di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

 

Il Più Grande ci ha lasciati

Da qui partirebbe necessariamente la mia narrazione per arrivare al bicchiere che mi accompagni negli intricati vicoli di Napoli, questo dopo aver scartato a priori vini argentini (non me ne si voglia) perché di fatto inadatti all’uopo.
E ragionando in questi termini, il pensiero tenderebbe a correre frettolosamente a quello che può essere considerato, senza grosso tema di smentite, il più grande: quel Romaée-Conti del Domaine de la Romanée-Conti, archetipo e feticcio del massimo che l’enologia mondiale possa esprimere.
Le cifre raggiunte nelle ultime aste lo rendono ormai più che oggetto del desiderio, chimera irraggiungibile per noi comuni mortali, e in questo, l’aura quasi divina che accompagna l’immagine di Diego sembrerebbe confarsi… ma sarà poi effettivamente così?

Al netto di una dimensione che sembra apparire come agricola ed agreste, la cifra stilistica di perfezione che tale vino emana è ormai talmente fuori scala, da non potersi abbinare a contraddizioni e frizioni che hanno caratterizzato l’uomo Diego, ancor prima che lo sportivo.
Inoltre, i vini d’oltralpe restano, in qualche modo, ammantati da una sorta di algido e glabro bagliore, in stridente opposizione agli umidi e polverosi barrios di Baires, o ai caotici e luminosi scorci di Napoli… madri naturale ed adottiva di Diego.
Perciò no, non va bene.

Veniamo al di qua delle Alpi, e al netto di Brunelli, Supertuscans e Amaroni vari, resta comunque in Langa Piemontese che si esprimono più compiutamente le eccellenze italiche.
E la scelta sarebbe indubbiamente tanta: da quel Monfortino Riserva di Giacomo Conterno a Le Rocche del Falletto Riserva Etichetta Rossa di Bruno Giacosa, dal Barolo di Bartolo Mascarello al Brunate di Beppe Rinaldi, dal Ca’d Morissio Riserva di Giuseppe Mascarello al Monvigliero di G. B. Burlotto, per non parlare delle etichette di Gaja e via discorrendo.
Ma potrebbe mai un vino Sabaudo rappresentare chi è stato simbolo di riscatto morale di un popolo che, sotto certi aspetti, ha vissuto l’unificazione Italiana, voluta in terra Piemontese, più come un’invasione e una depredazione che altro? Potrebbe un vino del ‘ricco e spocchioso’ nord addirsi a chi, per indole, è stato sempre dalla parte degli ultimi, e che proprio alle richieste di ‘quel’ nord ha detto “NO grazie”?
No, ancora non ci siamo.

Saltiamo con un gran balzo l’Italia intera e veniamo allora in Campania: per anni l’eccellenza indiscutibile ed indiscussa qui è stata quel Montevetrano che ha avuto l’insindacabile pregio di attirare i fari dell’attenzione dell’intero mondo enoico su una regione fino ad allora decisamente poco considerata. Vino con cui ho avuto un rapporto a corrente alternata, anche se l’ultimo assaggio fatto mi ha riempito gli occhi di luce e il cuore di emozioni.
Eppure no… in quell’uso di vitigni alloctoni (non originari del territorio), in quel ‘voler essere’ invece di ‘semplicemente essere’ resta tutta la differenza del mondo nei confronti di chi era e non poteva essere diversamente da così.

E allora come la mettiamo?

