Aperta al pubblico la casa natale del grande tenore

di Laura Vigilante Rivieccio

 

Un mito già in vita, che ha rappresentato per il mondo Napoli e l’Italia intera, quella dei migranti e del bel canto. Incarnò passione, nostalgia, allegria, potenza espressiva, ma anche eleganza, generosità, intraprendenza, buona cucina e, soprattutto, il sogno americano dell’uomo che dal nulla assurge alla celebrità planetaria. Il tenore più amato di tutti i tempi, la cui morte fu percepita da tutti come perdita familiare ben prima della diffusione della TV, per l’affetto che gli portavano. Un nome che è divenuto marchio di italianità in meno di 26 anni di carriera, dal debutto in un teatro regolare alla morte: Enrico Caruso.

L’ingresso dimesso della casa natale di Enrico Caruso

In occasione del centenario della sua morte, Napoli riscatta il debito con il suo figliolo più famoso a livello mondiale, grazie all’inaugurazione del piccolo museo allestito nella sua casa natale: due stanzette nel rione San Giovanniello, tra l’Albergo dei poveri e calata Capodichino. Un quartiere popolare, un tempo casale fuori le mura della città dove probabilmente era presente una dogana (il nome dello slargo principale, piazza Ottocalli, deriverebbe dal dazio degli otto “cavalli”, ossia monetine di rame con l’effige di un cavallo, che presumibilmente si pagava qui).

A farci da guida nei circa 40 mq di appartamento, dove Enrico Caruso nacque nel 1873, è il M° Sergio Valentino, baritono del Coro del Teatro San Carlo; ci accompagna anche una figura discreta e silenziosa, a cui brillano gli occhi ogni volta che dal discorso emerge una delle tante qualità dell’eccelso tenore. Solo verso metà della visita realizzo che si tratta di Raffaele Reale, titolare della gioielleria affianco all’ingresso del palazzo, che aveva acquistato la nuda proprietà della casa anni addietro, col sogno di renderla fruibile a visitatori di tutto il mondo.

Raffaele ci racconta che, quando ancora era abitata da due anziane sorelle, già era meta di pellegrinaggio di artisti del calibro di Luciano Pavarotti, Jonas Kaufmann, John Turturro, sempre stupiti o meglio sconcertati dalla mancanza di concorso di popolo e di attenzione da parte delle istituzioni. Per sopperire alla grave carenza, fa il grande passo: nel 2004 compra l’appartamento e si dà da fare per contattare eredi, collezionisti, direttori dei musei dedicati a Caruso. Tutti si dimostrano felici di contribuire, tant’è che grazie alle donazioni continue il museo permanente è un work in progress. Intanto il gioielliere fa risistemare la pavimentazione, le scale che conducono al piano dell’abitazione, poi la facciata del palazzo, continuando a prendere contatti e a progettare. Il 2 agosto 2021 la casa apre le porte al pubblico con il primo nucleo di cimeli, e senza vincolo di acquisto di un biglietto.

Manifesto della Carmen al Metropolitan Opera House di New York, 1914 – Enrico Caruso nel ruolo di Don José

L’angustia dello spazio al di là della porta d’ingresso, lasciata intenzionalmente vecchia e logora, mi colpisce immediatamente. Il M° Valentino ci lascia immaginare una tenda che nasconde il pitale, laddove oggi c’è il minuscolo bagno. Ci ricorda che Enrico fu il diciottesimo figlio concepito dalla dolcissima Anna Baldini e da Marcellino Caruso, ma il primo che riuscì a sopravvivere e a crescere. Il padre era operaio in una fonderia lì vicino, ed Enrico a 10 anni cominciò a lavorare con lui. Ce lo possiamo figurare carico del secchio d’acqua pulita mentre sale scale ogni sera, al termine della giornata lavorativa, per lavarsi, studiare, industriarsi tra disegno, canto, la madre ammalata. Lei gli è emotivamente vicino fino alla morte, supportandolo, incoraggiandolo, insegnandogli a non arrendersi e a non oziare, ad avere cura dell’igiene e della pulizia. Quel bambino sempre fresco, pettinato, che ci tiene a tenere le scarpe spolverate diverrà l’adulto sempre immacolato, elegante, puntuale e operoso che tutti ricordano. L’ingegno che lo caratterizza si esprime al meglio, in tenera età, nel disegno, e la prima formazione che riceve va in tal senso: prima di prendere lezioni di canto, Caruso frequenta una scuola serale di arti figurative. Disegna ad esempio una fontanella, poi realizzata nella fonderia dove lavorava col padre e installata nel quartiere, che, una volta famoso, tornerà spesso a vedere, quando sarà a Napoli.

Purtroppo della fontanella di Caruso in città non c’è più traccia – prosegue Valentino –, ma nella casa museo è esposto un bronzetto nella foggia di un Buddha, disegnato e firmato dal grande tenore.

Alcune caricature disegnate da Caruso – al centro un’autocaricatura

E ancora, a riprova della sua capacità creativa e di quella penna in perenne movimento che aveva spesso in mano quando non cantava, si possono vedere numerose caricature, tra le quali una in cui ritrasse se stesso. Si dice addirittura che, per memorizzare i testi delle opere, usasse ricopiarli.

