Basilica Sant'Angelo in Formis

Suggestioni degli affreschi medievali in Sant’Angelo in Formis

di Laura Vigilante Rivieccio

Foto Federica Priore e Vito Perrotta (tratte dal testo in bibliografia)

Sul versante settentrionale del monte Tifata, tra Capua e S. Maria Capuavetere, numerose sono le tracce di arcane presenze. Sono manifestazioni di un antico misticismo che ha spinto gli uomini a interagire col sacro dentro di sé.
Sul piazzale della basilica di Sant’Angelo in Formis chiudo gli occhi e il monte si ricopre, com’era un tempo, di fitti boschi di lecci e querce, copiosi corsi d’acqua, animali selvatici. Tra di essi, una cerva di raro candore annuncia la presenza di Diana, divinità qui venerata finché i Longobardi tra il VI e il VII sec. d.C. non sostituirono il suo culto con quello dell’arcangelo Michele. Ma la devozione per Diana Tifatina, la “luminosa”, la vergine inavvicinabile, fu dura da sconfiggere: nel 942 ancora si praticavano riti in suo onore…

Riapro gli occhi e di fronte a me si stagliano quattro colonne del celebre santuario di Diana Tifatina: sostengono gli archi ogivali del pronao della chiesa dedicata all’arcangelo Michele. Sopra il portale d’ingresso una cornice in pietra inquadra una figura angelica. Ma non è, come mi sarei aspettata, l’arcangelo armato di tutto punto contro il drago/Male, patrono di un popolo di guerrieri quali i Longobardi. Al posto dell’armatura, Michele indossa raffinati paramenti bizantini e, anziché scudo e spada, impugna un lungo scettro e un globo, simboli di potere. La tenia – il lungo nastro posto in antichità sulla testa di sacerdoti e vincitori di gare – e le delicate ombreggiature del volto smorzano l’impressione di fissità, conferendogli un’espressione di distaccata dolcezza. Le sue ampie ali sembrano protendersi verso di me in un abbraccio.
Sopra di lui, in un tondo, si staglia la figura di una basilissa: frontale, elegantissima, eleva le braccia al cielo in preghiera. La identifico grazie all’iscrizione in greco ai suoi lati: Despina Theotoke, Signora Madre di Dio. Corona orientale, capelli raccolti in due matasse laterali, incarna la maestà della Chiesa universale.

Vergine orante come basilissa – da http://www.basilicainformis.altervista.org/

I due affreschi risalgono al periodo della cosiddetta “riforma gregoriana”, in cui prima Papa Niccolò II e poi Gregorio VII perseguirono l’intento di costituire la chiesa di Roma come Chiesa universale. Battevano sulla riforma dei costumi del clero, sull’imposizione della liturgia romana, sul divieto di ingerenza dei laici nelle nomine ecclesiastiche. Tutte cose che, da cattolici, diamo oggi per scontate. Campioni di questa rinascita culturale e religiosa furono i benedettini di Montecassino e protagonista indiscusso ne fu il suo abate, Desiderio, incaricato tra l’altro della riforma dei monasteri benedettini da Roma alla Calabria.
Proprio Desiderio, tra il 1072 e il 1087, promosse la ricostruzione della chiesa e del monastero benedettino di Sant’Angelo in Formis, nonché l’allestimento della decorazione interna. Un complesso concepito per i monaci tra i più colti del tempo, pienamente coinvolti nelle dispute teologiche, liturgiche e giuridiche che avrebbero avuto conseguenze indelebili sulla storia della chiesa. Prima di entrare nella basilica, scorgo il nome dell’abate nell’iscrizione latina sull’architrave: “Salirai al cielo se avrai conosciuto te stesso, come Desiderio che […] fondò una casa alla divinità, al fine di cogliere un frutto che non conosca alcuna fine”.

Conosci te stesso: un monito che risuona associato alla scoperta del divino almeno dai tempi dell’oracolo di Delfi. Varcando la soglia, mi appresto a un viaggio nell’anima dalla finitezza all’eternità.

