…il passaggio in un nuovo ventre, e la rinascita come figli della Madonna.

Testo e foto Francesca Guadagno

Foto d’archivio da “La Rota degli Esposti”, Altrastampa Edizioni

 

L’infanzia abbandonata, maltrattata, malnutrita, rifiutata, gettata. Un tema di grande attualità di cui negli ultimi mesi ha dato risalto l’artista Jago, col suo marmoreo bambino incatenato in piazza Plebiscito, come monito e memoria delle difficoltà ancora più forti che molte categorie deboli stanno attraversando in questo particolare momento storico. Parliamo di una materia, quella dell’abbandono e la conseguente problematica della cura dei bambini, che per secoli è stato un nodo spinoso della società.

Ingresso alla chiesa e all’ospedale dell’Annunziata a Napoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sin dall’avvento del Cristianesimo iniziarono a diffondersi strutture in cui venivano accolti i reietti della società, neonati e bambini non voluti, ma anche malati, storpi ed anche gli stanchi ed affamati pellegrini. Abbiamo notizie di un ospizio per bambini già nel 787 a Milano, grazie all’arciprete Dateo; anche se è solo dal 1200 che in Italia si moltiplicano simili istituti. Anche a Napoli sin dall’epoca dei primi vescovi cristiani si sono istituite attività assistenziali sia laiche che religiose. Con gli Angioini (il Regno di Napoli appartiene ai francesi dal 1266 al 1441) e il forte potere di francescani e domenicani a cui i sovrani erano profondamente legati, c’è una vera e propria esplosione di ospizi e chiese annesse. Gli ospizi (intesi come luoghi di ospitalità e assistenza) valicano anche i confini delle mura della città, cercando i bisognosi nelle zone più difficili.

 L’età angioina è un’epoca di donne. Di regine forti e decise, che bene sanno muoversi in una città già affollata e caotica come Napoli e che tra beneficenza, arti e amanti lasceranno un ricordo indelebile nella storia locale. Sancia di Maiorca, seconda moglie di Roberto d’Angiò, fu un’instancabile protettrice della Santa Casa dell’Annunziata, fondata da una confraternita nel 1318 e dal 1322 dedita all’accoglienza dei trovatelli. La regina prese a cuore la struttura e volle dotarla di spazi più ampi facendola trasferire in un lotto esattamente di fronte a quello della prima costruzione. La chiesa e l’ospedale prendevano dunque il posto attuale, alle spalle di Forcella, al di fuori delle mura della città del tempo, in un luogo talmente malfamato da aver meritato nel tempo l’epiteto di “mal passo” frequentato da balordi e donne dai facili costumi. Non solo Sancia ma anche le regine che le succedettero ebbero a cuore l’Annunziata dotandola di rendite e vantaggi fiscali. Dato il numero sempre crescente di bambini abbandonati, la vocazione di ospizio iniziò a virare in modo totalizzante verso la funzione di brefotrofio.

Portale rinascimentale in marmo di Tommaso Malvito: particolare della Madonna che accoglie gli infanti sotto il suo mantello protettivo

Quella piccola buca affacciata sulla strada e collegata ad un tamburo rotante diventò un nuovo canale del parto: i piccoli già venuti alla luce una prima volta dal ventre della madre, nascevano una seconda volta dal ventre della buca. Se la prima volta erano stati raccolti da una levatrice, adesso venivano presi da un addetto che iniziava una trafila molto precisa. Si nasceva una seconda volta, come figli della Madonna.

La “rota” vista dall’interno del convento

Fino al 1875, anno di chiusura della buca, il numero dei bambini abbandonati variava dai 600/700 all’anno fino a numeri spaventosi come durante la carestia del 1764, con 4.675 abbandoni, e nell’ultimo decennio del XVIII secolo una media di 2.000 bambini all’anno. Si abbandonava per i motivi più svariati, la povertà era sicuramente la ragione principale, tuttavia anche l’ennesima femmina poteva essere di peso alla famiglia, o un illegittimo che non poteva rimanere in casa. Si cercava di appostarsi alla buca quando l’oscurità poteva favorire un po’ di riservatezza, ma c’era sempre qualcuno che non si lasciava sfuggire lo spettacolo e per divertimento aizzava i vicini a schiamazzare contro l’indecoroso spettacolo. E comunque ogni ora della giornata era utile per consegnare il bambino ad una sorte migliore, o almeno così si sperava.

