La nostra intervista alla curatrice Valeria Sampaolo su una mostra che approfondisce aspetti meno conosciuti della gladiatorìa

di Simona Mandato

foto: Mario Laporta (copertina) e Valentina Cosentino per MANN, ChrisO, De Felice/Annunziata

A breve riapriranno i musei dopo una lunga pausa, e finalmente potremo andare a visitare anche la mostra “Gladiatori”, presentata in anteprima digitale il 31 marzo dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nel frattempo ho raggiunto telefonicamente il curatore della mostra, Valeria Sanpaolo. A lungo funzionario alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta, dal 2009 al 2015 ha ricoperto l’incarico di direttore del Museo Archeologico di Napoli, e poi di curatore presso lo stesso Museo fino al suo pensionamento nel 2018. Entusiasta per aver potuto curare la mostra come consulente, Valeria Sanpaolo mi ha confessato che “questo è un lavoro troppo bello e coinvolgente, ed è difficile distaccarsene”.

Nel passato recente già altre mostre avevano indagato il mondo dei combattimenti che in epoca romana esaltavano gli animi del pubblico nelle arene di tutto l’Impero. A questa esposizione si è voluto perciò dare un taglio un po’ diverso, e noi l’approfondiremo appena potremo andare a visitarla di persona. Nel frattempo, con Valeria Sampaolo cerco di  capire alcuni aspetti di quella cultura, messi in risalto dalla mostra al MANN.

La mostra Gladiatori al MANN. In primo piano l’Afrodite dall’anfiteatro di Capua (foto V. Cosentino)

“Gladiatori” esplora il mondo gladiatorio a tutto tondo. Che società era quella che si esaltava con “giochi” così atroci?

Questo è un punto cruciale: è differente il punto di vista che abbiamo noi oggi su quel fenomeno, e il modo in cui invece lo vivevano gli antichi. Si trattava certo di spettacoli sanguinari e crudeli, e per questo Cicerone e Seneca li condannavano. Eppure c’era una componente che tutti ammiravano: il coraggio dei gladiatori di affrontare la morte a testa alta, tanto che Cicerone stesso li paragonò al Popolo Romano, perché erano capaci di morire fieri e di non soccombere in servitù. Noi invece conosciamo la gladiatura così come la vediamo nei film.

Dalla mostra “Gladiatori” al MANN (foto M. Laporta/KONTROLAB)

Beh sì, quasi un rito tribale finalizzato ad uccidere l’avversario e basta. Non era così?

Non era così. In realtà il pubblico si appassionava e ammirava l’abilità tecnica dei duellanti, che spesso non combattevano neanche ad armi pari. Il caso tipico era quello del retiarius che era privo di una vera arma da offesa: era dotato solo del galerus, un paracolpi in metallo che gli proteggeva spalla e gola dai fendenti, e di un tridente per difendersi tenendo lontano l’avversario. L’altro invece era armato di tutto punto, ed aveva un elmo privo di cresta proprio per evitare che la rete, l’unica vera arma del reziario, vi si impigliasse imprigionandolo. Il pubblico si esaltava per l’abilità tecnica dei duellanti.

Poi però, il pubblico decideva la loro sorte con il pollice in alto o verso…

Non era il popolo a decidere, contrariamente a quanto si crede. Il combattimento finiva per decisione dell’arbitro, spesso con la morte. Ce lo testimoniano le numerosissime iscrizioni rinvenute, ne abbiamo riportate alcune nelle proiezioni multimediali della mostra. Una proveniente da Efeso, scavo che ci ha restituito moltissimo in merito ai gladiatori, afferma: “Avevo vinto, ma il mio avversario non era morto. Per decisione dell’arbitro sono qui”. La decisione veniva poi ratificata dall’editor, l’organizzatore dello spettacolo che a Roma era l’imperatore, in altre città erano i magistrati. Talvolta è vero, la decisione veniva presa dall’editor in base alla tifoseria, ma per una mera questione di convenienza politica.

Mostra “Gladiatori” al MANN: lastre tombali da Paestum e il cratere di Patroclo (foto V. Cosentino)

Si sa che i combattimenti avevano un fine politico…

Proprio così, per tenere dalla propria parte il pubblico che pesava sull’andamento della politica. Tanto che Cicerone promulgò la Lex Tullia per vietare, a chi volesse candidarsi, di organizzare giochi gladiatorii nei due anni precedenti alla sua candidatura politica. Questo proprio perché si sapeva che i combattimenti delle arene costituivano uno strumento per acquisire consenso politico.

