Quando l’arte nata per devozione, si fa testimonianza storica…e la storia ci somiglia più che mai!

di Simona Mandato

foto da wikipedia commons – in copertina: Particolare dal bozzetto della Porta dello Spirito Santo, Mattia Preti

Porta San Gennaro a Napoli, con l’affresco restaurato di Mattia Preti – foto Armando Mancini

Ieri è stato inaugurato l’affresco che sovrasta porta San Gennaro a Napoli, dopo un restauro durato molto più a lungo del previsto, a causa della sopravvenuta pandemia.

Si tratta della porta più antica della città tra quelle giunte fino a noi. In origine Napoli ne aveva ben ventisei, ma solo quattro sono ancora in situ. Questa immetteva sul tragitto che conduceva alle Catacombe che per secoli hanno custodito le reliquie di San Gennaro, da qui il suo nome. Le altre tre pervenuteci sono Porta Nolana, Porta Capuana e Port’Alba. In realtà ce ne sono anche altre due… ma questo potrebbe essere il tema per un prossimo articolo.

Quella che affaccia su via Foria ha una particolarità: Porta San Gennaro è l’unica a conservare ancora l’affresco che Mattia Preti dipinse qui e sulle altre sei porte maggiori di Napoli. Sul finire del 1656, quando la situazione della pestilenza in città andava migliorando, il Consiglio degli Eletti che si occupava della gestione delle porte cittadine volle che Napoli fosse protetta da ex voto dipinti dedicati alla «Purissima et Immacolata Concettione con altri Santi Protettori», e incaricò Preti, «persona molto perita et esperta nella professione della pittura» di realizzarli.

Gli altri santi furono individuati in Gennaro, Francesco Saverio e Rosalia. E non mancarono le polemiche. A parte San Gennaro che fu scelto per ovvi motivi, e Santa Rosalia in quanto già “esperta” in materia di protezione dalla peste già dimostrata a Palermo, il santo gesuita Francesco Saverio fu scelto per il fortissimo potere che questo ordine deteneva in città. Se ne ebbero a male i Teatini, anche loro molto presenti ed importanti a Napoli, eppure il loro santo di riferimento, San Gaetano Thiene era stato escluso.

L’affresco di Mattia Preti a Porta San Gennaro, Immacolata Concezione con San Gennaro e San Francesco Saverio

Probabilmente fu proprio Mattia Preti a non voler eseguire il ritratto di San Gaetano, a causa di una controversia che lo opponeva all’ordine dei Teatini per i lavori eseguiti a Roma in Sant’Andrea della Valle. Per tacere i contrasti che ne derivarono, gli Eletti fecero aggiungere un busto di San Gaetano sul fronte interno delle stesse porte cittadine (oggi scomparsi).

Dicevo che questo di Porta San Gennaro è l’unico affresco di Mattia Preti rimastoci a Napoli, altri ne sopravvivono nella chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma. Il pittore detto Cavalier Calabrese per le sue origini, produsse tantissimo nel corso della sua permanenza a Napoli tra il 1653 e il 1661: dipinti su tela e alcuni bozzetti sono oggi esposti nel Museo di Capodimonte, al Pio Monte della Misericordia e in alcune chiese, tra cui San Pietro a Maiella e San Domenico Maggiore.

L’affresco di via Foria era già stato restaurato nel 1997, e nel 2019 si è ritenuto necessario un ulteriore intervento a causa soprattutto dello smog cittadino. Scoprendolo e riscoprendolo, viene fuori un particolare dell’opera del Preti che oggi ci sorprende e ci fa sentire particolarmente vicini alla tragica esperienza dell’epidemia di peste del 1656 che a Napoli fece morire circa la metà della popolazione: ben 200.000 dei suoi 450.000 abitanti! E che altrettanto grave fu nel Regno tutto, con un tasso di mortalità che andava dal 43 al 50%! In confronto, i numeri causati dal Covid impallidiscono.

Ma certo erano altri tempi, non c’erano le conoscenze mediche di prevenzione che abbiamo oggi. Non si capiva l’origine del morbo, inizialmente attribuita ad un frumento putrido, poi al baccalà che fu in coseguenza bruciato in grandi quantità. Infine a delle polveri velenose che si diceva i nemici della Spagna avessero sparso in giro… In realtà proprio dalla Spagna era arrivato il contagio, passando per i porti sardi e approdando infine in quello di Napoli.

Micco Spadaro, Largo Mercatello durante la peste a Napoli, Museo della Certosa di San Martino

Bisogna poi dire che i medici non osavano diagnosticare l’epidemia di peste, ben sapendo che nessuno, né le autorità, né il popolo avrebbero accettato questa notizia. I governanti spagnoli di Napoli cercarono a lungo di nascondere la realtà, e nel contempo di mantenere l’ordine pubblico per evitare reazioni popolari imprevedibili. Il giovane medico dell’Annunziata Giuseppe Bozzuto che cercò di far capire il pericolo, mettendosi in contrasto con i colleghi “abituati a far la corte a Sua Eccellenza ed a principi”, fu arrestato e poi morì di peste…. Un destino che ricorda molto da vicino quello del medico cinese Li Wenliang, il primo a denunciare il contagio da coronavirus a Wuhan.

Quell’epidemia, a guardar bene, ben si sposava con il memento mori della politica tanto della chiesa controriformata, quanto dei dominatori spagnoli e, in ultima analisi, anche con l’estetica del barocco, che con il suo gusto per il macabro ben rappresentava i dettami controriformistici. E così, come in un documentario giornalistico del XXI secolo da territori di guerra, corpi esangui e dilaniati da una morte violenta quanto collettiva, invasero le tele di tanti pittori dell’epoca, che fosse per ex voto o per dovere di cronaca. Come non ricordare i dipinti di Micco Spadaro – al secolo Domenico Gargiulo – nella realistica narrazione dell’orrore causato dalla pestilenza che si era abbattuta sulla città? Da qui la piaga si sarebbe propagata anche a Roma e poi oltre.

