La testimonianza dell’arte italiana in USA che non ti aspetti. Da Artecinema25

di Simona Mandato

Foto di Marco Anelli, Montse Zamorano e Javier Callejas, per gentile concessione di Magazzino Italian Art

 

Tra i film della rassegna artecinema di quest’anno – l’indimenticabile 2020! – trasmessi in streaming dal 16 al 22 ottobre, ho trovato molto interessante la storia narrata attraverso due brevi documentari su Magazzino Italian Art. Che è un bellissimo spazio museale, creato inizialmente per accogliere ed esporre la collezione privata di arte italiana dal secondo dopoguerra a oggi di Nancy Olnick e Giorgio Spanu, e ora diventato un vero e proprio museo, che fa mostre, ricerca e molto di più.

Magazzino Italian Art, l'edificio a Cold Spring NY - foto Javier Callejas

Magazzino Italian Art, l’edificio a Cold Spring NY – foto Javier Callejas

L’edificio, un’architettura essenziale ed equilibrata, due corpi di fabbrica principali perfettamente rettangolari ma diseguali, collegati da uno perpendicolare, è stato ricavato partendo da un vecchio magazzino di una fabbrica di computer. Il magazzino che si è voluto recuperare era immerso in una natura verdeggiante a Cold Spring, lungo le rive del fiume Hudson a un centinaio di kilometri da New York. L’inaugurazione risale al 2017.

Chiuso a causa del covid19, alla riapertura a luglio 2020 il giovanissimo direttore del Museo, Vittorio Calabrese, ha avuto la geniale idea di mettere a frutto il vasto materiale video raccolto per l’archivio durante la costruzione e l’allestimento del Museo. Ne sono nati dei contributi video che raccontano la storia di questo luogo dell’arte italiana in USA, visionabili sulle pagine social di Magazzino.

Luciano Fabro, Italia all’asta, 1994

Luciano Fabro, Italia all’asta, 1994 – foto Marco Anelli

Due di questi brevi film sono stati presentati ad artecinema, entrambi ad opera del regista Domenico Palma. Il primo è un’intervista a Miguel Quismondo, l’architetto spagnolo che ha ampliato e trasformato il capannone agricolo di Cold Spring in un’ambiziosa struttura. Quei 2.000 mq dovevano essere messi in grado di esprimere l’ospitalità più idonea, accogliente e nel contempo capace di valorizzare al massimo la collezione Onlick-Spanu e tutte le altre mostre temporanee di arte italiana che potranno essere qui concepite. Un compito ardito, come sa ogni progettista che si sia occupato di spazi dedicati all’arte.

Madrileno di nascita, Quismondo racconta la complessità dell’elaborazione del progetto, l’impegno concettuale e progettuale per riuscire a venire incontro alle idee e alle esigenze espositive dei committenti. All’edificio preesistente sono stati aggiunti due corpi di fabbrica, mentre l’originaria destinazione d’uso a magazzino (che, in italiano, ha dato il nome alla galleria) non poteva non incidere su talune scelte architettoniche. Come le strutture in metallo, o il cemento delle pareti, la “pelle dell’edificio”, come la definisce Quismondo. Per consentire un’illuminazione a giorno delle esposizioni, il tetto è stato realizzato interamente in vetro. Un museo che fa entrare il cielo e le stagioni e le rende parte di sé.

L'architetto Miguel Quismondo - foto Montse Zamorano

L’architetto Miguel Quismondo – foto Montse Zamorano

Ma soprattutto, Onlick e Spanu volevano che l’edificio nel suo complesso fosse in equilibrio con la ricca vegetazione intorno, che l’architettura non prendesse il sopravvento sull’ambiente circostante. In fin dei conti, desideravano lasciar vivere qui il genius loci, quell’armonica fusione tra architettura e paesaggio che aleggiava quando quel cemento era un warehouse, un magazzino, e l’attività agricola intorno. A favorire tale fusione sono pensate infatti le grandi finestre che, più che prese di luce, sono una sorta di quadri di ciò che è intorno, il verde, l’arte del creato. L’edificio doveva essere molto sobrio, da rendere l’arte la vera protagonista. Una discreta cornice che consente all’arte di parlare da sé.

Il regista De Palma racconta, in un’intervista, di aver girato tantissimo materiale durante sia la costruzione che l’allestimento del museo, materiale che ha costituito una prima parte dell’archivio video di Magazzino Italian Art. «Credo che ogni museo dovrebbe avere un suo archivio video». Questo materiale si è dimostrato, infatti, molto importante: una parte è stata utilizzata, durante la quarantena anti-covid, per montare alcuni film per il progetto “Magazzino da Casa”, due dei quali sono mostrati da Artecinema 25.

