…e rivivendo i nostri personali ricordi.

 

di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

 

Ogni aggettivo o espressione usata per descrivere il terremoto che 40 anni fa colpì le province di Avellino e Salerno è stato nel tempo consumato e consunto al punto tale da risultare quasi inservibile.
Risulta quasi ridondante e banale provarne a tracciare ancora un profilo senza cadere nel ‘già visto’ ‘già letto’ ‘già sentito’.
E così, parlo di me.

Pur avendo neanche 7 anni resta forse l’episodio della mia prima infanzia che ha lasciato nella memoria le tracce più corpose, e probabilmente indelebili.
Accucciati sotto il tavolo mentre tutto era buio.
La discesa per le scale, in silenzio, impauriti, con gli altri condomini che ti passavano accanto come ombre di fantasmi.
La prima notte passata in macchina nei giardinetti antistanti casa, dove si riunì un nugolo di auto parcheggiate ove possibile.
I primi, preoccupati tentativi di rientrare in casa per far la conta di cosa era andato perduto e cosa si era salvato.
Alcuni episodi restano nitidissimi nella memoria… poi il ricordo si fa più sfumato, via via che la vita ritornava nei binari usuali; almeno per chi, come noi, non ha patito perdite significative.
Quante similitudini con la situazione attuale.
Il raccoglimento ed il senso di protezione offerto dalla famiglia: queste forse più di tutte le emozioni vive di quei giorni singolari.

Dovendo pensare ad un vino da affiancare mentalmente a quel fine novembre, istintivamente sarei portato a figurarmi un’etichetta di Antonio Caggiano, magari un Salae Domini; realtà produttiva nata sul finire degli anni ’80, per volontà dei suo anfitrione, giramondo che fu magneticamente attratto nella sua terra natia dopo le devastazioni del terremoto appunto, e le cui tracce profonde sono riportate tanto nel logo quanto nella cantina stessa, realizzata con i materiali di risulta proprio dei crolli.

E invece il mio sentire mi porta verso il Taurasi Campoceraso della famiglia Stuzziero, in quel di Venticano. Pur avendo la storia del vino campano oltre 2000 anni, e anche se, all’epoca della fillossera (inizi del ‘900) il vino di Taurasi raggiungeva i più prestigiosi distretti enoici europei a rimpinguare le cantine falcidiate dal terribile afide, la storia dell’enologia campana moderna di qualità risulta essere piuttosto giovane, praticamente contemporanea.
E prima del terremoto le realtà imbottigliatrici irpine si contavano sulle dita di una mano: tra queste, Struzziero.
Visceralmente irpini, sistematicamente lontani dai radar e dalle iperboli della comunicazione moderna, integri ancora prima che integralisti, hanno sempre fatto parlare nient’altro che la terra, attraverso le vibrazioni di vita che si fanno rossa linfa di bacco.

Il Campoceraso non strizza l’occhio a nessun modernismo o faciloneria: è una spada che divide i dubbi dalle certezze. Un dato: non troverete annate quali 2002, 2003, 2005 e 2006 perché non ritenute dalla famiglia adeguate a meritare la fascetta del Taurasi.
E’ una tellurica emanazione floreale, un rincorrersi di spezie e conce arcigne e dure a risolversi, anche in tempi lunghi, un palindromo acido/tannico di severo fulgore.
Di radici salde al suolo, famiglia e terra è il manifesto più rappresentativo.

Per approfondire….

Vi inviatiamo ad ascoltare questo audio:

il 23 novembre 1980 una radio locale stava trasmettendo, e contemporaneamente registrando, e così ha registrato tutto l’audio del terremoto, sembrano delle bombe in guerra… I boati terribili creano uno stridore con l’allegria della musica folk che nemmeno a volerlo fare a posta… e poi all’improvviso attacca un pezzo martellante dei Kraftwerk….

Questo vino ce lo beviamo su….

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