Nella cattedrale di Salerno mosaici medievali raccontano storie e storia

Testo e foto Simona Mandato

Sichelgaita e il figlio Ruggero, part. dal dipinto di G. De Mattia “Costantino l’Africano alla corte di Roberto il Guiscardo”, Provincia di Salerno, Salone di rappresentanza

Immaginate una principessa raffinata, colta e saggia. E poi immaginate un condottiero alto e biondo venuto dal nord, rude e analfabeta, eppure impavido e astuto in battaglia quanto ambizioso e abile in politica. Lei è Sichelgaita, l’ultima principessa della Langobardia Minor; lui è Roberto detto il Guiscardo (l’Astuto, in francese antico), al secolo Roberto d’Altavilla, proveniente dalla Normandia. Siamo alla metà dell’anno mille, e i Longobardi sono i padroni in buona parte del sud Italia (il centro-nord gliel’avevano sottratto Carlo Magno e i Franchi). Salerno è la capitale del loro principato, con tanto di reggia, quella fatta costruire dal principe Arechi II due secoli prima in città.

Il rude e ambizioso condottiero normanno prende in sposa la bella e nobile Sichelgaita per cominciare la sua scalata nella nobiltà dell’Italia del sud. Vent’anni più tardi, nel 1077 Roberto decide di forzare la mano, e di andarsi a prendere Salerno e il suo principato dalle mani del cognato, il debole Gisulfo II.

Girando per le strade di Salerno antica, trovo decine di strade e vicoletti che portano nomi impronunciabili: Guaiferio, Adelperga, Trotula, Garioponto….sono i nomi di principi e principesse,  medici e medichesse della Salerno longobarda, all’epoca detta “opulentissima” per la sua ricchezza economica e culturale, e nota in tutta Europa per la sua prestigiosissima Schola Medica.

Archi dal quadriportico del duomo di Salerno in stile arabo-normanno

Finché non arrivo ad uno slargo arioso, dove lo sguardo è inevitabilmente attratto da un imponente edificio: la cattedrale di San Matteo, costruita sull’esempio della prima basilica di San Pietro in Vaticano. Vista dall’esterno somiglia a tante altre chiese settecentesche. Ma già se mi affaccio nel suo cortile, resto colpita dall’atmosfera medievale che vi si respira, dai decori a conci bianchi e neri che richiamano lontane eco arabeggianti; e poi colonne e capitelli antichi, a comporre il porticato in un disordinato quanto armonico insieme. E’ il quadriportico in cui si dovevano fermare i catecumeni, coloro che ancora non erano stati battezzati e che si apprestavano a farlo nella Pasqua successiva. Quest’atmosfera orientale è la peculiarità dello stile detto arabo-normanno. E’ nato in quella Sicilia sottratta a oltre due secoli di dominazione araba, quando gli architetti normanni si trovarono a collaborare e ad accogliere i modi decorativi delle maestranze arabe lì presenti. Da Palermo ad Amalfi, e poi a Salerno, il passo è breve: si mettono su una nave architetti e artigiani, ed ecco trapiantata anche qui la nuova moda architettonica, che si diffonderà fin nei feudi normanni del Casertano (come nel duomo di Caserta Vecchia).

Entro nella cattedrale, e di nuovo a prevalere è una veste settecentesca, distinguibile negli stucchi: eppure, il loro asciutto candore sorprende per l’essere barocco ma in maniera… discreta! Così, grazie ad una illuminata scelta di allora di non inondare la chiesa con marmi barocchi multicolor, i mosaici medievali ancora vi si stagliano in tutto il loro fulgore.

Ciò che più di tutto colpisce all’interno della candida navata centrale sono gli amboni, il luccichio e la perfezione geometrica dei loro mosaici. Cominciamo con il chiarire che non si tratta di pulpiti, come verrebbe di chiamarli, semplicemente perché avevano una funzione diversa.

La navata centrale con gli amboni

L’“ambone” (dal greco “salire”) era in origine un luogo elevato da cui si potevano leggere e cantare i testi sacri. Spesso, come in questa splendida cattedrale, ve n’erano due, uno per la lettura delle Epistole e l’altro dei Vangeli. Dalla fine del 1100, man mano caddero in disuso poiché cominciò a prevalere la funzione del pulpito, espressamente adibito alla predica: non più la lettura, ma l’interpretazione dei testi sacri si forniva ora ai credenti…spesso poveri analfabeti.