Fin dai primi passi compiuti su quello che fu il pavimento del tempio di Diana Tifatina, mi sento circondata da sguardi provenienti dalle pareti sopra gli archi della navata principale, dall’abside, dalla controfacciata… Sono occhi e visi spesso sproporzionatamente grandi, che si stagliano in scene di grande equilibrio compositivo dove dominano l’azzurro, il verde, l’ocra e il morellone. Un tempo non c’era angolo che non fosse affrescato, laddove lo scorrere dei secoli ha lasciato ampie lacune nel colore, specie sulle pareti perimetrali.

Cristo Pantocratore

Cristo Pantocratore – particolare dall’abside

La struttura architettonica estremamente semplice convoglia la mia attenzione sull’abside, dove un Cristo Pantocratore (Colui che ‘domina su tutte le cose’) mi osserva con occhi grandissimi tra il sereno e il severo, in posa frontale e coi caratteri tipici delle icone bizantine. Le pieghe del volto, del collo, dei piedi sono messi in risalto da violenti contrasti di tinte: una peculiarità degli artisti locali, che tendevano a un maggiore realismo rispetto a quelli bizantini. Tiene una mano sollevata nel segno della benedizione ortodossa: il pollice tocca solo l’anulare, formando la ‘C’ di Cristo. Nell’altra mano, un libro aperto fornisce una chiave di lettura del dispiegarsi ininterrotto di scene bibliche lungo le pareti. C’è scritto, in latino: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo”.
Il Cristo Pantocratore è circondato dai simboli dei 4 Evangelisti (Toro alato, Leone alato, Aquila e Uomo alato), che mostrano le Sacre Scritture. Tutto ci invita a scavare la verità nella parola dei Vangeli.

Al di sotto, sulla destra riconosco un’immagine sbiadita di San Benedetto.
In posizione simmetrica, sulla sinistra, figura il donatore del complesso monastico con tanto di modellino in mano: è Desiderio, con l’aureola quadrata, attributo di santità riservato a chi era ancora in vita al momento della sua raffigurazione. Desiderio, che rese Montecassino la culla delle arti e delle scienze medievali; che inviava i suoi monaci a Costantinopoli ad affinare la propria pratica artistica, considerando i bizantini come i continuatori dell’arte antica e di quella paleocristiana, nonché i più ortodossi nella rappresentazione del messaggio testamentario. Sicuramente anche gli artisti di Sant’Angelo in Formis avranno avuto l’occasione di un contatto diretto coi maestri orientali.
Al centro, gli arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele appaiono solenni nel loro raffinatissimo ‘loros’, la stola ricamata di gemme preziose indossata dalla famiglia imperiale bizantina nelle occasioni formali, mentre impugnano scettro e globo.

Interno di Sant’Angelo in Formis con Giudizio Universale

Mi giro verso la parete d’ingresso dove, tra squilli di trombe angeliche, troneggia il Cristo dell’inizio dei tempi nuovi inquadrato nella “mandorla”, un’enorme forma di occhio verticale che raffigura l’irruzione del Divino nell’umano. È il Cristo dell’Apocalisse, della convocazione universale, circondato da anime che si risvegliano, apostoli, santi, re, papi, vescovi, prelati, popolo.
L’Ultimo e il Primo, la fine e l’inizio.

Tutte le scene si devono dunque leggere in funzione del messaggio e della figura di Cristo. Lungo la luminosa navata centrale, episodi del Nuovo Testamento si susseguono in riquadri disposti su 3 livelli. Alle loro spalle, sulle pareti più in ombra delle due navate laterali, i personaggi del Vecchio Testamento prefigurano gli eventi del Nuovo. Ciascuna scena era corredata da una didascalia, spesso in esametri alfaniani (Alfano fu un dottissimo arcivescovo di Salerno, medico, poeta, e personaggio chiave della riforma gregoriana). Per il popolo analfabeta si trattava di una Bibbia dipinta, rivelata domenica dopo domenica, festività dopo festività con l’ausilio dei celebranti. Quelle sacre celebrazioni dovevano avere un’efficacia paragonabile alle odierne presentazioni in Power Point, che accompagnano la spiegazione con immagini, affinché il messaggio si imprima nella memoria.

Il linguaggio degli artisti locali, più drammatico e “umano” dell’aulico stile bizantino, consentiva di instaurare una comunicazione emotiva col fedele, che ne aumentava l’efficacia. L’arte rivela lo splendore del mistero più delle parole, ed è promessa di eternità per i fedeli. Il bello, il vero e il sacro diventano inscindibili.

