Dopo la chiusura imposta dai decreti anti-Covid, riapre al pubblico Made in Cloister con la mostra (H)EAR di Sergio Fermariello

Testo e foto di Eliana Ciampi

 

È gennaio e fuori piove, eppure nel chiostro di Santa Caterina a Formiello il colore oro del grano e il frinire delle cicale mi catapultano nella calda giornata d’estate del  film Io non ho paura di Gabriele Salvatores. Mi avvicino alle spighe che risuonano e vibrano come mosse dal vento  e  scopro che in realtà si tratta di 6000 orecchie d’ottone in cima ad altrettanti steli dello stesso materiale. Attorno a questo “campo di grano” posto al centro del chiostro, pannelli di metallo e tele portano la firma inconfondibile di Sergio Fermariello, i suoi guerrieri muniti di lancia e scudo. Alessandra di Francesco, gallery manager della Fondazione Made in Cloister, gentilmente si offre di farmi da guida per la mostra (H)EAR dell’artista napoletano.

Ma andiamo per gradi. Innanzitutto Alessandra ci racconta la storia di questo luogo, che a mio avviso si trova in uno dei luoghi più affascinanti e sorprendenti della città. Siamo nella zona di Porta Capuana, che forse pochi napoletani conoscono e apprezzano, e dove pochi turisti arrivano. Eppure qui ogni edificio è denso di storia, e Made in Cloister si colloca nella fase più recente della storia dell’ex area conventuale di Santa Caterina a Formiello, che nell’800 si convertì in lanificio e oggi ospita la Fondazione in alcuni dei suoi spazi. Le opere di Fermariello, e in particolare il campo di grano, occupano il colonnato e lo spazio centrale del chiostro, sovrastato da una struttura lignea in restauro, un tempo utilizzata come essiccatoio della lana.

Il campo di grano di Sergio Fermariello nell’ex chiostro di Santa Caterina a Formiello a Napoli

La nostra guida ci ricorda che il progetto Made in Cloister ha inizio nel 2012, prendendo le mosse da un’idea di rigenerazione urbana dell’intero quartiere che partisse proprio dall’ex convento, deturpato da anni di abusi edilizi e cambi di destinazioni d’uso.

Infatti, il pavimento originale in piperno non c’è più, il colonnato era stato chiuso da muri – oggi abbattuti – tra le colonne, di cui una fu sostituita da un pilastro metallico. Oggi è veramente difficile immaginare che questo bellissimo spazio sia stato utilizzato addirittura come garage!

Esposizione di Sergio Fermariello negli spazi del chiostro

I pilastri della Fondazione sono arte, artigianato e design. Le opere sono sempre site-specific e dialogano non solo con lo spazio espositivo, ma anche con il quartiere e la città. Pertanto gli artisti sono invitati a trascorrere un periodo nella residenza della Fondazione, per lasciarsi ispirare dal contesto. A tal proposito l’attenzione all’arte si coniuga con l‘impegno sociale della Fondazione, che fornisce un servizio di mensa settimanale per i più bisognosi. Nella realizzazione delle opere sono coinvolti artigiani campani, soprattutto dell’area napoletana, come nel caso delle orecchie di ottone di Fermariello. Inoltre, artigiani locali e artisti collaborano nella produzione di oggetti acquistabili presso lo shop della Fondazione.

Ma torniamo alla mostra. Il titolo (H)ear è un gioco di parole, perché ear in inglese significa sia orecchio che spiga e con l’aggiunta dell’h vuol dire sentire. La mostra era in programmazione da tanto tempo – ci racconta ancora Alessandra -, ma dopo l’estate 2020 è stata inevitabilmente ripensata sulla base dei drammatici eventi che hanno sconvolto il mondo in questi mesi. Sergio Fermariello prende ispirazione da un artista a lui caro, Van Gogh, per cui identifichiamo le 6000 orecchie con l’orecchio tagliato del pittore olandese. Il suo gesto folle e disperato sono espressione di una profonda sofferenza, come quella che ha procurato la pandemia in questi mesi. Eppure il confinamento ha lasciato a molti una gran quantità di tempo da poter dedicare a se stessi e alla propria intimità.

(H)ear è un invito all’ascolto, ad ascoltare noi stessi e il mondo che ci circonda. L’allestimento stesso, fatto di suoni della natura, induce il visitatore a questo tipo di ascolto e a perdersi in questo campo di grano omaggio all’artista neerlandese.

Migliaia di guerrieri nelle opere di Fermariello a Made in Cloister

È questo il cuore pulsante dell’opera, che produce suoni e movimento, mentre i guerrieri, incisi a migliaia nelle tele che lo circondano, tacciono. È la vita artistica di Fermariello che si riflette in questa sorta di simboli rupestri, guerrieri armati di scudo e lancia che ritroviamo in tante sue opere, tra cui il Gazebo che affascina chiunque vada al Castel Sant’Elmo a godere del panorama partenopeo.

I guerrieri resi in modo grafico riproducono la parola “io” all’infinito. Sono tante individualità, ma non sono mai soli. Questa sorta di horror vacui rimanda alle grandi masse che popolano il mondo e spiegano la dimensione globale della pandemia.

Forse i soldati sono gli spettatori invitati all’ascolto, o forse coloro ai quali lo spettatore dovrebbe prestare attenzione. Accomuna i soldati e le orecchie/spighe quell’illusione ottica, per cui solo avvicinandosi si comprende da quali elementi sia composta la moltitudine. Infine, passeggio lungo il colonnato e trovo suggestivo il passaggio degli sfondi delle tele dei guerrieri dai colori freddi a quelli caldi, in riferimento ai cambiamenti climatici, dalla glaciazione al riscaldamento globale.

Montepulciano d’Abruzzo con etichette d’autore al Made in Cloister

Termino la visita dando uno sguardo allo shop, dove sono in vendita anche gioielli disegnati da Sergio Fermariello e delle bottiglie di Montepulciano d’Abruzzo della Cantina Zaccagnini, che realizza etichette a edizione limitata collaborando con gli artisti che espongono a Made in Cloister, quali Mimmo Paladino, Natee Utarit e ovviamente Sergio Fermariello…perché oltre al BELLO non deve mai mancare il BUONO!

 

Fondazione Made in Cloister

Piazza Enrico De Nicola, 48

80139, Napoli

Per approfondire:

https://www.madeincloister.com/

https://www.sergiofermariello.it/