Ovvero Napoli città-palcoscenico

di Laura Vigilante Rivieccio

 

Ci sono oggetti che lo sguardo assuefatto non percepisce più e incasella automaticamente nel già noto, dandoli per scontati. E può trattarsi tanto di due occhi che ci fecero innamorare e che sono diventati in seguito quelli del nostro partner di vita, quanto di mirabili forme architettoniche che da terra si elevano per metri e metri verso il cielo.

Guglia di San Gennaro – Cosimo Fanzago 1660

Qualora sentiste che questo potrebbe essere il vostro caso, vi suggerirei un modo per guardare con occhi nuovi uno spazio piuttosto noto ai napoletani: piazzetta Riario Sforza su via Tribunali, al lato del duomo. Potreste trovarvi lì alla ricerca dell’ingresso del Pio Monte di Misericordia, ove è custodito un meraviglioso dipinto di Caravaggio, oppure del murale con San Gennaro e Caravaggio che leggono il giornale… e ignorare l’elemento architettonico svettante al centro della piazza, che pure all’epoca della sua realizzazione destò stupore e ammirazione, prima a Napoli e poi in tutt’Europa. Mi riferisco alla guglia di San Gennaro.

Era il 16 dicembre 1660 e la città di Napoli ringraziava finalmente con solenne celebrazione il suo santo patrono, che l’aveva protetta dalla furiosa colata lavica del 1631. Oltre ai membri del clero erano accorsi napoletani di ogni ceto sociale. Le luminarie erano accese in tutta la città. Al centro di piazza Riario Sforza venne sollevato un gran sipario di taffetà e agli occhi dei napoletani venne svelato l’insolito obelisco. Si udirono spari di mortaretti, che proseguirono fino alle due del mattino.
Posizionata nel punto più rappresentativo del centro antico (all’epoca via Duomo era solo una stretta traversa della strada principale, via Tribunali, e l’attuale ingresso laterale della cattedrale era quello più utilizzato), la guglia di San Gennaro era stata una vera e propria sfida per l’architetto che l’aveva concepita, prima di diventare oggetto di meraviglia. Prima d’allora non se n’erano mai viste. A Cosimo Fanzago (l’architetto, appunto) era stata commissionata l’erezione di un alto piedistallo votivo per San Gennaro, in cui fosse inclusa una colonna in marmo cipollino rinvenuta in loco e donata dal cardinale alla città. Solo che non s’erano trovate maestranze in grado di innalzare la colonna come da progetto. Fanzago fece di necessità virtù e, sfruttando le sue competenze di architetto e scultore, trovò una soluzione di compromesso: ideò la guglia, che divenne poi così celebre da esser presa a modello prima a Napoli e poi nel resto dell’Impero asburgico. Orgoglioso della sua invenzione, l’architetto la firmò inserendo in un tondo alla base del monumento il proprio ritratto (conservato oggi nel museo di San Martino).

Disegno della Macchina da Festa eretta nel 1749 davanti al Real Palazzo “fornita di varie sorte di merci e saccheggiata dalla plebe”, per celebrare la nascita della Reale Infanta, dell’Arch. Ferdinando Sanfelice

Il successo della guglia è testimoniato dalle diverse biografie antiche del suo creatore, in cui è sempre citata tra le sue opere principali. Ecco una sintesi esemplare dell’impressione che suscitava: “riuscita così bella, stabile et perpetua, che ragionevolmente deve esser communerata tra le meraviglie della scoltura, et Architettura”. Bella e anche “stabile e perpetua”: ma rispetto a cosa?
Bisogna qui considerare che Cosimo Fanzago, in vita, era famoso non solo per la perizia e l’estro con cui lavorava a cappelle, chiese, sculture, altari e chiostri napoletani, e che aveva espresso nella guglia tramite il disegno chiaroscurale, la modulazione della balaustra, la ripartizione degli elementi architettonici secondo una gerarchia dimensionale, gli elementi floreali e gli angeli… Era anche un apprezzato “apparatore” ovvero ideatore di apparati festivi effimeri; nel 1630, ad esempio, aveva realizzato il “teatro et apparato della Festa di S.to Gennaro”.

La festa di San Gennaro era tra le principali occasioni religiose per vestire Napoli a festa e meravigliare e intrattenere il popolo con celebrazioni spettacolari. In occasione di queste feste sempre molto esuberanti, religiose o laiche che fossero, venivano convocati famosi architetti per allestire scenografie fantastiche. Purtroppo non abbiamo testimonianze iconografiche di quelle celebrazioni del 1630 per San Gennaro, ma sappiamo con certezza che dall’inaugurazione della guglia di Fanzago l’attuale piazza Riario Sforza divenne il fulcro delle celebrazioni in onore del patrono, con tanto di scanni a mo’ di spalti teatrali, cori, “meloni per acqua fredda per chi aveva bisogno di rinfrescarsi” e catafalchi rappresentanti episodi della vita del Santo, come la sua uscita dalla fornace ardente.

Per l’ideazione della guglia, il geniale architetto aveva avuto dunque due modelli di riferimento: gli obelischi romani e le piramidi in legno e cartapesta delle feste della Napoli vicereale. La guglia era in pratica la “pietrificazione” di una macchina da festa, a imperitura memoria degli intrattenimenti organizzati per il popolo; costituiva così un’efficace e gradita operazione di propaganda per gli esponenti del potere, che con tali feste rabbonivano i sudditi al punto da farsi perdonare gli aumenti di gabelle necessari per le spese.
L’anfiteatro costruito attorno alla guglia di San Gennaro divenne poi, a sua volta, modello di riferimento per i maggiori apparati da festa civili al Largo di Palazzo (l’attuale piazza Plebiscito).

