La Campania Felix dei vini non riesce a sfondare sui mercati. Facciamo un’analisi – Prima parte

Testo e foto Vittorio The Figurehead Guerrazzi

Il panorama ampelografico campano (l’insieme dei vitigni che insistono sul suolo regionale) è estremamente vasto e variegato: che corrisponda o meno a verità importa poco, ma si racconta che la Campania da sola possegga più varietà di viti vinificabili dell’intera Francia messa insieme.
Al di là della veridicità di questa affermazione, resta il concetto che la Campania, anche solo per la straordinaria biodiversità di cui è naturalmente dotata, merita pienamente il celebre appellativo di Campania Felix.
Eppure questa straordinaria diversità non si traduce in una solida e consistente varietà di tipologie di vino.
La cosa in sé non sarebbe un problema, ma andiamo con ordine.
Cerco di spiegarmi meglio e per farlo utilizzo come metro di giudizio una delle regioni italiane leader nella produzione di vino, ovvero il Veneto.

Insieme a Toscana e Piemonte, il Veneto compone il podio delle regioni qualitativamente più significative del panorama enologico Italiano, anche se con differenze assolutamente sostanziali.
Seguono, ad una incollatura, tutta una serie di regioni che ambirebbero al podio, ma di fatto non hanno ancora tutte le carte in regola per scalzare una delle tre: parlo ad esempio di Lombardia, Umbria, Marche, Sicilia e sicuramente anche Campania… giusto per citarne alcune.
Torniamo alle strategie messe in campo dalle tre regioni del podio; la Toscana ha lavorato essenzialmente su due idee: ogni declinazione possibile di Sangiovese ed una interpretazione locale ad alto lignaggio dei principali vitigni internazionali (nei Supertuscans), facendo così giocare il vino in una offerta turistica omogenea ed integrata per la valorizzazione e la forte identità del brand Toscana, ricalcando massicciamente il modello Bordolese. Naturalmente c’è anche altro, ma ha un ruolo di fatto marginale, soprattutto l’identità bianchista, mentre il settore dei vini dolci sarebbe degno di maggior attenzione.

Vigneto di Fiano a Contrada Arianiello (Lapio), Irpinia

Il Piemonte, dal canto suo, ha seguito maggiormente il modello Borgognone, facendo assurgere il Nebbiolo al ruolo di leader assoluto grazie alla sua capacità di leggere e far esprimere il territorio, puntando così all’eccellenza tramite una cesellata e maniacale interpretazione del concetto di terroir.
Questo modus operandi ha fatto breccia nei cuori di quanti hanno così visto le Langhe come un credibile alter-ego della Borgogna, ormai inaccessibile ai più per prezzi e reperibilità.
Ha ancora tanto altro da offrire il Piemonte, da una nutrita schiera di valenti vitigni rossi, capaci di rappresentare in maniera più che valida il territorio, per passare a bianchi convincenti e bollicine a base Moscato che figurano come immancabile presenza alle feste, non solo italiane.

Ma è sul Nebbiolo, nei distretti del Nord e delle Langhe, che la regione spende le sue migliori carte.
Il Veneto invece si è mosso in modo diverso: ha intercettato l’intera richiesta del mercato ed ha deciso di colonizzarne ogni singolo aspetto e manifestazione con una proposta solida e quasi inattaccabile.
Forte anche lui di un vasto panorama ampelografico (e comunque quello che non c’era è stato abbondantemente importato), ha cominciato a creare il suo mercato mattoncino dopo mattoncino.
Il Veneto produce tutto ciò che un enofilo, o anche un semplice bevitore possa desiderare: è forse la regione con la più alta produzione di uva, e quindi vino, in Italia; di fatto è uno dei serbatoi principali a cui fanno riferimento le grandi industrie del vino in brick, ad esempio… ma non ci si ferma qui.
Dal vino bianco leggerino e fresco alla bollicina allegra e disimpegnata, dal chiaretto beverino al rosato di carattere, dal rosso di medio corpo alla smisurata potenza del vino secco da appassimento, attraverso tutte le possibili declinazioni intermedie, dal bianco da spendere a tavola a quello da far affinare lungamente in cantina, dalla bollicina di personalità al vino dolce (sia bianco che rosso) non c’è ambito in cui la produzione veneta non arrivi con una proposta granitica e coerente.

Le antiche miniere di zolfo Di Marzo, nel territorio del Greco di Tufo

Ma in Campania, di contro, che accade?
Cominciamo col dire che esiste tutta una serie di categorie di vini che vengono approcciate, ma in maniera del tutto residuale, a completamento della line-up di alcuni produttori, più per esigenze di mercato (richieste di importatori o specifici mercati) che per una vera e concreta filosofia produttiva. Parlo essenzialmente delle bollicine, dei vini rosati, dei vini dolci, e in buona misura delle bevute più facili ed affrancate.
Non parliamo di poca roba, attenzione: in Veneto, queste tipologie, rientrano in almeno 4 o 5 DOCG, pari al totale delle DOCG campane! Significa mercato… tanto mercato.
Come abbiamo visto dagli esempi di Piemonte e Toscana non è certo un obbligo puntare sulla colonizzazione di ogni fascia di mercato, ma qui c’è da scavare di più.

