Un incontro con il Maestro Artigiano Vincenzo Canzanella

Testo e foto di Eliana Ciampi

 

Nei corridoi della sartoria teatrale Canzanella

A Napoli al sesto piano di un edificio fatiscente che dà sul chiostro della chiesa duecentesca di Sant’Eligio si nasconde un tesoro fatto di 15.000 costumi di scena. In altre città d’Europa o del mondo probabilmente li troveremmo esposti in un elegante museo, magari adiacente a un teatro, illuminato da ampie vetrate, con accattivanti banner che promuovono le mostre in corso…qui invece per trovare questo tesoro, bisogna scavare a fondo come un archeologo. Così una semplice targa sul cancello del chiostro segnala la più antica sartoria cine-teatrale e televisiva di Napoli, C.T.N. 75  e l’Associazione Artistica Culturale Museo Storico del Costume e della Moda Teatrale di Vincenzo Canzanella.

Un tempo i sartori napoletani erano famosi in tutta Europa e in particolare negli anni ’30 del ‘900 la ricercatissima sartoria napoletana aveva caratteristiche proprie che la rendevano riconoscibile nel mondo, come nel caso della “giacca napoletana”. Chiacchierare con il signor Canzanella ci ha riportato indietro a quella Napoli, al tempo degli abiti su misura e dei grandi nomi del cinema e del teatro. Davanti a me è seduta una persona che ha superato gli 80 anni, eppure è preoccupato per l’inattività della sua azienda dovuta alla pandemia come se di anni ne avesse 40. Non sembra affatto voler chiudere nel cassetto ago e filo e mentre parla del suo lavoro, nel suo sguardo leggo l’entusiasmo di chi nella vita si lascia guidare dalla passione. Una passione che non è svanita negli anni, ma si è tradotta nella consapevolezza di essere depositario di un’antica arte e di possedere oggetti dal grande potere evocativo e di valore culturale.

Alcuni dei lavori di sartoria teatrale di Canzanella

 

 

 

 

«Voglio lasciare qualcosa alla città» dice preoccupato. Pare che il Comune di Napoli abbia bisogno di riprendersi i locali a Sant’Eligio che in passato ha assegnato al CTN 75  in comodato d’uso, in virtù del valore culturale della collezione, per cui ora Vincenzo Canzanella deve trovare una nuova casa a questi 15.000 costumi. Occorre evitare che questo patrimonio si disperda tra le bancarelle dell’usato e che Napoli perda un pezzo della sua storia.

A questo scopo si sono mobilitati politici, attori napoletani, come Isa Danieli e Gianfranco Gallo, ma anche Alberto di Monaco e la Fenice di Venezia, e soprattutto tanti cittadini napoletani. Tutto ciò conforta Vincenzo Canzanella, che sembra ben sperare che una soluzione possa venire dalla Regione Campania. Ma i problemi per la sua azienda in realtà sono sorti ancor prima dello sfratto e dell’interruzione del lavoro dovuta alla chiusura dei teatri, perché l’ascensore non ha funzionato per molto tempo e ciò ha costretto alla sospensione delle attività formative per i ragazzi disabili, impossibilitati a raggiungere il sesto piano del palazzo, oltre a precludere l’accesso ai visitatori più anziani.

La sartoria si sviluppa su due livelli, la zona di realizzazione e il deposito. Al livello superiore, a causa della pandemia, il sipario è calato sulle macchine per cucire ormai da un anno. Ma, sebbene la produzione sia ferma, Davide, figlio di Vincenzo, porta avanti una delle mission dell’azienda, la formazione. Attraverso progetti di scuola-lavoro trasmette l’arte di famiglia a studenti napoletani, come nel caso dell’Istituto Isabella D’Este Caracciolo, ma anche provenienti da altre regioni. In merito alle generazioni future Vincenzo è molto positivo, dice: “ci sono persone molto volenterose”.

