L’arte riemersa dalle viscere dell’antica città del vino ci regala innumerevoli riferimenti ai baccanali, tra celebrazione cultuale e riti orgiastici

 

testo e foto di Simona Mandato

Il vino che oggi si ricava dalle vigne reimpiantate in alcune domus pompeiane, di cui tratta un nostro articolo, porta un nome importante: Villa dei Misteri. Un nome che a Pompei è un riferimento molto preciso, e che di per sé non ha in realtà nulla a che vedere con i luoghi in cui oggi si produce il vino in questione.

Anfore vinarie a Pompei

Quella che viene chiamata Villa dei Misteri si trova infatti, nell’antica città ai piedi del Vesuvio, subito fuori “Porta Ercolano”, ossia esattamente sul lato opposto rispetto a quei vigneti. Fu rinvenuta agli inizi del ‘900 e subito esplorata e studiata a fondo dal grande archeologo, e allora soprintendente agli scavi, Amedeo Maiuri.

Dalle evidenze archeologiche risulta chiaro che la casa risale al II secolo a.C., e che nel tempo ha subìto diverse modifiche, sia nella struttura che nell’impianto decorativo. In particolare negli anni 70-60 a.C. gli ambienti posteriori (oggi chiusi a causa di lavori di restauro) furono adibiti alla produzione del vino, trasformando in azienda vitivinicola quella che in origine era stata una lussuosa abitazione extraurbana. Sono ancora chiaramente intuibili gli spazi produttivi in cui si pigiava il vino, dapprima con i piedi in un’apposita vasca ancora visibile, e poi attraverso il torcularium, il torchio che è stato anche riprodotto a titolo dimostrativo in favore dei visitatori degli scavi. Si vedono le canaline lungo le quali il succo pigiato fluiva nelle dolia, le grosse orci di terracotta destinate ad ospitarne la fermentazione, rinvenute al loro posto, conficcate nel terreno.

A determinare il nome di questa villa sono gli affreschi del ciclo pittorico detto appunto dei “Misteri”. Un termine che anticamente definiva le fasi di un rituale conosciuto solo agli iniziati ad un culto misterico, in questo caso quello di Bacco. Lo stesso termine oggi evoca qualcosa di segreto. E bisogna dire che un’aura misteriosa pare che effettivamente aleggi intorno a quelle stanze e a quegli affreschi…

Pareti dipinte in II stile, Villa dei Misteri a Pompei

Questo complesso quanto raffinato ciclo, così come quelli di altri ambienti di Villa dei Misteri, sono dipinti nel cosiddetto II stile. Uno stile che fu molto apprezzato e si diffuse nel I secolo a.C. La sua caratteristica tipica è quella di rappresentare su intere pareti di domus private delle finte architetture, colonne, cancelli che immettono in giardini, finestre che si aprono su spazi architettonici esterni. Il tutto grazie ad una tecnica detta trompe-l’oeil, ossia di inganno ottico. Le architetture sono rese in maniera tridimensionale, risultando molto realistiche, con l’effetto di ampliare visivamente lo spazio. Alcuni di questi affreschi sono davvero monumentali, delle vere e proprie scenografie: e infatti la derivazione è proprio dalle scenografie che anticamente facevano da sfondo nei teatri.

Dopo non so quanto tempo sono tornata a Villa dei Misteri, e ancora una volta sono rimasta affascinata da quei dipinti. Le pupille si allargano a dismisura di fronte alla bellezza imponente che pittori di circa due millenni fa lasciarono su quelle pareti.

“Maestosi!”, non si può fare a meno di pensare quando li si vede. Nella Villa dei Misteri in particolare, ti trovi davanti una sequenza di grosse figure umane a grandezza naturale. Ti circondano lungo le quattro pareti di una stanza stagliandosi su uno sfondo di classico rosso pompeiano e…. narrano una storia.

Dagli affreschi di Villa dei Misteri, la scena centrale di Dioniso e Afrodite, a sinistra sileni

Impossibile descriverla senza dover citare le diverse teorie circa l’interpretazione dell’una o l’altra scena: il rebus è genericamente risolto, ma non lo sono i dettagli. Non intendo scendere in quel complesso intrico di teorie e annoiare chi legge, ma solo soffermarmi sul tema, accettando l’interpretazione data da Maiuri. Certo è che a dominare la narrazione che scorre come in una sorta di fumetto antico, è la scena centrale in cui si vede un Dioniso – alias Bacco ai tempi dei romani – già beatamente preda dei fumi della bevanda di cui era il produttore e il protettore. Lo si vede lascivamente adagiato sulle gambe di una figura femminile, della quale mancano il busto e il volto, parti di un frammento pittorico perso, ma che indubbiamente è Afrodite… l’amore! Il tirso, quella lunga asta appoggiata in obliquo sulla coscia del dio, è un indiscusso attributo di Dioniso, casomai qualcuno avesse qualche dubbio.

