di Vis Roboris – foto Simona Mandato

 

 

La storia della buca della “Rota degli Esposti” a Napoli è una storia d’infanzia abbandonata. Allo stesso tempo è anche una storia di resilienza, e, in un’ultima analisi, anche una storia di riscatto sociale.

Allora per raccontare e ripercorrere, dal punto di vista del vino, questa vicenda che potremmo sintetizzare in 3 parole (disagio, resilienza e riscatto) ho scelto 3 elementi dell’enologia campana: un vitigno, un territorio e una denominazione.

Per rappresentare il disagio sociale di quei  bambini non voluti, ma anche malati o storpi, ho scelto uno dei vitigni forse meno conosciuti e più negletti dell’enologia campana: il Pepella.

Il Pepella non è solo un vitigno umile e quasi dimenticato (sono poche vigne, generalmente vecchi ceppi con una resa bassissima), ma è letteralmente un vitigno “storpio”, imperfetto. Il nome Pepella, infatti, è dovuto al fenomeno dell’acinellatura (la mancata fecondazione del fiore che quindi non cresce in dimensioni, pur maturando ed essendo vinificabile) che porta ad una difformità di dimensione degli acini, per cui il grappolo ne presenta in genere alcuni normali e altri della grandezza di un granello di pepe. Un vitigno, quindi, apparentemente malnutrito e rachitico, proprio come i giovani ospiti della Santa Casa dell’Annunziata.

Terrazzamenti e muretti a secco per la viticoltura in Costiera Amalfitana

Questa non doveva essere un luogo ameno, piuttosto un ambito dove era necessaria resilienza (la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà) per andare avanti. Il territorio della Costiera Amalfitana, paesaggisticamente stupendo, ma piuttosto ostico per la viticoltura, incarna perfettamente il concetto.

Un territorio esiguo e impervio: pendenze di oltre il 60 per cento, stretti terrazzamenti strappati alla montagna che si arrampicano fino a 700 metri, muretti a secco a picco sul mare, fazzoletti di vigna dalle dimensioni talmente ridotte da essere impensabili, ripidi scalini dal profilo irregolare. Parlare di resilienza e viticoltura eroica in Costa d’Amalfi non è un’iperbole, grazie a produttori che si misurano con vitigni autoctoni sconosciuti ai più, tra cui appunto il Pepella.

E’ innegabile che l’istituzione della “Rota degli Esposti” abbia dato una seconda possibilità a migliaia di bambini, che appunto nascevano una seconda volta.
Per questo motivo parlare di riscatto sociale, non ci pare un azzardato: la denominazione Costa d’Amalfi DOC fa giustizia di un territorio per troppo tempo ignorato dal punto di vista enologico; è l’archetipo della rinascita e del riscatto.

Essa prevede tre sottozone territoriali: Furore, Ravello e Tramonti, mentre dal punto di vista ampelografico è praticamente impossibile elencare tutte le varietà presenti nei terrazzamenti della Costa d’Amalfi, tra cui ovviamente il Pepella. La denominazione, in anni recenti, ha conosciuto un vero e proprio riscatto, salendo alla ribalta grazie a pochi produttori che realizzano vini oggi unanimemente riconosciuti.

Tra questi ho scelto il Costa d’Amalfi Tramonti Bianco DOC “Per Eva” – Tenuta San Francesco prodotto da uve Falanghina, Pepella e Ginestra (date le esigue quantità, non esiste un Pepella in purezza). Il colore è un giallo paglierino, i profumi sono intensi: si percepiscono note di fiori bianchi, aromi fruttati di pesca, ananas e albicocca. Al palato è ampio, avvolgente con gli aromi fruttati bilanciati da una vivace freschezza e da note sapido-minerali. l finale è lungo e persistente… proprio come le vite degli Esposti che nascevano una seconda volta, come figli della Madonna.
Che sia poi prodotto da una azienda che porta il nome del Santo degli Ultimi (Francesco) e le uve provengano da ‘Vigna De’ Previti’ a Tramonti (come coloro che con abnegazione mantenevano in vita l’istituzione della Casa dell’Annunziata) sarà forse solo una strana, piccola coincidenza…

 

Questo vino ce lo beviamo su….

La buca della “Rota degli Esposti” a Napoli