Eppure, anche la plebe, che non aveva diritto di voto, poteva accedere agli spettacoli…

Sì certo, ma sui palchi più in alto della summa cavea, che spesso erano in legno aggiunti alla struttura architettonica e molto distanti dall’arena, non si sa bene cosa riuscissero davvero a vedere. Negli anelli situati più in basso, la ima cavea, sedevano l’imperatore e gli altri politici, le vestali, i sacerdoti…

C’era sicuramente anche un bel giro di denaro…

L’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere (foto Dom De Felice/Carla Annunziata)

Intorno ai giochi gladiatori c’era un mondo di scommesse enorme, giravano tantissimi soldi, tant’è che i ludi erano una delle più cospicue fonti di approvvigionamento per l’erario, attraverso i tributi che il lanista doveva versare (oggi descriveremmo il lanista come un imprenditore che acquistava e allenava i gladiatori, per poi vendere ai politici, gli editor, il pacchetto di lottatori per un certo evento, n.d.r). La sera prima dei giochi veniva indetta una caena libera dei gladiatori, ossia aperta al pubblico che vi poteva assistere, così che ognuno potesse verificare di persona in che condizione fosse ciascun gladiatore, per poi decidere su quali scommettere il giorno dopo.

Si può fare un paragone con il calcio nella nostra epoca?

Il paragone con l’attuale tifoseria per il calcio è più che calzante. Da un lato quegli uomini erano disprezzati dal punto di vista sociale perché provenienti da altri paesi e perché non di origini nobili. Ma dall’altro lato venivano esaltati come idoli, e un gran numero di iscrizioni rinvenute lo testimoniano, moltissime da Pompei.

La mostra approfondisce anche il tema degli anfiteatri, e restituisce a quello di Capua l’importanza che ebbe in antichità, il secondo più grande pervenutoci dopo il Colosseo…

Sì, e doveva essere anche molto bello: normalmente i settori erano distinti da numeri, ma a Capua si è capito che erano individuati dai busti delle divinità, alcuni dei quali sono stati ritrovati sul posto. Nell’anfiteatro di Pozzuoli e nel Colosseo a Roma, invece, i settori erano numerati. Le scale erano all’interno per evitare l’affollamento, e grazie ad un’architettura geniale, pensata per rendere gli accessi ordinati, si riusciva ad evitare la calca.

Su tutto il territorio che fu parte dell’Impero Romano sono stati rinvenuti degli anfiteatri. Ma la Grecia, patria della filosofia e del teatro, si lasciò affascinare da questo tipo di spettacoli, consoni piuttosto ad una società per vocazione dedita a manifestazioni virili?

Affresco della taurocatapsia dal Palazzo di Cnosso a Creta (foto ChrisO)

Non abbiamo testimonianze dall’Ellade sull’argomento, a parte quelle da Efeso, che però era in Anatolia e aveva dunque una mentalità diversa, sebbene fosse ellenizzata. Gli spettacoli prevedevano anche gare di abilità nell’affrontare le bestie che ricordavano le taurocatapsie greche, i salti sul toro in cui brillava l’abilità di evitarne le corna, ma anche gli scontri fra animali, tori ed elefanti ad esempio, o quelli in cui i gladiatori si affrontavano in una lotta con cavallo. Possiamo supporre che questo tipo di gare sia stato maggiormente apprezzato dai Greci. (Le esibizioni di salto sul toro sono ancora in uso in Portogallo, Spagna e Francia del Sud, n.d.r.)

“Gladiatori” intende approfondire chi c’era sotto l’elmo. E allora, chi è l’uomo sotto l’elmo di gladiatore?

Oltre a schiavi e galeotti, molti erano uomini liberi che sceglievano di fare questa vita, e con essa accettavano un destino, consapevoli di poter morire ad ogni combattimento. Loro intento era dimostrare di valere, di svolgere bene il ruolo di combattente, così apprezzato dal pubblico. Dalle iscrizioni viene fuori un senso di fatalità che colpisce. Si leggono iscrizioni di genitori che hanno dedicato un monumento al loro figlio diciottenne morto nell’arena, altri venivano eretti in onore dei gladiatori dalle loro mogli. Eppure, sopravvivere era possibile. Un’iscrizione dice: “Ho vinto tredici volte”. Se si considera che un gladiatore in un anno combatteva tre, quattro volte, si desume che lui avesse combattuto per circa quattro anni. Dalle necropoli di gladiatori, l’esame del DNA degli scheletri indica un’età media intorno ai trent’anni.

La mostra espone degli scheletri provenienti da una necropoli di gladiatori ritrovata a York: da cosa si desume che fossero gladiatori?

Essenzialmente dal tipo di ferite rinvenute nelle ossa: sono tutti o decapitati o uccisi con una spada che è entrata dalla gola, che era il tipico modo di finire l’avversario condannato a morire.

Lastra tombale lucana da Paestum (foto M. Laporta/KONTROLAB)

Eppure il gladiatore era un eroe, una sorta di divo…

Divi che furono esaltati nel loro successo dagli epigrammi di Marziale, e immortalati dai commenti ironici di Giovenale sul comportamento delle matrone, anche quelle di altissimo lignaggio, che amoreggiavano con i gladiatori. Poi ci sono le leggende nate intorno a queste storie…Nel Quadriportico di Pompei dove erano acquartierati i gladiatori, fu ritrovata una donna, e si dice che fosse andata a trovare uno di loro. La realtà è invece, che tra le quindici persone che si rifugiarono lì durante l’eruzione, c’era una donna che indossava anelli e bracciali!

