La terra del mito raccontata tra le sale di un castello

Testo e foto di Francesca Guadagno

 

Oggi voglio raccontarvi di un museo molto speciale, spesso poco conosciuto ma preziosissimo per ciò che raccoglie e per il luogo stesso che ospita le collezioni.

Ma cos’è un museo?

Sono andata a cercare la definizione ufficiale:

Busto di Athena, Museo dei Campi Flegrei

Museo: dal lat. Museum, gr. Mūseóon, der. di Mûsa ; propr. “luogo sacro alle Muse”. Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto. (Definizione dell’International Council of Museums, 2007).  

Eppure mi chiedo se corrisponde alla vera esperienza dell’utente, di colui che magari la domenica sceglie di esplorare il museo dietro casa. Tutto è giustissimo ovviamente, c’è educazione, diletto, studio, eppure manca qualcosa… Se potessi, aggiungerei la parola emozione.

Lasciamo Napoli e dirigiamoci verso nord, nella baia di Pozzuoli, culla dei primi insediamenti greci che definirono Phlegràios (ardente) quelle terre vulcaniche, brucianti e odorose di zolfo che costruirono nell’immaginario antico un mondo di sibille, ingressi dell’Ade, laghi che nascondevano oscuri segreti e giganti inferociti. Eccoci nei Campi Flegrei, terra del mito, piccolo paradiso terrestre ambìto dalla classe dirigente dell’Impero romano che la dotava di ninfei, ville e terme, e dove ancora oggi le spontanee sorgenti di acque calde sono una grande attrazione.

Il bradisismo, fenomeno di origine vulcanica, ha provocato nei secoli un innalzamento del mare, che ha finito per inghiottire varie strutture di antiche ville romane. Tutti i Campi Flegrei, ed il mare che lo costeggia, hanno restituito nel tempo una enormità di reperti, risalenti ai primi greci che abitarono Cuma, alla fase dell’occupazione sannitica, passando per l’età romana e fino all’epoca bizantina. Ed ecco che così nasce un museo, prima ancora che un luogo venga prescelto per ospitarli, quell’insieme di oggetti che già raccontano storie, culture e tradizioni, sono già essi stessi un luogo e un’istituzione.

La vista dal Castello di Baia sui Campi Flegrei

La scelta del luogo fisico in cui collocarli per farli fruire al pubblico, è caduta su un edificio di grande suggestione che racconta l’evoluzione quattrocentesca della baia.

Superiamo Pozzuoli, il lago d’Averno e Lucrino, ci inerpichiamo verso il punto più alto del promontorio per raggiungere Baia, frazione del comune di Bacoli, ed il castello voluto dagli Aragonesi tra il 1490 e il 1493 per potenziare il sistema di difesa costiera. E’ qui che nel 1993 – giusto 500 anni più tardi! – è nato il museo dei Campi Flegrei, in una serie di sale adiacenti al corpo centrale del castello, raggiungibili da rampe che assicurano una vista mozzafiato sulla baia! La successione topografica e cronologica guida il visitatore attraverso la storia e l’arte di tutta la terra flegrea. Dopo anni molto difficili di alti e bassi tra ambienti inagibili, chiusure e mancanza di personale, il percorso è finalmente godibile quasi nella sua totalità.

Parlavamo di emozione…e qui davvero si prova in modo diverso in ogni sezione. Si parte dalle radici della nostra cultura e ci addentriamo nella vita di quei greci che nel tempio di Apollo a Cuma lasciavano piccoli oggetti devozionali realizzati in terracotta: piedi, mani, dita, statuette. Ex Voto. Oltre 2000 anni scompaiono.

Ex voto in terracotta di epoca greca dal Museo di Baia

Penso alla nostra ancora attualissima tradizione napoletana di ex voto in argento: piedi, mani, gambe, corpi, la storia continua e si ricongiunge nei secoli attraverso un filo rosso che proprio il museo ricuce. Questi sono tra i reperti che a livello emozionale amo di più in questo luogo, ci parlano della quotidianità, ma lo fanno anche alcuni vasi di piccole dimensioni dalle semplici decorazioni geometriche, che progressivamente evolvono in rappresentazioni figurate che giocano unicamente con il rosso della terracotta e il nero. Andate a scovare quello alto pochi centimetri, panciuto, con dei soldatini con elmo e grande scudo circolare che li nasconde quasi completamente: sembrano compiere una danza intorno alla circonferenza del contenitore. Oggetti fondamentali che ci aiutano a delineare usi, costumi, materiali e tecniche.

