Un secolo e più di pittura nei suoi scatti sempre sorprendenti

Testo e foto  Simona Mandato

Vado a far visita a Corrado Pastore, architetto, oggi soprattutto attivo come fotografo e visual artist. Vogliamo continuare a proporre incontri con artisti del nostro territorio, per sondare su quali direttrici si sta muovendo l’arte a Napoli e in Campania – lo abbiamo deciso nelle nostre chiacchierate di redazione de Il Buono del Bello. Siamo a metà maggio e con sollievo siamo stati appena promossi in “zona gialla”.

Il fotografo e visual artist Corrado Pastore nella cucina di casa sua

I vicoli del centro storico di Napoli cominciano a riprendere vitalità. Mi addentro nelle traverse di via Duomo, un angolo della città medievale meno conosciuto per molti, tuttavia denso di storia e monumenti. Passo davanti alla chiesa di Donnaregina nuova, un tripudio barocco, alle cui spalle sono la omonima e precedente chiesa gotica, purtroppo chiusa alle visite, e il Museo MADRE, tempio napoletano dell’arte contemporanea. Salgo a piedi le scale di un palazzo antico e, accolta da un balconcino allegro di piante in fiore, entro nella sua casa: fin dal primo impatto percepisco che a viverci è un animo sensibile alla bellezza.

Nella cucina piena di colori e di una calda luce pomeridiana, davanti a un caffè Corrado Pastore mi spiega la sua arte. E narra la sua storia. Napoletano di nascita, esce fuori dai canoni familiari perché fin da piccolo mostrava una particolare propensione all’arte. Apprende molto lavorando a fianco dell’architetto Ezio Bruno De Felice, che dal suo studio a Palazzo Donn’Anna (con una strepitosa vista sul golfo!) progettava restauri di edifici storici e allestimenti museali. Corrado contribuisce a quelli di Salerno, Caserta, Sorrento e Palermo. Ancora negli anni ‘90 si dedica a progetti di architettura, lavorando tra Napoli, Milano, New York e l’Olanda. Nel 2001 approda al mondo del cinema, e lavora come scenografo e nella produzione di diversi film e serie tv.

Hai cominciato presto con la fotografia?

Ho cominciato molto presto ma prima con la pittura, poi ancora ragazzino sono passato alla fotografia. Intorno ai 25 anni mi sono allontanato da entrambe: mi erano sorti altri interessi, volevo fare altre esperienze, e ho lasciato la macchina fotografica per un po’. Nel tempo però sono tornato all’antico amore. Era un momento in cui sentivo l’urgente necessità di esprimere la mia creatività e la mia cultura artistica, volevo dar vita a un prodotto artistico mio personale. Quel particolare modo che ho sviluppato di usare la macchina fotografica mi ha permesso di tirar fuori un’espressione a metà tra pittura e fotografia. Sono lontano dai classici che ci si aspetta dai fotografi, come il bianco e nero. Al contrario, uso il colore, e molto le sfumature.

Hidden Identities, Identità nascoste – foto Corrado Pastore

Osservo alcune sue opere e trovo che ha ragione, i suoi scatti sono davvero qualcosa di insolito, ed evocano tante cose.

Le immagini che crei sono poco chiare, sono sfocate, mosse…

Proprio così: mi piace l’indefinitezza, intenzionalmente non sono chiaro nell’immagine. Cerco l’impressione fugace proprio perché mi consente di essere indefinito. La vaghezza che viene fuori, ad esempio attraverso la non messa a fuoco, lascia uno spazio di pensiero. Mi avvicino all’oggetto e in qualche modo me ne allontano, come se arrivassi soltanto fino ad un certo punto. Il resto lo deve aggiungere l’osservatore, io lo porto fino ad una certa distanza. Poi lei/lui deve partire da lì e avvicinarsi da solo all’immagine che le/gli espongo.

Il punto in cui tu porti l’osservatore è già di per sé diverso da quello da cui solitamente si osserva un oggetto, per cui tu aiuti fornendo già una chiave di lettura

La mia è un’altra modalità: non ho la necessità di avere un’immagine chiara, precisa e limpida davanti a me. Spesso fotografo delle situazioni che non sono per niente piacevoli, dei posti che non godono di buona fama. Nella maniera in cui le rappresento nei miei scatti, diventano qualcos’altro, e ti permettono di avvicinarti a un luogo anche se è brutto, lercio o insignificante. Chi osserva ha ora davanti un segno grafico, pittorico che va al di là della realtà. Non è una fuga dalla realtà la mia, ma è una visione di essa un poco più morbida, più dolce.