Mosaici bizantineggianti nel reggi-cero pasquale

Gli amboni di Salerno sono davvero sorprendenti per l’eleganza dei loro decori. I mosaici che li ricoprono in forme geometriche a spirali, in uno stile di chiara ascendenza bizantina, mostrano un raffinato senso decorativo degli scultori campani dell’epoca, che certamente si ispiravano ai modi dei Cosmati, i famosissimi marmorari romani. Le tessere sono in pasta vitrea, spesso rese brillanti da una lamina d’oro. Nel reggi-cero pasquale i mosaici evolvono in geometrie sempre più complesse, fino a diventare dei labirinti.

Mi volto indietro, e nella lunetta sopra il portale d’ingresso noto un bellissimo San Matteo, e anche questo mosaico richiama in maniera palese lo stile bizantino per la posizione frontale, l’uso di tessere policrome e d’oro, e per il gesto ortodosso della benedizione con il pollice che tocca solo l’anulare. Eppure il suo volto risulta così moderno rispetto ai suoi contemporanei: un uso sfumato delle pietre gli dona plasticità, così come le pieghe dorate del suo manto aiutano a dare corpo al suo corpo.

E che dire di quell’immenso tappeto in mosaici che ricopre il pavimento del coro e del transetto? E i pannelli decorativi tutt’intorno all’antico altare? Le fasce in marmo bianco, il porfido e il verde antico sono preziosi materiali di reimpiego da templi romani trasformati in tasselli colorati, a comporre motivi estremamente vari, eppure uniti in un’organica composizione. L’evidente ispirazione cosmatesca trovò fertilissima immaginazione e gusto nelle maestranze campane che lavorarono a questo edificio nel 1100, portatori di vera capacità artistica.

Le due absidi laterali riportano ancora gli originali decori a mosaico, ma quelli più interessanti risultano essere quelli sulla parete al di sopra dell’abside centrale, sebbene molto parziali. Si vedono un angelo, simbolo di San Matteo, e un’aquila, San Giovanni Evangelista, di bellissima fattura ispirata alle chiese romane paleocristiane.

Molto di più c’è da vedere in questa meravigliosa opera che è il duomo di Salerno e nel Museo Diocesano collegato (la cripta, gli avori, l’Exultet), e l’approfondiremo con articoli futuri. Promesso.

Abbiamo lasciato lì il nostro Roberto il Guiscardo, fresco di conquista della città e dei suoi ingenti feudi. Ebbene, cosa poteva fare lui a quel punto per cercare di ingraziarsi un popolo che ai Longobardi era ancora affezionato? Certo, Sichelgaita la principessa longobarda era sua moglie, ma non bastava. Seguendo il consiglio di Alfano I, arcivescovo di Salerno, raffinato intellettuale e stratega politico, Roberto decise di edificare una nuova e più imponente cattedrale. Fu un vero e proprio dono del nuovo principe a Salerno e ai suoi cittadini.

Il caso volle che, durante la fase di scavo per le fondamenta, furono ritrovate le reliquie di San Matteo, precedentemente nascoste per evitarne il trafugamento. Ecco che la quadratura del cerchio era possibile: la cattedrale sarebbe stata dedicata nientepopodimeno che all’apostolo ed evangelista Matteo!

Il mosaico di San Matteo nella lunetta interna sopra il portale

Se ciò non fosse bastato, ci si mise anche il papa, all’epoca il terribile Gregorio VII. Sì, proprio quello del famoso incontro a Canossa (da cui il celebre detto “andare a Canossa”), dove l’imperatore Enrico IV dovette recarsi per incontrarlo, umiliandosi in una lunga attesa alle intemperie, pur di ottenere che gli levasse la scomunica. Alcuni anni dopo però, a Enrico saltarono le staffe, scese a Roma e mise la città sotto durissimo assedio. Motivo del contendere?  Le cosiddette “investiture”, ossia il papa reclamava a sé, invece che all’imperatore, il diritto di scegliere vescovi e cardinali: voleva l’indipendenza della chiesa, e in realtà anche un certo potere sull’Impero.

Chi sbrogliò la pericolosa situazione? Ma certamente l’amico Roberto il Guiscardo, che arrivato a Roma di gran lena, portò con sé il litigiosissimo papa. Era l’anno 1084. Ci si sbrigò a portare a termine la cattedrale di Salerno, e Gregorio fece in tempo a benedirla, morendo qualche mese più tardi. Quale altra chiesa che conoscete vanta le spoglie di un Evangelista e di un papa?!

 

Per approfondire:

Roberto Di Stefano, Salerno, La Cattedrale di San Matteo, 1986, 10/17 Cooperativa editrice Salerno

Antonio Braca, Il Duomo di Salerno. Architettura e culture artistiche del Medioevo e dell’età moderna, 2003, Laveglia Editore, Salerno

https://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/2011/03/27/sichelgaita-la-pallade-longobarda/

 

Beviamoci su…..

Il vino da degustare…davanti al duomo di San Matteo a Salerno