La Campania Felix dei vini non riesce a sfondare sui mercati. La nostra analisi – Seconda parte

testo e foto Vittorio The Figurehead Guerrazzi

In copertina: vigneti a Cesinali (Avellino)

 

Ci innestiamo sul filo lasciato sospeso all’ultimo articolo per chiudere il cerchio con le 3 province restanti, ognuna con le sue caratteristiche e tipicità… e le sorprese non mancheranno!
La provincia di Caserta, oltre alla presenza storica e morale del Falerno, dell’enclave dedicata al vitigno Primitivo, delle coltivazioni di Aglianico (alla base del vulcano di Roccamonfina) e dell’Asprinio (nella piana di Aversa) è probabilmente nei vitigni Pallagrello (Bianco e Nero) e Casavecchia, che ha vissuto il suo quarto d’ora di celebrità, affermandosi come ‘The Next Big Thing’.
Tuttavia, al netto di qualche uscita particolarmente felice, non è avvenuto quel cambio di passo che ci si aspettava e che avrebbe consolidato il distretto, che progressivamente è finito per uscire un po’ dai radar.
La meteorica avventura di Nanni Copè, al secolo Giovanni Ascione, ha avuto senz’altro il merito di sparigliare le carte, ma al momento il coraggio di seguirne i passi è mancato; anche il Terra di Lavoro di Galardi, con più storia alle spalle, a ridosso degli anni 2000 ha raccolto pletore di consensi, alla stessa stregua però di un’oasi nel deserto.

Uva di Trebbiano toscano sui colli di Salerno

Salerno è stata sempre un po’ la cenerentola, priva di qualunque mecenatismo enoico, abbandonata in mano a consorzi poco accorti, è stata anche ‘vittima’ della riforma agraria di inizi anni ’70 che ne ha temporaneamente e radicalmente cambiato il volto vitienologico.
La Costa d’Amalfi è un microcosmo di vini e vitigni a se stante, dai numeri piccoli o piccolissimi, e la brillante stella del Fiorduva guida un ristretto stuolo di validissimi produttori, forti di tipicità praticamente uniche; nei Colli di Salerno brilla il luminoso faro del Montevetrano che ha avuto il pregio di attirare l’attenzione pubblica su un’area semisconosciuta; ma è il Cilento il vero protagonista, soprattutto grazie alla caratterizzazione dei suoli, così diversi rispetto alla matrice vulcanica largamente diffusa nella regione.
Eppure l’indole imprenditoriale si è rivelata eccessivamente flemmatica, piuttosto disunita ed in ogni caso sparuta: tutto ancora troppo distante dalla definizione di distretto viticolo.
L’Aglianicone, che a dispetto del nome nulla ha a che fare con l’Aglianico, al pari della Camaiola Beneventana, di cui in parte ricalca il profilo stilistico, è ancora poco più che un’idea in mano ad un manipolo di viticoltori.

Di fatto quello che oggi rappresenta la nuova frontiera dell’enologia campana è proprio il comprensorio più erratico e (all’epoca) confusionario della regione, ovvero quel binomio Vesuvio/Campi Flegrei in cui entrambi i vitigni protagonisti (la celebre ma sottostimata Falanghina e il Piedirosso, bestia nera dell’enologia campana) sembrano aver imbroccato, quasi contemporaneamente, la strada per una meritata notorietà.
Attenzione, non parliamo e mai ritengo parleremo di nuove vette di raffinatezza e pregio da esplorare, ma i risultati che si stanno conseguendo in tempi relativamente brevi, dopo anni di buio enologico dovuto ad idee confuse, da un lato, e dalla oggettiva difficoltà nel prendere le misure dei due vitigni dall’altro, permettono finalmente di individuare un nuovo significativo player nello scacchiere vinicolo della regione.

