Il primo sabato dell’anno al Gesù Vecchio tra alacri Madonne e imperiture processioni

– di Laura Vigilante Rivieccio

Foto di Laura Vigilante Rivieccio e Federica Priore

 

A trovarsi presso la chiesa del Gesù Vecchio in Via Paladino il sabato successivo al 30 dicembre, si ha la sensazione che il tempo non sia trascorso. Nella stretta traversa di Spaccanapoli, di giorno calcata per lo più da frequentatori della Biblioteca universitaria e sparuti visitatori dei Musei di Scienze Naturali, si riversa una folla di pellegrini elettrizzati, commossi, speranzosi. E la fiumana scorre dalle prime ore del mattino fino al tardo pomeriggio.

È il Sabato Privilegiato, giorno particolarmente favorevole per ottenere grazie e indulgenze, come promesso due secoli or sono dall’Immacolata che accoglie i fedeli dall’abside della chiesa del Gesù Vecchio.

L’accesso all’ex Collegio dei Gesuiti, oggi sede di alcune facoltà dell’Università Federico II di Napoli

La chiesa cinquecentesca fu parte del primo (in ordine di tempo) Collegio Massimo dei Gesuiti a Napoli, i cui locali, oggi di pertinenza dell’università Federico II, si estendono tra via Paladino, via Mezzocannone e il corso Umberto I. Ma per i napoletani si tratta anzitutto della chiesa della Madonnina di Don Placido, il fervente sacerdote in odore di santità che la resse dal 1806 fino alla sua morte nel 1851, compianto e venerato da sovrani, vescovi, papi, santi, peccatori e tutto il popolo napoletano.

Il nostro Don Placido, che rese il Gesù Vecchio centro di un perenne Giubileo, incarnò lo spirito visionario e fantasioso dei napoletani e la loro fede carica di confidenza col sovrannaturale. Vicino al popolo nello spirito e nel soccorso materiale (in occasione del colera del 1836 correva da un capo all’altro della città, coordinando squadre e inviando medicine e biancheria!), con le sue prediche seppe incutere rispetto reverenziale anche tra i membri delle alte gerarchie civili e religiose. Operò in una stagione in cui il dibattito sul concepimento immacolato di Maria produceva trattati teologici in quantità e anche grazie a lui Napoli fu il centro propulsore delle iniziative che avrebbero portato alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione (1854).

Erano tempi spietati, quelli in cui don Placido maturò la sua vocazione. Il suo stesso cognome, Baccher, riporta alla memoria tragici eventi della Rivoluzione napoletana del 1799. Anni di giustizia sommaria e persecuzioni politiche, qualunque fosse il partito con cui ci si schierasse, repubblicano o realista. I perseguitati non di rado si gettavano dai balconi, per sfuggire alle ritorsioni degli avversari politici.
Non così i Baccher, che combatterono fino alla morte, all’esilio… o a una divina visione.

L’interno della chiesa del Gesù Vecchio a Napoli

Due fratelli di Placido, Gerardo e Gennaro, furono tanto impegnati nella causa del trono e dell’altare da essere considerati i capi di una delle più importanti Unioni realiste di Napoli, nonché di una congiura contro il Governo repubblicano. Il piano prevedeva l’assalto al Castel Sant’Elmo (in mano ai giacobini) all’arrivo della flotta inglese nel porto di Napoli. I cospiratori avevano emesso dei “biglietti di esenzione” che consentissero di riconoscere i fedeli al re, una volta riassicurato il potere nelle mani di Ferdinando IV di Borbone. Ma tramite Gerardo uno di questi biglietti finì nelle mani di Luisa Sanfelice, per la quale, secondo B. Croce, il Baccher “aveva concepito un affetto così tenero che poteva, forse, essere anche amore”. La nobildonna, ben nota negli ambienti di corte “per la vita rilasciata e scandalosa all’eccesso”, cedette il lasciapassare a un altro “amico”, fervente repubblicano e a lei evidentemente più caro. La congiura dei Baccher venne svelata e una ventina di cospiratori finirono nelle segrete di Castel Nuovo, per poi essere giustiziati – naturalmente, senza processo alcuno.

La Madonnina di Don Placido al Gesù Vecchio

Il pio fratellino di Gerardo e Gennaro, un Placido allora diciottenne, fu imprigionato nei fetidi meandri delle carceri della Vicaria e passò lì circa due mesi, finché la Vergine Immacolata non gli apparve a preannunziargli la libertà e il futuro da sacerdote. Ed è quella stessa apparizione che si palesa agli occhi dei visitatori che varcano la soglia del Gesù Nuovo, materializzata sotto la guida di Don Placido.
Una volta liberato, il giovane Baccher iniziò il suo percorso apostolico diffondendo il culto di Maria nella duplice veste di Immacolata e Madonna del Rosario; diventato rettore della chiesa, profuse il suo patrimonio per il restauro dell’edificio, allora in stato di abbandono, e per la creazione di un’adeguata scenografia per la sua Immacolata in trono.

