Un’esperienza artistica dal forte potere evocativo

testo e foto di copertina Francesca Guadagno

 

La chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, ingresso – foto F. Guadagno

Lasciataci alle spalle piazza Carità e costeggiata la caserma Pastrengo, sistemata in quello che era un tempo parte di un convento e chiostro monumentale, arriviamo in un insospettabile slargo non aggredito da veicoli parcheggiati né in transito. Piacevolmente lo attraversiamo mentre ci avviciniamo all’ingresso della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, un tempo appartenente all’ordine degli Olivetani. Dopo brevi gradini e un saluto all’insigne architetto Domenico Fontana, la cui tomba è nel vestibolo, entriamo in uno degli scrigni di arte rinascimentale forse più insospettabili e trascurati di Napoli. A troppi sono ignote le cappelle che rappresentano un vero e proprio viaggio nel tempo – il 1400 – e lo spazio – la Toscana -. La tentazione sarebbe andare verso il più famoso refettorio, capolavoro napoletano di Giorgio Vasari, ma di questo vi parleremo in altra occasione, adesso vi accompagniamo in una speciale cappella collocata sulla destra, appena superata la sequenza delle cappelle laterali.

Un grande ambiente rettangolare introduce alla cappella che ospita il Compianto sul Cristo morto, opera in terracotta realizzata nel 1492 dal modenese Guido Mazzoni.

Entriamo in silenzio mentre ci avviciniamo al gruppo scultoreo di personaggi a grandezza naturale. Il silenzio ci permetterà di percepire il lamento sommesso della Maddalena dalle labbra leggermente aperte o il dolore contenuto del riccioluto san Giovanni. In fondo, la Maria madre di Gesù non ha retto allo strazio del corpo esanime del Figlio, seduta si lascia andare con una mano mollemente abbandonata sullo stesso grembo che un tempo aveva cullato il bambino e l’altro braccio si apre a fatica, come se offrisse quel sacrificio che è anche il suo di madre. Il silenzio si scioglie mentre questi suoni diventano reali, sommesse voci, lamenti, ed intanto i piedi di Cristo bucati dai chiodi, si offrono prepotenti alla nostra vista e piano piano ci sentiamo indissolubilmente partecipi del dolore, della storia, di un momento eterno.

Compianto di Guido Mazzoni, la Maddalena, Napoli – foto Giovanni Allocca

Il compito dell’artista si è pienamente palesato, perché è il coinvolgimento violento e straziante il fine ultimo di un genere artistico che esplode in Italia centro settentrionale nel 1400. L’utilizzo di materiali semplici come la terracotta e il legno e un’eccessiva espressività dei personaggi, considerata poco elegante in ambienti borghesi, ha relegato il genere dei Compianti scultorei nella categoria un po’ dispregiativa di “arte popolare”.

Il fecondo solco tracciato in particolare dalle sacre rappresentazioni molto popolari soprattutto nei paesi del nord Europa, in cui gli eventi legati in particolare alla Passione di Cristo venivano inscenati come uno spettacolo teatrale, trova in Italia forte impulso con San Francesco d’Assisi. E’ il suo presepe vivente, organizzato a Greccio nel 1223, a poter essere considerato la prima sacra rappresentazione nel nostro paese. Il Santo porta l’evento sacro della nascita al livello della comprensione umana, consentendo la partecipazione del fedele come se quella nascita santa si svelasse esattamente in quel momento e davanti ai suoi occhi. La divulgazione della vita di Cristo e la sua Passione diventano, grazie all’intervento degli ordini monastici, sempre più alla portata del popolo ed anche testi come il Laudismus de Sancta Cruce, del francescano Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274), le Meditationes Vitae Christi di Giovanni de Caulibus da San Gimignano o le Revelationes di santa Brigida di Svezia (1303-1373) si rivolgono a questo nuovo approccio di sentimento e partecipazione.

Suscitare nel fedele una forte immedesimazione diventa lo strumento per riavvicinarlo alla parola di Dio e alla Chiesa dopo un periodo di crisi dovuto alla decadenza e alla sofisticazione dei linguaggi teologici.

Guido Mazzoni, Compianto sul Cristo morto, chiesa di San Giovanni Battista, Modena, foto

Tra Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia col passare del tempo si intuisce il potere evocativo di questi veri e propri teatri del dolore che sono i Compianti, inizialmente in legno, poi sempre più spesso in terracotta, in ogni caso sempre dipinti in tutti i dettagli. Il gruppo napoletano, opera in terracotta originariamente policroma di Guido Mazzoni (Modena 1450 ca. – Modena 1518) nel 1492, è tra i rarissimi esempi del genere che possiamo vedere al sud Italia.

Siamo in pieno regno aragonese (1443-1503), in un clima artistico di grande fervore artistico che porterà alla chiamata di artisti dalla Spagna, terra originaria dei nuovi re napoletani, (per il Castel Nuovo e il suo arco), e attraverso le rotte commerciali all’arrivo di numerose maestranze toscane ed emiliane. Il Mazzoni, distintosi per il suo lavoro, viene chiamato a Napoli per l’allestimento di spettacoli e feste per un carnevale in Castel Capuano nel 1492, anno in cui datano pagamenti per l’opera già completata.