A Napoli le feste avevano trovato un terreno eccezionalmente fertile e tra occasioni civili e religiose si susseguivano in tutto l’anno senza soluzione di continuità. Oltre alle innumerevoli celebrazioni di santi e rituali della chiesa cattolica, i pretesti erano offerti da incoronazioni, nascite, compleanni e onomastici di membri di famiglie reali, vicereali e nobiliari, vittorie militari, perfino passaggi di personaggi famosi. In più, lo spirito di incantesimo del teatro e dell’illusorietà dell’esistenza in questo mondo era qui sempre vivo. L’anima pagana dei tempi antichi si fuse con la raffinatezza angioina e aragonese e poi con l’esuberanza spagnola; il tutto ebbe il suo exploit nel barocco. Non dimentichiamo poi il Vesuvio, vero maestro di pirotecnica, che ispirava carri a sua somiglianza condotti da cavalieri travestiti dai Regni di Sua Maestà. Se la festa era religiosa, si creava un’atmosfera magica, specie di notte, con Lucifero, i dragoni e le girandole di fuoco degli angeli ribelli.

La massa popolare veniva insomma ammansita attraverso l’illusione della partecipazione alla sfarzosa vita di corte. Al fasto della vita di rappresentanza della corte aragonese, con le sue giostre, le rappresentazioni allegoriche, le cavalcate con abiti e bardature sfarzose e le sfilate di animali esotici, si aggiunsero in epoca vicereale esibizioni di ogni genere: mascherate, quadriglie, teatri in legno sul largo di Palazzo con mimi e commedie musicali. Posillipo faceva da scenario per commedie arcadiche e palchi galleggianti con feste di tori per l’aristocrazia, oppure per finte battaglie navali, con marinai travestiti con parrucche e bastoni di comando militare, che successivamente sfilavano per le strade di Napoli.
E al termine di carestie o pestilenze l’esuberanza aumentava perfino, esorcizzando la paura della morte: dopo la peste del 1656 si videro carri dell’abbondanza inusitati, cavalcate, caroselli, quadriglie, commedie, mentre le prime opere in musica seguirono i tumulti del 1648!

Vincenzo Re, Cuccagna sulla piazza del Palazzo Reale, 1748

La vaghezza della festa era molto più apprezzata se accompagnata da qualcosa di più concreto: le cibarie. Lì la fantasia dei napoletani non aveva limiti. La cuccagna a Napoli era la materializzazione del paese di Bengodi, dove popolani laceri e scalzi si contendevano i viveri a costo della vita. Ad architetti e pittori famosi venivano commissionati fondali prospettici: prosciutti, caciocavalli e mozzarelle erano utilizzati in pieno rispetto delle regole architettoniche insieme a legno, cartapesta e polvere pirica.

Della festa musicale organizzata nel 1696 sul Largo del Castello (più o meno l’attuale Piazza Plebiscito), a tema “Il trionfo delle stagioni”, scrisse un testimone che fu seguita da “un artificioso floridissimo giardino” con dodici statue e tre fonti da cui scaturivano chiare acque; a una certa distanza “ne sorgevano altre due in maggiore altezza, da cui sgorgava squisita Lagrima” e al centro torreggiavano “quattro alte piramidi cariche di pane, formaggi, polli e altri commestibili”.
E non fu certo l’unica occasione in cui scorsero fiumi o fontane di vino…
Dai carri cinquecenteschi carichi di vivande, che sfilavano lungo via Toledo, si passò dunque a piramidi di viveri, in un crescendo di spettacolarità ed estro che si espresse al meglio nel ‘700, ad esempio con le colonne d’Ercole disegnate da Domenico Antonio Vaccaro “adornate con ogni sorta di commestibili e due fontane d’esquisitissimo vino”, mentre Ercole uccideva da un lato il gigante Anteo e dall’altra un’Idra di fuoco.

E potremmo continuare ancora a lungo a descrivere le scenografie delle innumerevoli feste della Napoli Sei- e Settecentesca. Una volta si arrivò addirittura a riprodurre la facciata del Palazzo Reale! Ci lavoravano architetti del calibro di Domenico Fontana e Dionisio Lazzari o ancora Ferdinando Sanfelice e Luigi Vanvitelli, giusto per citare pochi degli artisti geniali che si impegnarono nell’ideazione di archi di trionfo, fontane effimere, piramidi e varie macchine da festa. Ne conseguirono a volte vere e proprie innovazioni architettoniche: i complessi decorativi effimeri potevano trasformarsi in costruzioni stabili, dove vinceva la necessità di stupire e l’illusione del sovvertimento di ogni logica estetica.
Ma ci fermeremo qui, lasciandovi, speriamo, con la voglia di gustare anche voi un vino “esquisitissimo”, mentre ammirate con occhi nuovi la guglia di San Gennaro.

 

Per approfondire:

Gaetana Cantone, Napoli barocca e Cosimo Fanzago, Edizione Banco di Napoli, 1984

Franco Mancini, Feste ed apparati civili e religiosi in Napoli dal viceregno alla capitale, Edizioni scientifiche italiane, 1968

 

Beviamoci su….

Il vino da degustare davanti a….la guglia di San Gennaro