Parli di morbidezza: la tua arte va verso la tolleranza per ciò che non è perfetto nel mondo e nella vita?

I danzatori di Sufi – serie Out of the Shadow, foto di Corrado Pastore in collezione privata

Sì, in qualche modo è come edulcorare qualcosa che non è oggettivamente bello, o a cui nessuno presta attenzione. Con il mio modo di dare colore e movimento alle immagini, è come se mimetizzassi l’oggetto e lo mostrassi in una modalità diversa, forse più accattivante.

Perché senti il bisogno di edulcorare?

Perché spesso è una realtà che non mi piace. Cerco di trasmettere il messaggio che anche ciò che non ci piace può essere apprezzabile. Tutto dipende dalla lente, dal punto di vista da cui guardi un oggetto, un paesaggio. Puoi avere delle lenti nitidissime, che ti fanno vedere tutti i dettagli di un luogo, oppure puoi vedere un po’ sfocato, da miope. Questo mi permette di andare a fotografare dei luoghi che non sono belli di per sé, cartoline già pronte, ma luoghi di serie B.

Display – foto Corrado Pastore

Tu però non sei un fotografo di periferie…

No, e non cerco un discorso sociale. Per me è importante accettare ciò che ho dinnanzi, trovare l’armonia, la bellezza, il colore anche laddove non ci sono. Guardare la realtà da un’altra angolazione può aiutarmi ad accettarla. Perciò scelgo sempre luoghi-non-luoghi, posti che sono di transizione, che non hanno una identità chiara. Il mio è un cercare la normalità per porla sotto un’altra luce.

Riguardo ai contenuti, tu non fai ritratti, né riprendi le persone: sono prevalentemente luoghi i tuoi soggetti?

Non sempre, in realtà procedo per progetti fotografici. Essendo di formazione architetto, sono attratto dal paesaggio urbano. Nel passato ho fotografato architetture in giro per il mondo, anche di grandi maestri.  Poi ho cominciato a lavorare a dei progetti seguendo ogni volta un’intuizione. Ci lavoro in maniera continuativa per un tempo più o meno lungo, fino al compimento del corpus fotografico. Perseguo un’idea progettuale che inizio e porto a termine.

Display – Corrado Pastore

Una delle mie prime mostre a Milano si chiamava Display, un lavoro sulle vetrine dei grandi negozi di Milano. Tutto è nato da un’idea sulla percezione dello spazio espositivo e dello spazio urbano. In alcune ore del giorno si creano dei giochi di luci e ombre sulle vetrine che mi hanno permesso di portare in un unico scatto, su un piano bidimensionale ciò che invece è tridimensionale. Sul piano fotografico sovrappongo l’interno del negozio visibile dalla vetrina, e ciò che si riflette sul vetro che in realtà è dietro di me. Nascono così delle immagini virtuali in cui si fondono due realtà, il dentro e il fuori, e ne creano una alterata, dando luogo a dei giochi fantastici. Si tratta di un lavoro sullo spazio, sulla profondità, oltre che sulla percezione visiva.

È sempre la realtà filtrata attraverso il tuo occhio…

Come è stato per il mio lavoro fotografico Out of the Shadow, Fuori dall’ombra: studiando la luce che entra in diversi orari del giorno e delle stagioni, ho realizzato degli scatti sulle scogliere di Napoli. A seconda delle fasi del giorno, la luce assume particolari forme e colorazioni in cui io ho visto delle figure antropomorfe che hanno colpito la mia fantasia. Alcune immagini le ho poi assemblate in polittici: attraverso la sequenza e il gioco, quelle figure risultano ancora più fantastiche. Ne sono nate composizioni come I danzatori di Sufi e Sirene, dove la ripetizione delle immagini fa percepire un movimento. Anche stavolta si parla di un luogo, e ancora una volta fa gioco l’elemento fantasioso. Spesso la scogliera raccoglie rifiuti di ogni genere, ma a me non interessava testimoniare questo. Le scogliere sono il limite tra la città e il mare, una specie di confine, un luogo tutto a sé. Camminandoci e osservando, sono riuscito a vederci un mondo fantastico.