Il mio sguardo continua a scorrere sui tanti personaggi mancanti di prospettiva, ma intrisi di drammaticità, e sui loro grandi occhi. Sono occhi che esprimono meraviglia, come quelli dei Dottori della Legge al cospetto di un Gesù dodicenne, che disputa delle Scritture nel tempio. Sono gli occhi attenti, pensierosi, preoccupati, distratti dell’Ultima Cena, dove Gesù benedice il pane da un letto triclinare, mentre il personaggio centrale lancia uno sguardo ammonitore all’osservatore: “Hai visto Giuda che prende l’agnello?”. Sono gli occhi strabiliati nella scena della resurrezione di Lazzaro. Qui a guardarmi con complicità sono gli uomini affianco a Lazzaro, costretti a turarsi il naso per non sentire odore di putrefazione.

Ultima cena

Ultima cena – foto da http://www.basilicainformis.altervista.org/

Quello del personaggio che rivolge lo sguardo verso l’osservatore è qui un espediente molto utilizzato; mi giunge come un ulteriore invito a sentirmi parte di quella folla meravigliata e attenta. Sono gli occhi della fede. Occhi che spronano a esercitare la vera conoscenza.

Crocifissione – foto da F. Duonnolo, Come un roveto ardente

Sono gli occhi di Gesù sulla croce, enormi e aperti, nella scena che occupa lo spazio maggiore. Una crocifissione molto diversa da quelle a cui siamo abituati. Il corpo del Cristo è stranamente ritto e illeso; i suoi piedi non sono inchiodati, ma appoggiati sul suppedaneo, e al posto della corona di spine è dipinta un’aureola. Non c’è traccia di sangue, ma un Salvatore trionfante sul peccato, sulla sofferenza, sulla morte. Egli guarda la Madre ai piedi della croce, che stringe le mani in un gesto di contrizione tra impotenza e accettazione della volontà di Dio. Giovanni appoggia la mano al volto, malinconico e riflessivo. Le donne piangenti sullo sfondo portano il velo agli occhi. Dietro di loro, un personaggio mi fissa e sembra riecheggiare la silente domanda dei due angeli sopra la croce: “Perché, uomini? Perché?”. Il centurione rivolge lo sguardo a Gesù, mentre pensa: “Quest’uomo è veramente Figlio di Dio”.
Gesù dà un nuovo senso al sacrificio, alla morte, al tempo. La compresenza di sole e luna sottolinea un momento di sospensione delle leggi terrene di tempo e spazio. Manca il cartiglio INRI; alla base della croce si legge piuttosto “Mors moriente necatur”: la morte è uccisa dal moriente.

Cartigli, pergamene, libri sono nelle mani di tantissimi personaggi. In molte scene Gesù tiene in mano il rotolo della Legge Divina. Tutto sembra attestare il valore della parola scritta. Del resto era il tempo del coltissimo Desiderio, che intese innalzare l’arte della scrittura (e della miniatura) al più alto grado di perfezione. Immagino la meraviglia dei fedeli analfabeti avanti a quei segni grafici: segni magici, che promettevano vita eterna e diventavano sempre più decifrabili a mano a mano che si ascoltava e riascoltava la Parola.

Scorgo sul pavimento una traccia della cella del tempio di Diana, la cui parete funse da delimitazione della schola cantorum: è un invito a chiudere gli occhi ancora una volta, per immergermi in quella dimensione senza tempo. Mi ritrovo nell’atmosfera più coinvolgente dell’anno liturgico, quella della notte della veglia pasquale. Nell’oscurità della chiesa profumata d’incenso si intravede lo scintillio dorato delle icone, delle stoffe preziose e degli altri manufatti importati da Bisanzio. Dal pulpito rivestito di mosaici viene srotolata la spettacolare pergamena miniata dell’Exultet. Su uno scenografico candeliere, l’accensione del cero pasquale illumina all’improvviso innumerevoli occhi e il suono erompe in cori di esultanza.
Lo splendore del mistero si manifesta dentro e fuori di me.

 

Per approfondire:

Le foto di Vito Perrrotta sono tratte dal testo in bibliografia e dal sito della basilica: http://www.basilicainformis.altervista.org/

Beviamoci su….

Il vino da degustare…davanti agli affreschi di Sant’Angelo in Formis