Vigneti in Costiera Amalfitana

La Falanghina si è definitivamente scrollata di dosso quell’aura di semplicioneria e immediatezza ed ha indossato vesti di maggiore autorevolezza e spessore, lasciando intravedere interessanti prospettive di affinamenti medio/lunghi, caratterizzazioni aromatiche disponibili già da subito e presenza palatale di ottima definizione.
Il Piedirosso, dopo essere stato la croce per generazioni di vignaioli, a causa della sua naturale tendenza alla riduzione in fase di lavorazione, con sentori non particolarmente gradevoli, è riuscito a trovare un delicato equilibrio ed uno stato di grazia per merito di un gruppo di coraggiosi produttori che ha voluto caparbiamente investire tempo ed energie in un vitigno sempre considerato di rincalzo, e che ora sta presentando un pregevolissimo conto.
La strada battuta è poi stata seguita da altri ed ora il distretto che affonda le sue radici direttamente nel magma della più grande concentrazione vulcanica d’Europa, inizia a camminare a testa altissima in tutte le recenti survey, ed anche il pubblico inizia a dare massiccio riscontro a vini che si esaltano sul loro terreno più congeniale, ovvero la tavola.

Chiaramente questa resta una analisi, diciamo, ‘semplicistica’ perché, di proposito, non vuole affrontare temi essenziali per la valorizzazione del comparto, quali, giusto per citarne qualcuno: la sinergia tra produttori, quella tra le varie zone vinicole, adeguate campagne di promozione e marketing, interfacce solide e privilegiate presso i mercati emergenti, il consolidamento delle posizioni nei mercati in cui siamo già presenti: una analisi di questo genere punta e vuol puntare il focus solo in quello che c’è nel bicchiere, e per ora va bene così.

Ma raccogliamo un attimo le fila di tutto il discorso fatto fin qui per provare a tirare le somme: ogni regione leader in Italia ha intercettato la sua tipologia di mercato preferita e l’ha aggredita con convinzione e risultati. Il Veneto, che abbiamo preso come principale pietra di paragone, è universalmente conosciuta nel mondo grazie a due ‘diversamente’ eccellenze quali il Prosecco e l’Amarone, ma allo stesso tempo ha un ventaglio di altre proposte talmente coerente e valido da poter aggredire e vincere facile quasi su ogni settore di mercato.

Uve di Aglianico

La Campania poteva esprimere potenzialità analoghe, forte soprattutto della quadra del cerchio conseguita dal binomio bianchista Irpino, che poteva fungere da testa d’ariete… e non sono nemmeno mancate eccellenze universalmente riconosciute (le 3 o 4 citate su) che hanno richiamato attenzione ed interesse; eppure da una analisi a volo d’angelo sugli altri distretti, quello che emerge è quasi un solo termine: confusione.
Quello che la natura ci ha generosamente donato non è stato valorizzato in maniera adeguata, e la proposta sul mercato è frammentaria e poco coerente. Ogni distretto fa vita a sé, e all’interno dello stesso distretto (quando questo riesce a definirsi tale) esistono comunque disomogeneità e idee poco chiare.
Forse l’emblema di questa confusione è proprio il ruolo dell’Aglianico, che avrebbe tutte le carte in regola per far breccia nei mercati che contano ed è invece diventato il fianco scoperto. Il nobile Aglianico ha dovuto cedere il passo al ‘negletto’ Piedirosso in quella che attualmente è la percezione del ‘must have’ enoico.

Qual è la speranza, o se vogliamo l’augurio? Che ci si possa realmente riappropriare di un retaggio di eleganza e finezza che ci era consono ed è andato perso; che il giardino Aglianico possa essere ricondotto (in anni purtroppo) ad uno stile interpretativo che recuperi il suo inconfondibile varietale e che si spenda sulla leggerezza più che sulla concentrazione, sullo scaricare più che sul caricare, sullo snellire più che sul pompare.
Che Piedirosso e Falanghina continuino la loro crescita interpretativa in modo da riempire quegli spazi in questo momento molto ampi per cui hanno tutte le carte in regola.
Che le piccole eccellenze uniformemente distribuite sul territorio regionale possano aumentare il livello di specializzazione ed esclusività ed affacciarsi su mercati altamente ricettivi.
Tutti gli altri distretti seguirebbero a ruota questo esempio virtuoso, e poco importa se non siamo in grado di tirar fuori bollicine convincenti o passiti tesi e suadenti: potremo sederci comodamente al tavolo dei grandi e dire:

‘Eccoci, siamo la Campania!”