Out of the Shadow – Sirene, foto di Corrado Pastore

In quelle foto è come se tu tagliassi fuori il resto del mondo, lo sporco, e zoomassi su altro

Mi focalizzo sulla luce, su un contrasto, il mio interesse è attratto dalla forma data dalla luce sulla pietra. Non mi sono curato del sudiciume, mi sono fatto portare soltanto dall’aspetto luminoso.

Quanto c’è di fanciullesco nel tuo sguardo?

Ho un occhio allenato fin da ragazzino, perché amavo disegnare e mi è sempre piaciuta l’arte. Molto presto ho cominciato a visitare gallerie e mostre d’arte, e questo ha educato il mio occhio. Ma effettivamente v’è anche del fanciullesco nel mio modo di guardare le cose. Tutti i bambini fanno il gioco di scoprire delle forme nelle nuvole. E da una curiosità può nascere tanto.

È come se riuscissi a tenere a bada la parte razionale, e a guardare con l’occhio dell’istinto…

Se è così, in me avviene in modo naturale, io semplicemente guardo, osservo e noto certe cose. E poi si aggiunge l’educazione alla percezione visiva che ho maturato. Diciamo che c’è un po’ tutto questo. C’è anche il gusto per l’armonia e la bellezza che ho macinato visitando fin da bambino mostre, musei e osservando opere da tutto il mondo.

Anche la tua casa raccoglie tanta bellezza…

Mi piace l’antiquariato, il modernariato, il design. Sono poliedrico ma anche coerente: riesco a trovare la bellezza ovunque.

Passeggiata nel Bosco – foto Corrado Pastore

A volte vai a indagare anche luoghi che sono di per sé belli, come il Bosco di Capodimonte…

Il recente progetto sul Bosco di Capodimonte nasce in me come una passeggiata, infatti il lavoro si intitola Passeggiata nel parco. Questi sono luoghi già visti, conosciuti, fotografati. È una sfida con me stesso quella di riuscire a trovare un modo per rappresentarli in maniera diversa, e che nel contempo rispecchi il mio sentire. E poi ravvivarli. Le immagini che creo ultimamente nel Bosco presentano dei giochi di colori, sfumature e movimento. E hanno un tocco di modernità, sono contemporanee.

Anche perché tu riesci a far venir fuori dei colori diversi da quelli che ci sono nella realtà

Anche qui c’è stata da parte mia un’attenzione continua: per due, tre anni sono tornato nel sito varie volte, in diverse stagioni e orari alla ricerca di situazioni di luce sempre nuove, per trovare quelle giuste per il mio scopo. Il mio è un approccio lento, ripetitivo, ossessivo se vuoi… Sto sul pezzo appropriandomi sempre più intimamente del luogo, per poi restituirlo elaborato alla mia maniera. Lo stesso tipo di lavoro che ho fatto al Museo Archeologico di Napoli. Anche in Hidden Identities, Identità nascoste, c’è stata questa sfida: il MANN è un museo famosissimo e iperfotografato, e nella memoria collettiva ci sono innanzitutto le immagini del grande fotografo napoletano Mimmo Iodice.

Certo, era davvero difficile fare qualcosa di inedito…

Anche qui ho avuto lo stesso approccio lungo, meticoloso, ripetitivo. Dovevo entrare in contatto con le sculture, volevo trovare un modo di dialogare con loro e al tempo stesso cercavo una chiave tutta mia di rilettura di quelle statue. Le ho fagocitate, macinate e ho tirato fuori il mio prodotto.

Hidden Identities, Identità nascoste, foto Corrado Pastore

In quella serie, i primi tuoi scatti di una stessa scultura non hanno niente a che vedere con gli ultimi…

C’è dietro un processo lungo: torno a casa, li riguardo e ossessivamente cerco di entrare sempre più nell’intimo di queste antiche statue. Cerco di tirarne fuori l’anima. Anche questo progetto è giocato molto sul movimento, che è la modalità che mi contraddistingue. Nel ritrarre una persona, l’artista coglie le sue espressioni e le riporta nel ritratto. Con una scultura questo non è possibile perché è immobile. Nel momento in cui agito la macchina fotografica, viene fuori una sorta di smorfia, spesso nasi grandi o occhi che escono dalle orbite, e questo perché scatto molto da vicino.