Macchine per cucire tristemente ferme all’atelier Canzanella

Lui il “mestiere” l’ha imparato quando era ancora giovanissimo, per necessità. Ha frequentato per un po’ l’Istituto d’Arte, poi il padre è morto ed è stato costretto a trovarsi un lavoro. Iniziò a lavorare nel 1954 per un importante atelier di Piazza dei Martiri, Maria Consiglio Fashion. Il quartiere signorile e la qualità degli abiti attirava una clientela di «principesse e contesse – dice – facevamo alta moda quando la moda era moda, e l’alta moda era alta moda». Ma dei 62 sarti che vi lavoravano (62!), solo 32 si occupavano di moda, perché gli altri 30 erano impegnati nella realizzazione dei costumi del  San Carlo e di altri teatri. Il personale era diviso, infatti, in due gruppi perché «la moda e il teatro sono due mani diverse». Così Vincenzo si ritrovò giovanissimo a lavorare agli abiti della Giovanna d’Arco di Roberto Rossellini con Ingrid Bergman al San Carlo, seguita dell’Aida con Mario del Monaco. All’opera, poi, si aggiungeva la prosa, quindi gli abiti per la Scarpettiana e poi la televisione con il Festival della Canzone Napoletana. Erano gli unici a fare teatro e televisione a Napoli. Quanta storia nei corridoi della sartoria… le pareti sono tappezzate di locandine e articoli di giornali che hanno viaggiato assieme ai costumi per andare in mostra. Infatti più volte il nostro Maestro Artigiano è stato ambasciatore nel mondo dell’eccellenza italiana.

15.000 capi cuciti rigorosamente a mano affollano i depositi di Sant’Eligio a Piazza Mercato

Ma torniamo alla sua storia. Ormai aveva appreso il mestiere, quando Maria Consiglio Picone lasciò Napoli per aprire un nuovo atelier a Siena nel 1975 e quel poco che restava qui fu sufficiente per l’apertura del CTN  75 (ossia Costumi Teatrali Napoli, 1975). Il valore della collezione è ancora più evidente se si pensa che dietro ai capi più complessi c’è fino a un mese di lavoro. Spiega Vincenzo che per i costumi di alcune epoche occorre cucire separatamente il corpino, il sottogonna a balze, la camicetta… A volte, poi, al lavoro di realizzazione occorre aggiungere l’ideazione del costume. Per le grandi produzioni il punto di partenza dei tagliatori della sartoria sono i bozzetti dei costumisti. Ma per gli spettacoli che hanno meno disponibilità economica il lavoro della sartoria teatrale inizia già dai disegni.

Vincenzo Canzanella con una sua creazione per l’Aida

Nella zona di produzione al livello superiore, macchine da cucire e rocchetti sono in una stanza, ma uffici, corridoi e altre stanze sono tutti utilizzati per esporre i capi “più famosi” con le loro didascalie, su cui si legge il nome della mostra in cui il capo è stato esposto, o il nome e l’anno dello spettacolo per cui è stato realizzato, chi lo ha ideato e chi lo ha indossato. Così i nomi di Maria Callas, Eduardo de Filippo, Monica Vitti, Patty Pravo si ritrovano legati dallo stesso filo di seta del signor Vincenzo. Mi dice: «Ora che vai al piano di sotto vedi cosa ho combinato in 67 anni di lavoro!». Nel deposito è impossibile contare gli abiti sugli stand, disposti su 3 livelli e suddivisi per tipologie. Al teatro anche gli abiti delle “masse” vanno curati nei minimi dettagli; dalle passamanerie e i plissé dei pomposi costumi settecenteschi, ai legacci delle essenziali armature in cuoio dei soldati.

Curiosando tra gli stand incontro Sara, venticinquenne laureata all’Accademia in Costume e Design, che è lì per la prova costume per un cortometraggio. Mi spiega che gli abiti del deposito possono riprendere vita con qualche piccola modifica, se noleggiati da nuove produzioni, e che questa sartoria cine-teatrale è un unicum a Napoli, e non solo. Qui si trovano costumi per ricreare tutte le epoche, anche le più recenti.

Concludo la mia chiacchierata con Vincenzo Canzanella, chiedendogli quale sia il costume che ha nel cuore più di tutti, ma per lui è difficile scegliere. Forse – dice – l’abito da sposa ottocentesco di Anna Karenina per Lea Massari». E il suo vino preferito?… Sorride e dice che non ne beve più per la glicemia, ma è contento per chi può farlo!

Per approfondire:

http://www.ctn75.com