Finalmente, l’8 dicembre 1656, nel giorno dell’Immacolata Concezione (da cui la dedica degli ex voto nelle porte), Napoli fu ufficialmente dichiarata libera dalla peste.

Mattia Preti, Ex voto per la peste del 1656, bozzetto per Porta dello Spirito Santo, oggi al Museo di Capodimonte

Torniamo alla nostra porta San Gennaro e all’affresco di Mattia Preti: sebbene deturpato dal passaggio dei secoli e dalle intemperie, l’affresco mostra ancora i colori vivi della sua pittura. Eppure il suo primo abbaglio pittorico da diciottenne appena arrivato a Roma era stato con il Caravaggismo, in particolare quello di Ribera e di Bartolomeo Manfredi (colui che, dopo la morte del grande maestro, fu il “codificatore” in chiave moderna dell’eredità compositiva di Caravaggio, un modello per tanti artisti romani e forestieri). Poi l’incontro di Preti con Domenichino e gli altri pittori emiliani operanti a Roma in quel periodo, Lanfranco e Guercino ha segnato un giro di boa. Lavorando con Domenichino nella chiesa di Sant’Andrea della Valle, Mattia Preti osserva, assorbe e trae beneficio dall’incontro con un grande maestro. La sua nuova evoluzione lo conduce ad un recupero di luce e colori e all’elaborazione di uno stile suo proprio. Trovo che Mattia Preti sia stato uno degli anelli di congiunzione più interessanti nel passaggio dal naturalismo di Caravaggio al barocco.

E allora, quel particolare nell’Ex voto per la peste del 1656 di Porta San Gennaro di cui parlavo, qual è? In un angolo meno rilevante rispetto alla scena degli esseri supremi emerge qualcosa di sorprendente, soprattutto agli occhi di noi che abbiamo vissuto un’epidemia – e che pare finalmente ci stiamo mettendo alle spalle! Scendendo con lo sguardo in basso a destra, si vedono i piedi di un cadavere e una donna che lo trascina tirandolo per una corda. Ebbene, aguzzando lo sguardo, vedrete che quella donna porta una benda su bocca e naso….è una “mascherina”, di quelle che si facevano nel 1600!

Ho cercato conferma di dettagli simili ed ho trovato che lo stesso elemento iconografico compare anche in altri dipinti relativi a quel periodo storico. Lo stesso Preti riprende il tema in un’altra delle sue porte. Ci sono rimasti solo due bozzetti, oggi conservati al Museo di Capodimonte, che Mattia Preti realizzò in studio degli affreschi da presentare al Consiglio degli Eletti per l’approvazione, uno per Porta Santo Spirito e l’altro per Porta del Carmine. Nel primo si vedono in alto i tre santi Gennaro, Francesco Saverio e Rosalia. Sotto il loro volteggiare fra nuvole al cospetto dell’Immacolata, sulla crudele terra è rappresentata una scena simile a quella vista in porta San Gennaro, con cadaveri causati dalla pestilenza e un uomo in atto di raccoglierli. Anche lui, il monatto, porta una “mascherina”.

San Gennaro intercede presso la Vergine, Cristo e il Padre Eterno per la peste del 1656, Luca Giordano

La recente mostra dedicata a Luca Giordano al Museo di Capodimonte ha portato alla ribalta la tela San Gennaro intercede presso la Vergine, Cristo e il padre eterno per la peste del 1656 che il pittore napoletano realizzò per la chiesa di Santa Maria del Pianto. Luca era stato inizialmente fra i detrattori di Mattia Preti, eppure, è evidentissimo come abbia preso a piene mani dagli affreschi delle porte del collega calabrese. Certo altri colori, altra luce, altro barocco. Ma la sua intercessione di San Gennaro ha la stessa composizione di quella vista nel bozzetto del Preti per una porta, con una distinta divisione tra ciò che avviene in cielo e la tragedia che si consuma in terra, quella stessa poltiglia di cadaveri e monatti imbavagliati nel tentativo di essere risparmiati dal morbo.

 

Per approfondire:

Vincenzo Pacelli, La pittura napoletana da Caravaggio a Luca Giordano, ESI, 1996

Mariella Utili, Mattia Preti tra Roma, Napoli e Malta, Electa Napoli, 1999

Maurizio Bifulco e Idamaria Fusco, La storia e la scienza – L’epidemia e la lezione della peste del 1600 a Napoli, Il Mattino del 18 novembre 2020, e in https://www.isem.cnr.it/2020/lepidemia-e-la-lezione-della-peste-del-1600-a-napoli-idamaria-fusco/

 

Beviamoci su….

di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

Corsi e ricorsi, mascherine di oggi e di ieri, il passato che torna e si fa presente, tangibile, a volte brutale.
Mi vien voglia di abbinare il RediMore, uno degli ultimi vini presentati dalla famiglia Mastroberardino: un attento lavoro di recupero e selezione di antichi cloni di Aglianico, da un vigneto centenario a piede franco, ha portato alla propagazione di due biotipi. Uno di essi, identificato con il nome VCR 421 Antonio Mastroberardino, è stato iscritto come clone di famiglia nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite; da questo biotipo, nasce un vino nuovo che sa di antico.
Strutturato ma di snellezza, fresco di frutta e riecheggiante di spezie e cuoio, nel tipico dualismo di un Aglianico di altri tempi… ma da bere già oggi.