di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

 

Come spiegare oggi, ad un americano che ti chiedesse lumi, la Campania del vino, scegliendo una sola etichetta?
Il compito si presenta quanto mai arduo, non solo per la grande varietà e qualità di vini che attualmente la nostra regione offre, ma soprattutto per le innumerevoli anime che questa terra racchiude.
E’ fin troppo semplice identificare la Campania con le sue decine di chilometri di coste, dalle celeberrime e scoscese Costiere Amalfitana e Sorrentina, a quella placida e rilassante Cilentana, o con gli innumerevoli e fertili distretti vulcanici, o ancora con le generose pianure che proiettandosi a ridosso del mare hanno generato l’habitat ideale per il nostro ‘oro bianco’… eppure è probabilmente da ricercare nell’entroterra quello che più di ogni altro finisca per caratterizzare l’indole enoica di maggior pregio di quella Campania Felix celebrata 2 millenni orsono.
Si perché, pur essendo evidentemente una regione del Sud Italia, e quindi idealmente ammantata dal sole vivo e dal caldo più tipico del bacino del Mediterraneo, basta mettersi le calde coste qualche chilometro alle spalle e addentrarsi in verdeggianti percorsi, e nello specifico quelli Irpino/Sanniti, per trovare un clima nettamente continentale, influenzato da una importante schermatura verso i caldi influssi marini ad occidente, e raffreddato da una serie di comprensori montuosi insolitamente verticali ed impervi.
Questi ‘frigoriferi naturali’ hanno generato un clima con profili decisamente nordici, severi ed austeri, con maturazioni tardive, escursioni termiche da brivido non solo a livello stagionale, ma anche semplicemente tra il giorno e la notte, il tutto a vantaggio della ricchezza ed eleganza dei profumi, oltre che al deciso supporto dell’acidità, a dispetto di una ciccia glicerico/materica tipica di certe latitudini.

Vino simbolo di un territorio, che in pochi lustri ha saputo trovare un’ideale quadra del cerchio, è secondo me il Colli di Lapio di Clelia Romano, Fiano di Avellino originario di Lapio, la zona più classica e vocata nella produzione di uno dei bianchi di punta dell’enologia Italiana e quindi mondiale… senza se e senza ma!

Potremmo addentrarci nella descrizione delle caratteristiche pedoclimatiche e geomorfologiche della Contrada Arianiello, dove i filari di vigna hanno dimora e traggono ogni più piccolo e cesellato dettaglio aromatico gustativo, ma questo meriterebbe un discorso totalmente a parte.
Vino spesso silente in gioventù, con un tratto delicato ed officinale, agrumato e floreale che necessita di qualche anno per aprirsi ed offrirsi in tutta la sua struggente e suadente bellezza.
Mai chiassoso, mai fuori posto, mai cedevole o arrendevole se non verso i palati che sapranno concedergli la giusta, silenziosa attenzione, potendone così apprezzare il ventaglio fruttato a polpa bianca, l’indole rocciosa soffusamente iodata, i rintocchi floreali che dilagano nella frutta secca, la crasi acido/salina di illuminante ritmo e tensione.

Archetipo.

 

Questo vino ce lo beviamo su…

Magazzino Italian Art – dal festival artecinema 25