di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

 

Pompei è uno scrigno prezioso, capace di regalarci periodicamente, e con una continuità disarmante, perle e gioielli di incomparabile fascino ed indiscutibile bellezza.
Il ritrovamento del mosaico che si presume ritragga il Gigante Orione, mitologico semidio figlio di Zeus, e allo stesso tempo splendida costellazione invernale, è solo uno degli ultimi ritrovamenti di assoluto pregio e impeccabile conservazione.
Le tracce di cultura romana che continuamente ci restituisce il sito archeologico naturalmente si intreccia a doppio filo con quelle che erano le tradizioni enogastronomiche dell’epoca, come testimonia ancora uno dei ritrovamenti più eclatanti e recenti.

Aurora di William-Adolphe Bouguereau, 1881

Del resto non potrebbe essere altrimenti: oltre ad essere una fondamentale colonia dell’impero romano, abbiamo già avuto modo di ribadire come la Campania fosse di fatto il “vigneto buono” dell’impero: se infatti una grande quantità di uva, adatta a dissetare palati non particolarmente esigenti, si producesse a ridosso dell’Urbe, sui crinali che portano ai celebri Castelli Romani, è alle pendici del vulcano spento di Roccamonfina e sulle isole Campane, che gli imperatori romani traevano i nettari più pregiati per i loro luculliani banchetti.

Avremo modo di attingere in maniera prolifica alla tradizione enoica dei capitolini, che in modi diversi, attraverso traiettorie altalenanti, in qualche modo è giunta fino a noi; nello specifico, in contemplazione di questo splendido mosaico, guidato dalla tradizione storica del luogo, scelgo un vino che ha mantenuto intatto il nome di uno dei più celebri vini dell’antichità: sto parlando del Cecubo Roccamonfina IGP di Villa Matilde.

Ma c’è un’altra ragione che mi porta al vino prodotto in quel di Cellole, in provincia di Caserta: leggenda narra che Orione fu reso cieco dal padre di Merope per vendetta, dopo che il gigante aveva violato la vergine. La vista gli fu poi restituita dalla Dea dell’aurora Eos, che si innamorò di lui perdutamente, e che ancora lo attende, nelle fredde albe invernali, quando la costellazione di Orione tramonta nelle rosee luci del primo mattino.
Ecco, il nome Cecubo è la crasi di caecus (cieco) e bibeo (bevo): nell’antichità questo vino era conosciuto come il “bere del cieco”. Certo, la cosa potrebbe far riferimento ad Appio Claudio Cieco, che amava particolarmente questo vino, ma a me piace immaginare che un sorso di questo calice sublimava a tal punto i sensi da rendere più lieve anche la mancanza della vista.
Nato da un blend di uve locali (Abbuoto, Primitivo e Piedirosso), oggi il Cecubo traccia una nuova frontiera del panorama aziendale nel far vino: si alleggeriscono le concentrazioni, si esalta il lavoro in vigna affinché le uve arrivino in cantina il più sane possibile, in modo da limitare drasticamente l’uso di solfitazioni aggiunte.
A dispetto del passaggio in legno per 12 mesi, ne scaturisce un vino di discreta agilità estrattiva, ma di imponente impalcatura olfattiva: dal sottobosco al bois, dal tabacco alla liquirizia, il tutto sostenuto da una frustata magmatica che striscia lunghissima sul finale.
Che vi affacciate, appena possibile, sul mosaico a Pompei, o rivolgiate gli occhi al cielo, e vi stringiate a qualcuno, per guardare le splendide stelle di Orione, non fatevi mancare un buon calice di Cecubo.

 

 

La foto di copertina è “Orione” nella costellazione illustrata da Johannes Hevelius (originale in bianco e nero)

 

 

Questo vino ce lo beviamo su…

Pompei, il mosaico di Orione. Sorprese dalla Regio V