Scena di banchetto in una tomba dipinta del IV sec. a.C.

Tra gli oggetti meglio conservati sono quelli provenienti dalle necropoli, dal materiale fittile di vario tipo, ai gioielli preziosi e bellissimi di membri dell’alta società. A volte è la tomba stessa capolavoro, come quella dipinta nel IV secolo a.C. proveniente dalla zona di Licola, esempio eccellente di quella tradizione ampiamente testimoniata nella zona di Paestum. Ricostruita nel percorso museale, la tomba in lastre di tufo coperta a spioventi è internamente decorata a fresco e mantiene ancora intatta la qualità dei colori e dei dettagli. Una scena apparentemente gioiosa è in realtà un inno al passaggio ad un’altra vita, la morte viene celebrata con un banchetto. Una donna seduta su una panca offre al marito un melograno; lui è disteso su una klìne (il letto per i banchetti) ed un’ancella si avvicina con una brocca di vino. Sui lati interni del tetto una linea nera definisce corpi nudi maschili di ginnasti, sinuose fanciulle accennano movenze delicate e giovanotti raffigurati di profilo allietano la scena col suono di flauti.

Qui il colore la fa da padrona, ma anche laddove il colore diventa un monotono bianco, la bellezza trova altro modo per esprimersi. E’ la lingua del marmo che adesso troviamo nelle sculture dell’età romana, rinvenute in gran numero. Come quelle provenienti da Pozzuoli, dove in età augustea si era voluto creare un esempio di publica magnificentia, un abbellimento politicamente programmato di spazi ed edifici pubblici. Quanta delicatezza vibra in ogni centimetro della statua femminile del tipo detto “Syon House-Monaco”! Il modello, noto attraverso numerose copie, era spesso usato per la ritrattistica di principesse imperiali. Il panneggio della veste sembra bagnato così tanto da aderire al busto come una seconda pelle, le pieghe si costruiscono in strette sequenze di onde che ingannano la durezza della pietra dandoci l’illusione della morbidezza, come accade per i capelli ondulati e i delicati lineamenti del viso. Suggestivo anche l’allestimento di questo ambiente, sulla terrazza più alta del museo, all’interno le pareti scure fanno ancor più risaltare le sculture.

Statua femminile del tipo Syon House-Monaco

Infine una piccola grande curiosità nascosta tra i frammenti esposti al museo. Negli anni ’50, in un in un ammasso di detriti di un ambiente di servizio nelle cosiddette terme di Baia, furono individuate centinaia di parti di sculture in dimensioni dal vero, realizzate in gesso. Quelli che apparentemente potevano sembrare scarti di lavorazione si sono rivelati essere qualcosa di molto più prezioso per la conoscenza della statuaria antica. Infatti ci troviamo di fronte ad un vero e proprio atelier in cui si realizzavano calchi di bronzi greci (questi ultimi ad oggi completamente perduti) che servivano poi alla realizzazione delle copie in marmo comunemente richieste dalla classe dirigente romana. Esse, lungi dall’essere considerati banali falsi come potremmo considerare noi oggi la copia di un capolavoro, erano invece una vera e propria ostentazione di grande raffinatezza. Così nel museo si può passeggiare tra busti, gambe muscolose, splendide Amazzoni dalle complesse acconciature, un’Atena dal piglio deciso di combattente, oppure un gruppo di Tirannicidi (di cui una versione più famosa è al Museo Archeologico di Napoli).

Torniamo così all’apertura di questo articolo: cos’è un museo? E’ un luogo sì, ma è soprattutto l’Emozione del viaggio attraverso oggetti che parlano di storia, cultura, vita e morte di uomini e donne, in apparenza lontani nel tempo e nello spazio. Lasciamo l’ultima sala e torniamo sulle rampe che portano a ritroso verso l’ingresso, e salutiamo questo Museo. Andiamo via portando dentro di noi un’esperienza unica e spero che un pizzico di tutto ciò vi abbia stimolato a guardare un museo con occhi diversi…  

 

Per approfondire:

Museo archeologico dei Campi Flegrei: Catalogo generale, vol. 3, a cura di Paola Minieri, Fausto Zevi, Electa Napoli, 2008

 

Beviamoci su…

Il vino da degustare davanti al…Museo Archeologico dei Campi Flegrei