Si potrebbe fare un confronto con i ritratti di Picasso e dei Cubisti, che dal movimento traevano un’immagine deformata…

Attraverso questa mia tecnica, il soggetto diventa altro. E non è solo una fotografia, a volte sembra un disegno, un’incisione, un pastello, può assumere le forme di tutte le tecniche dell’arte.

Conosco bene questo lavoro di Corrado Pastore… aggiungo che, ad osservare bene le sue foto dal MANN è possibile rinvenirvi anche diversi filoni della storia dell’arte: Boccioni, Picasso, ma anche Giovanni Boldini, Amedeo Modigliani, Felice Casorati, fino ad arrivare a Gerhard Richter, Lucien Freud, ai volti deformati di Francis Bacon…Un compendio dell’arte del XX secolo.

Il movimento che imprimi allo scatto anima quelle sculture classiche di uno stile che non è ritrattistico, il loro potrebbe essere un volto qualsiasi. Tu riesci a farle parlare…

E a far loro assumere un’espressione umana: escono fuori dalla pietra o dal bronzo, dalla materia di cui sono fatte. Ovviamente riprendo la scultura lì dov’è, non ho artifici, non uso cavalletti, faretti, non ho modo di metter su uno studio di posa, il che mi consentirebbe di creare certamente un’immagine strepitosa. Eppure, quella foto scattata senza filtri risulta altamente espressiva. Anche i difetti dell’illuminazione del museo a volte tornano utili, creando delle ombre insolite. Questo è stato per me un lavoro molto interessante.

Due foto della serie Miami – foto Corrado Pastore

Ora vivi e lavori a Napoli, ma hai vissuto e lavorato a lungo tra Milano e New York

Quando ero a New York ho trascorso qualche mese a Miami. Da architetto ho osservato una città che non conoscevo e con lo sguardo di uno straniero ho inteso mostrare la realtà americana. Sono un amante di Edward Hopper e dei suoi paesaggi di un’America un po’ desolata, e così anche io ho voluto scavarla più a fondo. Ovunque io vada, cerco di tirar fuori l’identità della città che indago. Anche a Miami ho lavorato sul movimento. Mentre in genere sono io che imprimo un movimento alla macchina fotografica, in quel caso mi facevo portare in auto, data anche la dimensione della città, e dunque piuttosto seguivo il movimento. Anche lì non sono stato nei luoghi-cartolina ma in quelli comuni, negli angoli della città ricchi e in quelli meno. Ho girato in macchina per settimane, in diverse ore del giorno, per tirar fuori delle impressioni dalle immagini reali, impressioni che poi ognuno può definire a modo proprio. Il movimento determina una rarefazione, una sfumatura di colori, e questo mi consente di fornire solo un’idea dell’oggetto che fotografo, non una visione nitida, chiara, precisa.

Seurat Domenica pomeriggio alla Grande Jatte

G.P. Seurat, Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande Jatte, Art Institute Chicago

Più osservo le fotografie di Corrado Pastore, e più mi balzano alla mente accostamenti con la pittura. In qualcuna ci vedo l’Impressionismo, in altre il Futurismo di Giacomo Balla, il Cubismo, tutta l’arte dalla fine dell’Ottocento a oggi, e poi chiaramente Hopper… I riferimenti pittorici sono tanti, basta solo saperli cogliere…E il suo Bosco di Capodimonte non ricorda anche a voi che leggete il Seurat della Domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte?

 

Per approfondire:

https://www.facebook.com/corrado.pastori.9

https://www.instagram.com/corradopastore57/?hl=it

Una foto di Corrado Pastore fa parte della collezione Benetton (v. la relativa pubblicazione Imago Mundi)

Altre pubblicazioni:

https://www.dodicimagazine.com/2018/01/17/scatti-darte-lo-scorrere-del-tempo/

https://www.arkeda.it/rivistamagazine/arkeda-magazine-n5.pdf   – (a pag. 72)

Ha partecipato al Milano PhotoFestival 2014 e 2015

Esposizioni a Napoli:

https://www.napolidavivere.it/2016/06/21/art-performing-festival-2016-a-napoli/

https://it.blastingnews.com/cultura-spettacoli/2015/05/take-a-look-l-esposizione-di-corrado-pastore-a-home-more-esalta-i-collezionisti-audio-00387529.html