di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

Celebrare le donne il giorno dell’8 Marzo tende ad essere un filo rischioso: la possibilità di scivolare tra qualunquismi, banalità o stereotipi è praticamente dietro l’angolo in ogni momento.
In una società in cui siamo sempre più subissati di ‘paroloni inglesi’ che ci suggeriscono di riservare alla fluidità di genere la massima accortezza possibile, si fa sempre più fatica a cercare di essere neutrali, anche solo nell’uso dei pronomi.

Ma a me è fregato sempre poco del politicamente corretto, e rendere omaggio alla donna (così come all’uomo) è innanzitutto un inno alla bellezza del creato, in tutte le sue forme.
Nel celebrare una Donna del vino, il mio giudizio non può che sfociare nell’ammirazione quando mi ritrovo a parlare di Patrizia Malanga, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di sganciarsi dalla comoda ed agiata vita nel cuore della città per sporcarsi le mani nella terra, in quel lembo di paradiso che è Raito, nei pressi di Vietri, e ridare dignità ad uno sparuto numero di piazzole e terrazzamenti, dove la vite messa a dimora è una vera salvaguardia per l’erosione delle colline.

Terreni scoscesi, impervi, quasi a picco sul mare, affacciati sul golfo di Salerno, intrisi di vento e salsedine, ostici, duri da lavorare, impossibile l’uso di mezzi meccanici: si fa tutto a mano, con fatica enorme… ma Patrizia, che da circa 20 anni ci si dedica, sembra ringiovanire ogni anno che passa immersa nelle sue vigne.
Verrebbe naturale pensare alla produzione di vini bianchi, vista la costiera ed i relativi menù delle innumerevoli realtà gastronomiche che assorbirebbero senza problemi la produzione di nicchia dell’azienda.

Invece la scelta ricade su Aglianico e Piedirosso, i due vitigni che da sempre hanno concorso per la realizzazione del blend campano, e che sempre più spesso ora tendono a rispettarsi e confrontarsi.
L’azienda prende il nome di Le Vigne di Raito: nasce prima un rosso, il Ragis… e dopo qualche anno fa la sua comparsa un vino rosato, il Vitamenia, che è quello a cui vorrei dedicare la mia attenzione.

Un vino che nel tempo ha cambiato la sua anima, passando progressivamente dalla prevalenza del Piedirosso a quella dell’Aglianico, acquisendone così personalità e decisione.
Un vino decisamente poco femminile in quella che è l’accezione più ‘stereotipata’ del termine, e pertanto assolutamente perfetto per incarnare la figura di Patrizia e di ogni donna fiera, che calca la terra senza temere di sporcarsi.

C’è sostanza colorante nel bicchiere, in un atteggiamento tutt’altro che diafano e compito, un tannino tenace e ficcante, una acidità vibrante ed elettrica, una saporosità salina rustica e spontanea, in cui il corollario aromatico di piccoli frutti rossi, agrumi e fiori, cede volentieri il passo alle piene ed appaganti sensazioni tattili e boccali, materiche e franche.

Un rosato atipico, e per questo piace e mi piace spenderlo su piatti affatto banali ed anemici, certo che la sua sostanza saprà accompagnare le fresche notti costiere o le abbondanti libagioni domenicali.
Un vino che credo possa tranquillamente maturare qualche anno in bottiglia e giovarsene, arricchendo il suo quadro olfattivo di note più complesse e speziate… come le donne, che non invecchiano mai, ma si fanno solo più consapevoli e luminose.