Quando parliamo di Campania è noto un po’ a tutti che, la punta di diamante è da considerarsi il comprensorio irpino: eppure, a differenza di quanto sarebbe lecito attendersi da una regione del Sud Italia, largamente inondata da sole ed abbondantemente bagnata dal mare, non sono i vini rossi grassi rotondi glicerici ed opulenti a farla da padrone, bensì una coppia di pregevoli vitigni bianchi.
Stiamo parlando del nobile Fiano, che in 26 comuni di buona estensione si fregia della DOCG Fiano di Avellino, e del rustico Greco, che in 9 compatti comuni guadagna la fascetta di DOCG Greco di Tufo.
Sono di fatto le 2 facce della stessa medaglia enoica irpina, quella che senza dubbio ha avuto il pregio di scardinare progressivamente le classifiche bianchiste autoctone e piazzarsi ai piani alti nel giro di qualche lustro.
Il Fiano è elegante, silente in prima battuta, salvo poi, nel giro di un paio d’anni, aprirsi su un ventaglio aromatico e gustativo di rara finezza e luminoso fascino. E’ un vino a volte anche autoreferenziale, pur giocando un’ottima partita su diverse pietanze di terra e di mare: la sua capacità di affinare in bottiglia e di amplificare il suo spettro organolettico non conosce quasi rivali in Italia, con bottiglie di oltre 20 anni ancora perfettamente godibili.

Se il Fiano è vino di testa e di bocca, il Greco è vino di cuore e pancia: strutturato, ricco, grasso e garbatamente rustico, ma quando becca l’annata giusta è inimitabile nel coniugare classe e rudezza.
Assoluto principe della tavola, quasi non esiste portata su cui il Greco non possa giocare una partita almeno alla pari. E quando è lavorato bene, anche lui è capace, a distanza di anni, di performance di altissimo livello.
Se pecca si vuol trovare in questo inossidabile binomio, sono le quantità di ettari vitati: ognuno conta sensibilmente meno di 1000 ettari, il che rende difficile un realistico e coerente progetto di zonazione che tanto aiuterebbe entrambe le denominazioni.
Solo ad uso di confronto, il Soave Veneto annovera oltre 6000 ettari e uno studio zonale veramente ben fatto, con individuazione dei suoli, delle esposizioni e di quella area circoscritta come Zona Classica.

Antica pianta di Fiano “a piede franco”

E in ambito vini rossi come siam messi?
Il vitigno principe del Sud Italia è senza dubbio l’Aglianico, che proprio in Irpinia e (diversamente) sul Vulture, raggiunge la sua massima espressione.
Per anni etichettato come Barolo del Sud (dicitura anche zavorrante a volte) avrebbe tutte le carte in regola per poter competere ai massimi livelli con i migliori Toscani e Piemontesi, non fosse altro perché in passato lo ha già fatto (vedasi la vendemmia ’68 di Mastroberardino con i suoi 3 Cru).
Eppure…

Eppure fatica a ritagliarsi un ruolo nitido ed una sua identità forte, accumulando, annata dopo annata, una serie di promesse tradite che credo abbia pochi rivali.
Al momento, il Taurasi Irpino è ancora, dolorosamente, un ‘vorrei ma non posso’, ed una certa serie di produttori e prodotti degni di nota non è ancora sufficiente a fornire un vero ed univoco carattere al comprensorio, che per troppi anni ha voluto inseguire modelli stilistici che non gli appartenevano, salvo poi smarrire quel pizzico di identità (anche ben definita) che la natura gli ha generosamente donato.

Sul versante Beneventano torna protagonista l’Aglianico (anche se un biotipo differente) a cui si affianca la Falanghina: questo binomio bianco/rosso potrebbe istintivamente suggerire quello celeberrimo borgognone Chardonnay/Pinot Noir, ma in realtà non potremmo essere più distanti.
Da sempre serbatoio di grandi quantità di uva, piuttosto che di puntuale qualità, è solo da pochi anni che, ad opera di un consorzio di tutela che sta lavorando veramente bene (allora anche al Sud sono possibili queste cose!?!), il Sannio sta progressivamente conquistando fette di mercato, introducendo prodotti sempre più validi e caratterizzati, e facendo lievitare le quotazioni del comprensorio nelle considerazioni di pubblico e critica.
Sconta ancora una sorta di sindrome di inferiorità nei confronti degli storici cugini irpini, soprattutto agli occhi di una valutazione generalista e di un pubblico poco attento, ma le distanze si riducono velocemente.
Ma anche qui, quella della eleganza e finezza, resta una diafana chimera.
Altri vitigni quali la Camaiola (già Barbera/Barbetta del Sannio), il Piedirosso, Fiano e Greco locali restano ancora fenomeni episodici.
Già questi due distretti forniscono un quadro piuttosto ben delineato di quello che è il recente mood enoico della Campania.

Continuiamo presto la disamina delle altre province con la seconda parte dell’articolo….

(Foto di copertina: Punta Tresino, vigna sul mare)