Compianto sul Cristo morto, Napoli – foto S. Mandato

Procediamo ora ad una ricognizione dei personaggi partendo dalle figure femminili alle spalle di Cristo. Accasciata al suolo con la testa rivolta all’indietro è Maria, sorretta da Maria di Salomè, alla destra di quest’ultima (e dunque a sinistra dell’osservatore) Maria Maddalena con una lunghissima chioma e una ardita posizione protesa in avanti è la figura più dinamica del gruppo. Lavorare la terracotta, data la fragilità del materiale, non era affatto semplice, ma il Mazzoni dimostra, nella resa dei dettagli dei volti e delle vesti così come in questa Maria con il peso del corpo tutto proteso in avanti, una grande abilità tecnica.

Giuseppe d’Arimatea dal gruppo del Compianto del Mazzoni, S.Anna dei Lombardi – foto Luciano Pedicini

Proseguendo la ricognizione dei personaggi si offre ai nostri occhi un uomo inginocchiato, il volto mesto, una mano poggiata sulla borsa che pende dalla cintura come se nell’atto di inginocchiarsi dovesse tenerla aderente all’abito, l’altra mano si sta allungando in avanti. In questo Giuseppe d’Arimatea (nei compianti è sempre presente ed è sempre a sinistra) si riconosce il committente, Alfonso II, di cui l’artista indaga ogni ruga del volto e la ricchezza dell’abito. Allo stesso Mazzoni fu commissionato un busto in bronzo del re, oggi visibile presso il museo di Capodimonte e che può fornire una conferma sul personaggio qui raffigurato.

Scavalchiamo ora i piedi di Cristo e incontriamo un altro personaggio maschile, anch’egli genuflesso, lo sguardo sembra perso nel vuoto, la bocca è semiaperta e lascia intravedere i denti, e le rughe lasciano intendere si tratti di un uomo avanti con l’età. Quest’ultimo è Nicodemo, che aveva aiutato Giuseppe a calare giù dalla croce il corpo. Per lui si è variamente dibattuto se si trattasse del ritratto del poeta Sannazzaro o di Giovanni Pontano. Segue Maria di Cleofa con le mani congiunte e un lungo velo che le copre il capo e scende fino ad oltre metà delle spalle; chiude il cerchio San Giovanni, caratterizzato da una chioma riccioluta e il cui gesto di sommessa disperazione con le braccia leggermente aperte sembra fare pendant con la Maddalena.

Guido Mazzoni, Busto di Alfonso d’Aragona – foto da Museo di Capodimonte

Originariamente il gruppo era policromo, come ancora si può vedere in alcuni Compianti del nord Italia. Anche se oggi ci sembra più intimo e suggestivo il colore naturale della terracotta, non è così che la committenza del tempo li richiedeva, ed anzi i colori rafforzavano agli occhi del popolo la drammaticità e l’empatia. Una serie di interventi di restauro, in particolare una discutibile ridipintura ad imitazione del bronzo nel 1882 ed una serie di interventi successivi hanno denudato le statue di tutti i colori.

Questo esempio, unico a Napoli, rende la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi una meta imprescindibile per la conoscenza di Napoli per ogni turista, e fondamentale per ogni napoletano. Il quale spesso si confonde tra il nome corrente della nazione lombarda e quello di Monteoliveto a cui ancora richiama la toponomastica urbana. E questo perché la chiesa fu inizialmente affidata, dopo la sua fondazione nel 1411, ai padri Olivetani e solo nel XVIII secolo concessa alla confraternita dei Lombardi che avevano perso in un crollo la loro chiesa dedicata a Sant’Anna. I bombardamenti durante la seconda guerra mondiale hanno attentato alle bellezze qui custodite, ma ad oggi, grazie anche ad un importante lavoro di recupero avvenuto in anni recenti, il Compianto e tutto quello che vi ruota attorno, assicurano una felice sosta in un momento importante dell’arte italiana.

Ed abbiamo voluto ovviamente parlarvi di questo soggetto in particolare vista la festività che ci apprestiamo a festeggiare. Noi del Buono del Bello siamo convinti che nell’arte, nella sua osservazione, divulgazione e godimento, c’è sempre una catarsi ed una rinascita…insomma per noi è sempre un po’ Pasqua!

Per approfondire:

AA.VV., Napoli, Guide artistiche, ed. Electa 2002

Renzo Dionigi, Iconografia del Compianto. Caratteri generali e personaggi in “Dar Figura alle lacrime: Il compianto sul Cristo morto nella Chiesa di San Vittore a Meda”, BetaGamma ed.

Francesco Caglioti, In morte dei re aragonesi: genesi, contesto e destino del Sepolcro di Guido Mazzoni in Monteoliveto a Napoli, in Atti del XX Congresso di Storia della Corona d’Aragona Roma-Napoli, 4-8 ottobre 2017