L’origine dei duelli in onore dei defunti si dice etrusca, ma compaiono sia nella pittura vascolare greca (come nel vaso di Patroclo esposto in mostra) che nelle lastre tombali dalle necropoli lucane di Paestum

La questione se l’origine dei giochi gladiatorii sia etrusca o italica è ancora dibattuta. Si propende per quella etrusca, ma indipendentemente se gli Etruschi provenissero o meno dall’oriente, è chiaro che la gladiatorìa è di derivazione greca. Omero racconta che sulla pira di Patroclo, per le gare funebri in onore dell’amico, Achille fece combattere in duello armato Aiace e Diomede; seguirono poi lotte di pugilato e altre gare. Questo uso emerge anche dalle tombe dipinte di Paestum, che sono lucane sì, ma influenzate dai Greci.

Il vaso in mostra: al centro, la pira di Patroclo (da Canosa, 340-320 a.C.)

E’ interessante poi, che nella data di inizio genericamente indicata per i giochi a Roma, il 264 a.C. in occasione del funerale di Giunio Bruto Pera, i suoi figli eseguirono un combattimento fra di loro in onore del loro padre defunto. Nel 208 a.C. Scipione l’Africano organizzò in Spagna dei giochi gladiatorii in onore di suo padre e suo zio, morti da comandanti eroici nella Seconda Guerra Punica, e Livio racconta che non furono schiavi o prigionieri ad offrirsi, ma dei liberi, soldati che volevano rendere onore al comandante, o che volevano mostrare la loro abilità nel combattimento.

Anche in questo caso si può parlare di “osmosi culturale” tra le diverse etnie?

Il merito di aver per primo mescolato il mondo conosciuto fu di Alessandro Magno che portò la grecità in Asia, dove il greco divenne la lingua ufficiale, in una grande koiné in cui ognuno si riconosceva. Successivamente fu merito dei Romani di accogliere le culture dei popoli da loro sottomessi, e non volerle cancellare. E dunque sì, anche riguardo ai giochi gladiatorii si può dire che siano frutto di quella osmosi fra culture confinanti o sottomesse.

Questa mostra conclude il ciclo di Pompei e gli Egizi, i Greci, gli Etruschi, e Pompei e Roma. Quanto c’era di “romano” effettivamente, e quanto invece Pompei era una città cosmopolita? E quanto cosmopolita era Roma?

Dipende dai momenti storici che si prendono in considerazione. Alcuni imperatori, come Adriano e Traiano, erano stranieri, Settimio Severo era addirittura africano. Ai Romani bastava che ci si riconoscesse nella legge romana: era questo il vero elemento unificante, non la razza di appartenenza. A Pompei era la stessa cosa. Sebbene fosse un centro di provincia poco significativo, aveva un tempio dedicato a Iside, dove c’erano delle lastre con geroglifici di importazione, e si può presumere che qualcuno fosse capace di leggerli; i mosaicisti di Alessandro provenivano da officine alessandrine. Eppure, tutti questi elementi etnici erano ben inseriti nella vita della città. Quella romana era una società che si mescolava molto facilmente.

Non passa inosservato l’accostamento che è stato fatto con l’arte contemporanea di Giorgio De Chirico…

De Chirico ha rappresentato innumerevoli volte i gladiatori: fu un suo modo di manifestare il suo dissenso per il regime fascista, che esaltava le manifestazioni di virilità. Nei suoi dipinti, De Chirico mette in mostra l’altro aspetto dell’uso della forza, le sue conseguenze letali. Abbiamo scelto di esporre anche un quadro di Francesco Netti da Capodimonte in cui si vede un gladiatore che partecipa ad un banchetto in onore del loro successo.

Suggerisco anche di vistare l’interessante sezione Gladiatorimania, che è stata sistemata nel Braccio Nuovo del Museo Archeologico.

La mostra “Gladiatori”, che è un approfondimento sui combattimenti nelle arene, diventa dunque occasione per capire di più del mondo antico romano e dei valori che lo animavano. E nel contempo anche per comprendere qualcosa in più dell’interazione con le altre culture – europee, asiatiche o nordafricane – che con quello vennero a contatto. Lascia intravedere come gli incontri fra popoli, anche fra conquistatori e sottomessi, fu un mescolarsi ed influenzarsi a vicenda, aldilà delle intenzioni di ciascuno. Era quello un mondo in cui ai valori virili del combattimento si appaiavano quello dell’onore sì, ma anche del rispetto delle altrui culture. Culture che si insinuarono negli interstizi di quella romana molto più spesso di quanto noi generalmente supponiamo.

Attendiamo con ansia di visitare la mostra di persona!

Gladiatori

Visitabile a partire dal 26 aprile e aperta fino al 6 gennaio 2022

Museo Archeologico Nazionale di Napoli

https://www.museoarcheologiconapoli.it/it/biglietti-ed-info/orari-e-tariffe/