E lì la mortificazione, il dolore, la paura di compiere un gesto senza ritorno, diventavano un corredo duro da portare per la madre di turno che avrebbe desiderato un ultimo momento di pace con la creatura. Quel che rimaneva loro era un bacio, una carezza, e il gesto lento di lasciare tra le fasce un piccolo oggetto, magari spezzato a metà, una medaglietta sacra, una carta da gioco, un pezzetto di carta, una fotografia in tempi più recenti. Qualcosa che avrebbe potuto aiutare nel riconoscimento del bambino/a in un futuro migliore. E chissà quante donne hanno conservato l’altra metà senza mai potersi ricongiungere con quel figlio perduto.

Le cartule dei projetti, lasciate dalle madri ai bambini esposti, in cui si indicavano nome e età, eventuali ulteriori indicazioni o…. un augurio di buona fortuna

Quando il pacchetto/bambino arrivava dall’altro lato della Ruota, di quell’oggetto si prendeva nota insieme al giorno dell’abbandono. Gli archivi dell’Annunziata partono dal 1623 e da allora si leggono le note di tutti i piccoli arrivati. E non necessariamente neonati: a volte anche più grandicelli d’età, bambinetti mingherlini per la malnutrizione, venivano spinti a forza dopo essere stati cosparsi di olio, anche a rischio di slogare qualche arto, perché solo l’ingresso attraverso la buca poteva garantire i privilegi dei figli della Madonna. Si procedeva quindi ad assegnare un nome ed un cognome, Esposto, Proietti, Diotiallevi…tutti marchi del passaggio attraverso la ruota.

Le stesse etimologie fanno riferimento all’atto materiale di esporre, proiettare i bambini e proteggerli, “ex paupertate proiectus” è la frase che la tradizione vuole lasciata su un foglietto che accompagnava uno dei primi bambini abbandonati. A Napoli i bambini vengono esposti alla protezione della Madonna, da qui e per ben due secoli il cognome Esposito diventerà la norma e il marchio infamante per questi orfanelli.

Le  vite delle anime che per i corridoi hanno vissuto e spesso patito, non sono sempre state delle più rosee. Le storie dei trovatelli che desideravano una vita migliore, quelle delle ragazze maritate con il rito del fazzoletto, ed ancora le vicende dei maschi portati all’albergo dei poveri a metà del Settecento, ed infine le tante storie delle balie e oblate (ragazze che rimanevano nell’Annunziata scegliendo di prendere i voti, pur non prendendo il velo delle monache) potrebbero riempire volumi su volumi. Una delle tante anime che passò per quei corridoi fu ad esempio quella di Vincenzo Gemito che della sua breve presenza all’Annunziata porterà il marchio del nome, un lamento dell’anima trascritto sin dall’anagrafe dal momento che fu erroneamente registrato come Gemito invece di Genito.

Qui voglio concludere riportandovi le parole di Antonio Ranieri, quel fraterno amico di Giacomo Leopardi che in un atto di denuncia pubblicò nel 1839  “Ginevra o l’orfana della Nunziata” (per cui meritò anche quarantacinque giorni di galera borbonica).

La mia prima memoria è l’aver rotto la tenera fronte allo spigolo d’una tavola di marmo,     ch’era nel mezzo d’un lugubre corridoio della Casa della Nunziata. Questo mi avvenne per un calcio che mi scagliò una di quelle furie che quivi si chiamano nutrici. […]Una nutrice, e di costei ho presentissimo il laido e sozzo viso, appressandosi a me, mi sollevò di peso per il sinistro braccio, di sì mala maniera, che mi slogò la spalluccia.

La “buca” dell’Annunziata, chiusa nel 1875

Il 22 giugno 1875 la buca veniva chiusa ma l’attività di orfanotrofio continuò fino al 1980. Se vi capita di superare il “cippo a Forcella” infilatevi per quella stretta viuzza dell’Annunziata che in tempi passati pullulava di artigiani. Tra obbrobri del moderno boom edilizio arriverete a quel “buco”. Ad occhi chiusi cercate nella vostra immaginazione la scena di una mamma che lascia il suo il bambino e un pianto che rompe il silenzio. Vi assalirà l’emozione, lo stupore alla vista della piccolezza della buca e ancora una volta Napoli avrà vinto la sfida di cantastorie, perché vi avrà saputo raccontare una storia, una delle sue tante storie.

 

Per approfondire:

L’Annunziata, Franca Della Ratta, 1981, Guida Editori, 1981, Napoli

La Rota degli Esposti, a cura di Patrizia Giordano, Altrastampa Edizioni, 1981, Napoli

 

 

 

Beviamoci su….

Il vino da degustare…..davanti alla Rota degli Esposti