Entrando nel Gesù Nuovo, pur spettacolare nel suo apparato barocco, ciò che attira di più l’attenzione è la luminosità avvolgente dell’area absidale, dove uno sfolgorio di lampade, ori e bagliori riflessi riproduce la radiosità della celeste visione. Alle spalle dell’altare due gradinate semicircolari salgono verso la statua dell’Immacolata che Don Placido fece realizzare in legno e creta, panneggiando e ingessando le vesti con le proprie mani. Dieci angeli reggi-candelieri seguono il sinuoso andamento delle scale, indicando la via ai pellegrini.
Tra colonne, tralci di viti dorate e finti tendaggi, il tutto potrebbe risultare piuttosto ampolloso, se non teatrale quanto un palcoscenico di Broadway. Ma sarà che lo spirito di Don Placido ha lasciato un imprinting indelebile… fatto sta che è difficile non lasciarsi suggestionare dall’atmosfera carica di meraviglia, mentre i fedeli salgono a salutare la Divina Madre.

San Luigi Gonzaga, ex pala d’altare della chiesa del Gesù Vecchio di Napoli, di F. De Mura

Da Don Placido, quando si trattava di convincere anime alla retta via, non sapevi mai cosa aspettarti! Era in grado di coinvolgere chiunque grazie all’ardore dei suoi discorsi e alle sue trovate, con cui rendeva plasticamente i misteri del soprannaturale. Neanche Santi e Madonne seppero resistergli…
Si diceva che la sua Madonnina, appena esposta sopra l’altare, aprì gli occhi come li si vede ora, da socchiusi che erano. “A guardare il suo popolo” fu il commento del sacerdote. Il sangue di S. Luigi Gonzaga si scioglieva alle sue preghiere avanti agli occhi di chiunque. E tutti sapevano di un giovane dissoluto, che recatosi a baciare la statua di Maria Bambina in culla, durante le celebrazioni per la Natività di Maria, si sentì toccare da una manina e cambiò vita. La statuina, come la scenografica celebrazione, era stata chiaramente voluta dal nostro Baccher. Durante un’altra festa della Natività, Don Placido chiese a due sacerdoti di dispiegare il manto della Madonna e ci si rifugiò sotto, invitando con parole infuocate i fedeli a fare altrettanto. Forse non è un caso, se tra i suoi fervidi ammiratori si contavano una sorella di Antonio Petito (il famoso Pulcinella) e la madre, Donna Peppa del teatro di piazza Mercato.

Con rituali e tributi di devozione il rettore del Gesù Nuovo faceva rivivere quotidianamente gli innumerevoli santi in cartapesta, che a turno assurgevano agli onori del palco, ossia del presbiterio. Alcune di quelle statue di Santi e Madonne sono oggi presenti in sacrestia, a volte così reali coi loro occhi di vetro, le parrucche di capelli veri, i gioielli e l’aura di devozione di cui sono impregnate. Non mancano figure presepiali a grandezza naturale, per le quali Don Placido scelse le fattezze dei suoi più cari devoti. Alcune risalgono al ‘700 e furono da lui recuperate dal dismesso convento di Donnalbina.

La fama della Madonnina di Don Placido fu tale da meritare nel 1826 l’incoronazione, nonostante le mancasse l’attributo della vetustà.
Era la conclusione dell’Anno Giubilare, prorogato ed esteso a tutto il mondo cattolico, quando l’immagine mariana fu riconosciuta ufficialmente come la più celebre del mondo per miracoli e devozione di popolo tra i suoni di tutte le campane della città e il rimbombo dei cannoni sparati a salve dai castelli. La Vergine apprezzò talmente da illuminarsi e sussurrare al rettore del Gesù Vecchio: “Beati i sacerdoti che celebreranno al mio altare e beati i fedeli che vi faranno la comunione nel sabato seguente alla mia incoronazione”. Prese così avvio la ricorrenza del Sabato Privilegiato.

L’Immacolata di Don Placido entrava di diritto nella schiera delle Madonne che già da tempo non si risparmiavano nel far sentire la loro materna presenza ai napoletani: ‘a mamma ‘ro Carmene, la Madonna di Piedigrotta col suo scarpunciello, quella dell’Annunziata che di notte ancora consuma le scarpine a furia di visitare ammalati…

Se vi capita di fare un giro dalle parti di piazzetta Nilo, scendete per via Paladino, ammirate il “cortile delle statue” e poi entrate nella chiesa del Gesù Vecchio. Soffermatevi pure avanti ai dipinti di Marco Pino, Francesco Solimena, Francesco De Mura; ma poi fatevi trascinare dalla commozione delle fedeli e dalla creatività di Don Placido, i cui resti sono conservati nel corridoietto alle spalle dell’altare. Chiedete al sacrestano di condurvi al presepe, dove riconoscere i volti dei devoti dell’epoca. Se siete fortunati, vi racconterà di come l’abito della Vergine Assunta, giacente come la Bella Addormentata, sia il vestito di nozze di Maria Cristina di Savoia (v. foto di copertina). Oppure di quella volta che l’elegantissima Madonna del Rosario, ornata di argenti, coralli e fili d’oro, rimproverò dolcemente Don Placido, perché nella fretta di celebrare messa aveva dimenticato di salutarla. E magari, con uno sguardo tra il complice e il riverente rivolto alla suddetta Madonna, bisbiglierà anche a voi: “Perché ‘a Signora nostra se fa rispettà”.

 

Per approfondire:

Benedetto Croce, Luisa Sanfelice e la congiura dei Baccher, 2004, Sellerio Editore Palermo

 

Beviamoci su….

Il vino da degustare….davanti alla Madonnina di Don Placido