Solo nel 1891, dunque a 18 anni, dopo aver cantato in oratorio, chiese, teatrini e stabilimenti balneari, in uno di questi ultimi Enrico viene ascoltato e apprezzato da un tenore, che riesce a farlo studiare seriamente con il proprio maestro.

La storia che segue è quella che tanti conoscono a grandi linee: una storia di duro lavoro di preparazione artistica, viaggi in Italia, Europa, Egitto, successi clamorosi, il presunto fiasco dell’esordio al San Carlo – qui Valentino ci tiene a sottolineare che lo smacco fu dovuto a critiche provenienti da influenti critici che mal tolleravano il superamento degli stereotipi del bel canto. Come dimostrato dalle ricerche dell’autorevole critico musicale Francesco Canessa, Caruso non ebbe incertezze nella performance all’opera di Napoli né fu fischiato, anche se le cattive recensioni lo indussero a promettere di non esibirsi più nella sua città natale.

 

Fu piuttosto durante la prima esecuzione di Core ’ngrato che l’emozione lo tradì e la voce era rotta da singulti. Il testo della canzone era stato difatti ispirato all’abbandono di Caruso da parte dell’amata moglie Ada Giachetti, una triste vicenda di tradimento finita in storiaccia giudiziaria. Su una parete della casa museo sono presenti la copertina di Core ’ngrato, con dedica a Caruso, e alcune delle cartoline inviate dal tenore alla Giachetti durante le lunghissime tournée. Lui all’epoca era già la star del Metropolitan di New York dagli ingaggi esorbitanti, amatissimo dagli emigranti, avanti ai quali si esibiva spesso gratis, e dagli artisti stessi.

L’olio americano “Enrico Caruso”

Cosa era rimasto di quello scugnizzo che aveva conosciuto la povertà e la malattia?

Caruso non aveva dimenticato le sue origini, anzi rimase napoletano nell’anima fino alla fine. Esuberante, estroso, aveva un rapporto franco e diretto, “orizzontale”, con tutti, ammiratori compresi. Come Totò, anche lui illustre figlio di Partenope di umili origini, sosteneva che bisognava aver conosciuto la fame per diventare un vero artista, e come Totò era prodigo in beneficenza. Per amore per la cucina napoletana, e per desiderio di aiutare i connazionali, faceva trasferire a New York i migliori cuochi del nostro golfo, ed è grazie a lui che la fama della pasta di Gragnano, dell’olio della costiera e dei pomodori campani si diffuse negli USA.

In una vetrina del museo è esposta una lattina d’olio marcato “Enrico Caruso”, piuttosto italo-americano: una miscela di oli di semi e olio di oliva importato dall’Italia. Il cantante aveva acconsentito a prestare il proprio nome e il proprio volto alla produzione di un connazionale, per supportarlo. Vicino all’olio, una delle monete d’oro effigiate da Tiffany con il suo volto, che aveva distribuito agli amici.

Ma sicuramente sono i dischi a 78 giri, i grammofoni a tromba e le scatole musicali ad antine, tutti d’epoca, gli oggetti in mostra più emozionanti. Alcuni dischi portano l’autografo di Caruso, che, curioso sperimentatore dei media, fu il primo cantante lirico a prestare la sua vocalità per le registrazioni. Nel 1902 questo significava essere capaci di osare.

Una parete di foto del tenore e il suo grammofono

Ed ebbe ragione: la scelta gli consentì di entrare nelle case di milioni di persone, consolidando universalmente la sua fama (vendette più di un milione di dischi con la sola incisione dell’aria Ridi pagliaccio). Osò anche quando, prima di Beniamino Gigli, entrò da attore protagonista nel mondo del cinema.

Il M° Valentino si avvicina a un grammofono del 1914, appartenuto a Caruso e donato da Luciano Pituello, insieme a una quantità di primi dischi incisi. Lo carica girando la manovella, vi pone sopra il 78 giri I’ m’arricordo ‘e Napule, l’ultima registrazione dell’immenso tenore. Prima di farlo partire, commenta: “Ascoltare Caruso è una lezione di canto per i tenori. La tecnica vocale era così straordinaria da consentirgli di cantare fino all’ultimo con un tumore in gola. Il suo testamento sonoro fa scuola ancora oggi”. La musica parte, la presenza si fa palpabile e tutti tratteniamo il respiro. Ascolto quella voce di una pienezza carnale, appassionata senza fingimenti, vellutata e dolce, palpitante di nostalgia, capace di esprimere nella serenità un interno dolore, e di travolgere chiunque.

La voce che diffuse il nome di Napoli su tutte le latitudini meglio di qualunque altra cosa. Nel necrologio americano di Caruso, il nome “Napoli” non venne tradotto, perché di per sé richiamava tutto un mondo.

Un 78 giri di “O Sole mio” autografato da Caruso

Siamo felici che il core ‘ngrato di Partenope si sia risvegliato, grazie all’impresa di Lello Reale, di Gaetano Bonelli, ora direttore della casa-museo, e dei tanti altri donatori. E ci auguriamo di non dover attendere il centenario della morte di Totò per assistere all’apertura del museo nella casa natale del principe della risata.

 

Per approfondire:

Francesco Canessa, Ridi pagliaccio! Vita, morte e miracoli di Enrico Caruso, Ed. La Conchiglia, 2015