Il video è visionabile sulla pagina Facebook del museo: https://www.facebook.com/1747857952150307/videos/553525728478904

 

Giulio Paolini, Amore e Psiche, 1981 (sin); Mario Merz, Pittore in Africa (Painter in Africa), 1984 - foto Marco Anelli

Giulio Paolini, Amore e Psiche, 1981 (sin); Mario Merz, Pittore in Africa (Painter in Africa), 1984 – foto Marco Anelli

Il secondo video che ho visionato sulla piattaforma streaming di artecinema 25, e che suggerisco di vedere, si chiama Installing Magazzino, di breve durata, giusto dieci minuti. Descrive le quattro settimane di lavoro nel corso delle quali sono state installate le opere della collezione di Nancy Olnick e Giorgio Spanu, arrivate qui e scaricate dai camion in complessi imballaggi nella galleria espositiva ancora vuota. E quegli spazi candidi e intonsi come la neve che scende qui in inverno, nel video si affollano di maestranze operose che, vite dopo vite, installano le celebri opere, dando così forma e senso a quegli stessi spazi.

Jannis Kounellis, Senza titolo, 1989 - foto Marco Anelli

Jannis Kounellis, Senza titolo, 1989 – foto Marco Anelli

Si segue il lavoro e si ascoltano i dialoghi e i commenti di curatori, allestitori, restauratori, tecnici delle luci… Un archivista ha scavato tra le informazioni lasciate dagli artisti su come installare le loro opere, ma spesso non tutto è chiaro, o questo spazio ha caratteristiche diverse da quelli per cui erano state pensate. E così si apre il luogo dell’interpretazione, stimolante e creativa per tutti, archivista, maestranze, proprietari della galleria.

La collezione è certamente unica negli Stati Uniti: vi convergono lavori di artisti esclusivamente italiani, dall’Arte Povera in poi, una sorta di enciclopedia dell’arte italiana dal Secondo Dopoguerra ad oggi.

E così il film-documentario riprende l’arrivo e l’installazione di lamine di rame, neon, tubi in pvc, lastre di pietra, stoffe, sculture in gesso. Molte sono opere di esponenti dell’Arte povera, composte di materiali del quotidiano, inclusi quelli organici: è divertente assistere alla meticolosa precisione con cui gli allestitori dosano la polvere di caffè sui ripiani pensili in ferro di Kounellis. Due calchi in gesso di una scultura greca vengono posizionati in dialogo l’uno di fronte all’altro: una versione del 1988 di Mimesi, in quel lungo errare di Giulio Paolini nella sua analisi del doppio e della copia, per una riflessione sulla riproduzione dell’arte. E poi gli specchi di Pistoletto che coinvolgono l’osservatore nell’opera; il Pittore in Africa e i numeri multipli di se stessi di Fibonacci, immortalati dai neon di Mario Merz; e ancora piume, foglie di tabacco, cera, una testa di renna impagliata…. Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Gilberto Zorio, Luciano Fabro, Giovanni Anselmo. Tante opere così famose, che hanno segnato l’arte italiana degli ultimi sei, sette decenni, e ne rappresentano ancora oggi una parte imprescindibile, in un dialogo forte con l’arte contemporanea made in USA. Un dialogo che è stato spesso purtroppo unidirezionale.

Giulio Paolini, Mimesi, 1976-1988 (centro); Mario Merz, Senza titolo, 1982 - foto Marco Anelli

Giulio Paolini, Mimesi, 1976-1988 (centro); Mario Merz, Senza titolo, 1982 – foto Marco Anelli

Creare un museo e centro di ricerca così specifici negli Stati Uniti significa voler fare un’operazione di promozione di cosa è stata ed è l’arte in Italia, dagli anni ’50 ai giorni nostri. Ed è ovviamente un’operazione che intende favorire la ricerca di un dialogo in entrambe le direzioni. Perché l’Italia, per secoli epicentro dell’arte, ha ancora qualcosa da dire in termini di creatività, anche ai grandi artisti americani e internazionali. Magazzino è nato con l’intenzione di diventare un hub, un luogo di smistamento culturale. Il museo di Olnick e Spanu sta diventando, pur lontano dalla metropoli New York, luogo e calamita di una comunità che vuole incontrare l’arte made in Italy, capirla, confrontarcisi, nell’ambiente ovattato della verde valle dell’Hudson. Quella comunità sta pian piano scoprendo quanto la riflessione artistica italica sia riuscita – e più di quanto si immagini! – ad influenzare l’arte su scala internazionale, anche nei decenni recenti. Seppur attraverso quella gabbia opprimente di secolari retaggi in cui gli artisti italiani (ed europei) si trovano ad operare. E l’arte che veniva dal vento giovane e libero degli Stati Uniti ha certamente influito a sua volta nel loro percorso di affrancamento culturale, per l’elaborazione di nuove vie e nuovi linguaggi.

Anche questo Il video è visionabile sulla pagina Facebook del museo:  https://www.facebook.com/1747857952150307/videos/540444503529205

Miguel Quismondo: Magazzino  (8’)

Installing Magazzino (10’)

di Domenico Palma

Prodotti da Magazzino Italian Art Foundation

 

Per approfondire

https://www.magazzino.art/

Questi e altri video sulle installazioni e lezioni di Magazzino Italian Art su: https://www.facebook.com/magazzino/videos/?ref=page_internal

https://artecinema.com/

 

Beviamoci su….

Il vino da degustare….sul video Magazzino Italian Art