Foto da Slowfood

Uva di Piedirosso o Per ‘ palumm – Foto da Slowfood

Sentite a me e venitemi dietro…
Salite in macchina, direzione Napoli, scegliete liberamente se indirizzarvi verso il Vesuvio o i Campi Flegrei; quando vedete dal finestrino delle vigne fermate la macchina e scendete.
Chiedete al primo che passa se c’è qualcuno che venda vino, preferibilmente un vecchietto sulla settantina… non faticherete a trovarlo.
Presentatevi con garbo e deferenza e chiedete se ha del Per’ e Palummo da vendervi  (si, potreste anche chiedere del Piedirosso, ma non è detto che v’intenda): sicuramente nelle sue vigne ne avrà, è l’uva scugnizza per eccellenza (cit.), probabilmente insieme ad un nugolo di altre varietà dai nomi anche bizzarri, che non troverete mai nel catasto vitivinicolo italiano, perché tramandate per passaparola… poco importa poi se sono tutt’altri vitigni.
Acquistatene 6 bottiglie, meglio ancora se le bottiglie sono 12: se è di quello con il tappo di plastica da spumante ben fissato sopra, con una gabbietta di fortuna o uno spago ben stretto, è l’ideale! ma tenete presente di finirle entro primavera, ché potrebbero esplodere sennò.
Non abbiate fretta, fermatevi a fare due chiacchiere, lasciatevi raccontare un po’ di storie, quelle che avrà a disposizione, un po’ di passato dispensato a piene mani; prendetevi il caffè che vi sarà offerto e poi, prima di andare via, ringraziatelo ed abbracciatelo (se ve lo permette).
Tocca quindi prendere un degnissimo bicchiere da osteria, di quelli stretti alla base, spigolosa, e che poi vanno svasandosi verso l’alto in forma circolare, realizzati in vetro indistruttibile che al massimo può sbeccarsi un po’.

Andate quindi in Via De Deo, bottiglia e bicchiere alla mano… stappate… se fa un po’ di botto non è male, la CO2 di quel poco di rifermentazione in bottiglia è comunque un blando conservante, anche se il vecchiarello non lo sa: mescetevene un traboccante bicchiere, alzatelo verso l’alto e poi giù tutto d’un sorso.
Si probabilmente gratta un po’ in gola, ma quel po’ di acetica è anche utile a sciogliere quel groppetto che nel frattempo ha fatto la sua comparsa.
Sì, il tannino rude e verdeggiante, il pizzicore della carbonica vi faranno un po’ lacrimare gli occhi, ma giusto un filo, che sarà mai!
Tocca farsi subito un secondo bicchiere, perché in fondo non è un vino dalla persistenza siderale, e la chiusura amarognola tende a farlo camminare un po’ con il freno a mano tirato, almeno sulle prime… ma non demordete.

Un bicchiere di vino…. a D10s! – Foto Francesca Guadagno

Il terzo bicchiere vi riporterà alla mente una delle storie che vi sono state raccontate, e tutt’a un tratto il vino sembra agganciarsi a quel treno di ricordi ed allungarsi nel palato e nella memoria. Sentirete l’uva, sentirete la mano spaccata che impugna la vanga, sentirete la schiena dolorante che porta il ramato e l’odore delle fascine bruciate dopo la pota secca.
Nella cantina del vecchiarello, magari quattro lamiere ondulate accatastate e tenute insieme alla bene e meglio, non ci sono trucchi: si fa vino per fede, seguendo la ricetta che è stata tramandata in famiglia.
E’ la natura, nella sua forma più pura e scevra da condizionamenti, che si fa vino: è il divino, che nella natura che ci circonda ha la sua rappresentazione più alta, che si fa piacere quotidiano ad opera dell’uomo.
Si raccoglie sempre nello stesso periodo, non si butta niente, si vinifica con i raspi perché danno forza e struttura al vino, e poco importa se per questo poi uscirà amaro: anche la vita in fondo è così, inclinata e frammentata dai difetti, ma soprattutto lontanissima da come gli altri si aspettano che sia.
Tocca scegliere il piatto giusto per poterlo raddrizzare; è sempre tutto un gioco di equilibri ed equilibrismi, come palleggiare in mezzo al campo a suon di musica.

E se qualcuno vi guarda incuriosito e magari un po’ diffidente, offritegli un bicchiere di vino e spiegategli perché siete lì, ve lo farete amico in un istante e brinderete insieme. Perché niente unisce più di un sentimento comune, di un abbraccio in curva, di un coro gridato insieme fino a restar senza voce.

Ma noi non dovevamo trovare l’eccellenza?

Un tale Luigi Veronelli diceva: «il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale».

Come dite? Non è altro che una provocazione?
Ma Diego, in fondo, non era il D1OS delle provocazioni?

Alla salute

 

Questo vino ce lo beviamo su….

Da idolo del calcio a icona dell’arte