, ossia nel centro della vita politica, al bivio della strada che conduceva all’acropoli. Chi erano e cosa fecero Armodio e Aristogitone, per aver meritato l’immortalità ed essere pressoché divinizzati, nel loro “nudo eroico”?

Il volto di Armodio, il più giovane dei tirannicidi ateniesi – MANN

Nel 534 a.C. Pisistrato, dopo due tentativi falliti e altrettanti esìli, riesce con l’aiuto di un esercito mercenario a impossessarsi del potere politico e a mettere i suoi uomini nelle posizioni chiave. Bisogna ammettere che, a giudicare dalle fonti greche, il tiranno non snaturò il quadro istituzionale ateniese, rispettò la legislazione soloniana e anzi garantì una ventina d’anni di stabilità in una città sconquassata dalle lotte tra fazioni aristocratiche, andando perfino incontro ai bisogni dei contadini. Favorì in vari modi il senso di appartenenza cittadina, in una società già piuttosto cosciente di sé dal punto di vista politico, e si può dire che nella sua tirannide ci fossero le premesse della successiva democrazia.

Alla sua morte, il potere passò ai figli Ippia e Ipparco; la percezione della cittadinanza fu di un netto cambiamento in negativo. Gli ateniesi mal tolleravano il loro esercizio di potere tirannico. E qui si inserisce la vicenda dei due futuri eroi raffigurati nelle sculture del museo archeologico di Napoli.

Tra il 514 e il 513 a.C. Ipparco si infatuò di Armodio, che era l’eròmenos ossia il giovane amante di Aristogitone, maturo aristocratico (di circa 35 anni). Le relazioni di amore tra un adolescente e un adulto erano regolate da codici rituali e severe convenzioni, e avevano un’alta funzione educativa. I ragazzi venivano introdotti nel mondo degli adulti dal loro amante più anziano, al quale erano legati da uno stretto vincolo personale. Lui li istruiva nella cultura, nel senso civico, nelle varie forme dell’amore, senza mai prescindere dal senso della misura e del rispetto per l’ordine e per le regole.

Perfezione anatomica nei nudi eroici dei Tirannicidi del MANN

Le avance di Ipparco furono un affronto a questi codici culturali e Armodio non solo le rifiutò, ma ne informò il proprio amante-pedagogo. Il tiranno rispose al diniego con un’offesa ancora maggiore: accusò la sorella dell’affascinante giovinetto di non essere vergine e di non poter quindi partecipare alla cerimonia di offerta delle Panatenee (la festa religiosa più importante di Atene). Fu così che Aristogitone e Armodio organizzarono una congiura con altri concittadini per assassinare entrambi i figli di Pisistrato.

Il piano era convenuto per il giorno delle celebrazioni panatenaiche; i cospiratori nascosero coltelli nelle corone di mirto da offrire. Tuttavia, i due amanti furono messi in allarme dal saluto amichevole che uno dei congiurati rivolse a Ippia: pensando di essere stati traditi, anticiparono l’azione e riuscirono ad assassinare Ipparco. Armodio morì subito dopo, trafitto dalle guardie dei tiranni. Aristogitone fu sottoposto a tortura, e quando Ippia gli offrì la mano fingendo benevolenza e garantendogli che la stretta sarebbe bastata a salvarlo, egli la strinse e lo criticò pubblicamente per aver teso la mano all’assassino di suo fratello. Finì così ucciso da Ippia.

Armodio e Aristogitone nell’atto dell’uccisione del tiranno di Atene – MANN

La dittatura si inasprì e Ippia divenne molto impopolare, al punto che il regime fu rovesciato, con l’aiuto dell’esercito di Sparta. Era il 510 a.C. e da lì prese il via una serie di riforme istituzionali che, soprattutto grazie a Clistene, portarono alla nascita della democrazia, supportata da nuovi concetti di uguaglianza e libertà di tutti i cittadini, a prescindere dal ceto e dal censo. I due tirannicidi (o uccisori del tiranno) vennero celebrati come i fondatori ideali della nuova forma statale, mentre la rinnovata identità politica venne messa al centro del sistema di valori della città. Gli ateniesi erano anzitutto cittadini della polis e tutti gli altri valori erano subordinati al senso civico.

A simbolo di questa nuova identità culturale assursero le statue che ricordavano i liberatori della patria: le figure di Armodio e Aristogitone furono il primo dei monumenti statali di cui si ebbe una gran fioritura, a scapito delle opere d’arte a committenza privata. Le statue in bronzo dei due tirannicidi furono commissionate ad Antenore e si caricarono immediatamente di significati e valori vecchi e nuovi. I nudi maschili erano il simbolo più alto della superiorità ellenica; la coppia adulto/ragazzo osannava la forza di sprone delle relazioni omoerotiche; l’azione in cui erano impegnati erano un modello di opposizione a nuove tirannidi.

I Tirannicidi – Museo Archeologico di Napoli

L’alta valenza dei bronzi di Antenore fece sì che fossero trafugati dai Persiani durante il saccheggio del 480 a.C. (seconda guerra persiana), senza però essere fusi. Quando gli Ateniesi si riappropriarono della loro città, commissionarono ad altri due celebri artisti, Crizio e Nesiote, due nuove statue dedicate ad Armodio e Aristogitone, che furono inaugurate nel 477 a.C. E quando infine, grazie agli epigoni di Alessandro Magno, le opere di Antenore tornarono ad Atene, furono esposte accanto al nuovo gruppo statuario.

Degli originali greci non sono rimaste tracce archeologiche, ma, per la gioia dei posteri, le figure dei tirannicidi ateniesi furono replicate dagli antichi romani numerose volte. Le copie romane presenti a Napoli furono ritrovate frammentarie a villa Adriana a Tivoli e integrate delle parti mancanti nel corso dei secoli (la testa di Aristogitone, ad es., è un calco in gesso). Non si può dire con certezza se il modello fossero state le opere di Antenore o quelle di Crizio e Nesiote, ma alcune caratteristiche dello stile, come la carenza di dettagli preziosi e una certa rigidità dei piani prospettici, fanno propendere per le seconde. Di sicuro possono essere ancora un monito e un incentivo a ricordare quanto è costata la costruzione della democrazia e ad avere sempre consapevolezza di sé in quanto membri della società civile.

 

Per approfondire:

S. Settis (a cura di), I greci. Storia, cultura, arte, società. 2.II. Una storia greca. Definizione (VI-IV secolo a.C.), Einaudi, 1997.

 

Beviamoci su….

di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

Abbiamo spesso detto di come la Campania fosse la terra prediletta presso cui gli imperatori romani si approvvigionavano dei vini migliori per i loro lauti banchetti; ma invece, tra tutti, quale sarebbe il vitigno campano più ‘democratico’?

Probabilmente la risposta più corretta è la Falanghina.
Vitigno trasversale, capace di mettere d’accordo un leggero e disimpegnato pranzo a base di prodotti della costa, fino ad arrivare a lungimiranti prospettive di affinamento nel tempo, senza mai perdere la sua identità.
Tra tutte, propendiamo per la varietà clonale sannita (ben diversa da quella flegrea), sia per la grande quantità che se ne produce, che per la sua ampia diffusione sui mercati regionali limitrofi.
Suggerisco la Falanghina del Taburno di Nifo Sarrapochiello, vino immediato e schietto, orizzontale sì, ma non seduto, accomodante ma non banale, empatico senza cedere a ruffianerie.
Provate.