E tutte le altre figure? Diciamo che, al netto dei dettagli su cui litigano storici, archeologi e oggi anche blogger, si tratta di un rito di iniziazione a Dioniso di una donna, prossima sposa. Lungo le pareti scorrono le diverse fasi dei rituali, comprensivi di libagioni, offerte votive, riferimenti a vino, teatro e sessualità, tutte cose che erano notoriamente legate alle feste per il culto dionisiaco fin dall’epoca greca. Ma nell’enorme affresco trovano espressione anche le emozioni, i momenti di estasi orgiastica come quelli di sorpresa, o anche di sgomento per le pratiche sessuali…

Si suppone che la prima proprietaria della villa fosse lei stessa una sacerdotessa di Dioniso, e che nelle sue stanze si svolgessero quegli stessi riti di iniziazione descritti nell’enorme opera d’affresco. Riti che erano molto amati in Campania e al sud, l’area in cui forte era l’impronta culturale greca da cui quei riti si erano originati, ma che erano poi degenerati quando si affermarono a Roma. Tanto che nel 186 a.C. il senato li vietò. Ma qui da noi i Bacchanalia erano talmente diffusi che si continuava a celebrarli contravvenendo alla legge.

Megalographia aveva definito Vitruvio nella sua opera De Architectura quel tipo di rappresentazione con figure a grandezza umana. Rarissimi sono gli esempi che sono arrivati fino a noi, e questo di Villa dei Misteri è senza ombra di dubbio il maggiore. Sebbene, bisogna dire, la mano che li ha dipinti non pare quella di un artista così convincente nel disegno, eppure bravissimo nella stesura del colore, capace di ottenere effetti disparati, di accostare con equilibrio colori vividi e toni smorzati.

Per chi come me è abituato (per lavoro o per passione) a frequentare scavi e musei di archeologia greco-romana, è automatico fare dei ponti mentali. E così viene facile pensare agli innumerevoli riferimenti a Bacco e al vino che sono venuti fuori a Pompei e ad Ercolano. L’abbandonarsi al suo potere consentiva, allora come oggi, di lasciarsi andare liberamente!

Scena di banchetto dalla casa dei Casti Amanti, Pompei

La casa dei Casti Amanti a Pompei ad esempio, mostra (ai fortunati che riescono a visitarla quando raramente viene aperta al pubblico) delle effervescenti scene di banchetto, in cui si vede che ciascuno dei letti triclinari è “abitato” da due persone e… in atteggiamenti inequivocabili! Il tutto annaffiato (e favorito!) dai fiumi di vino che scorrevano fra crateri, brocche e i calici che si notano disposti sui tavolini.

Satiro ebbro da Villa dei Papiri, MANN

Personaggi ebbri, che siano sileni, satiri o Bacco stesso, se ne trovavano in ogni peristilio (giardino) e in tantissimi triclinii (sale da pranzo). Come quelle splendide sculture in bronzo di ispirazione ellenistica che affollavano i giardini della Villa dei Papiri ad Ercolano, oggi esposte al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Impossibile poi – ricollegandomi ancora al vino oggi prodotto negli scavi di Pompei – non far riferimento ad un noto affresco, staccato il secolo scorso dalle pareti della Casa del Centenario e oggi al MANN. Vi si vede un monte, piatto sulla sommità, in cui mi piace leggere (a dispetto di una diversa tesi circolante) il Vesuvio e il suo cratere nell’aspetto che potevano avere 2000 anni fa. Quella bocca in diretta comunicazione col cuore della terra, che ha saputo sputare fuori più e più volte ceneri e ogni sorta di materiale in cui oggi affondano le radici – oltre che della nostra storia – anche di quell’uva di Piedirosso. E il vino, oggi come allora, si avvantaggia di tutti i minerali di cui è intriso quel suolo.

Il Vesuvio e Bacco, affresco da Pompei (foto Marinella Cangemi)

Accanto, quasi didascalico, si erge un Bacco che è lui stesso un grappolo d’uva, e che da un kantharos versa vino nella bocca della sua amica pantera. Più sotto striscia e si erge un enorme serpente agathodemon, cioè che porta bene. Il bene della ricchezza che quel vino forniva a Pompei e a tutto il territorio d’intorno. Ma certamente anche il benessere di qualche ora procurato a chi ne beveva liberamente.

 

Per approfondire:

Amedeo Maiuri, La Villa dei Misteri, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1967

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