Trucco e parrucco è l’attività di Emanuela e Tiziana Passaro, giovani imprenditrici napoletane che  quotidianamente rinnovano l’antico mestiere artigianale appreso in famiglia. (v. anche articolo sulla sartoria Canzanella)

di Eliana Ciampi – foto archivio Artimmagine (in copertina: Emanuela Passaro)

Tutto ebbe inizio con il loro bisnonno, Luigi Sorrentino, napoletano emigrato a Grenoble, che lavorava nei teatri locali. Durante la seconda guerra mondiale suo figlio Leopoldo, in quanto italiano in Francia, fu costretto a scegliere se arruolarsi nell’esercito francese o italiano e optò per la seconda soluzione con la conseguente esclusione della sua famiglia da tutte le attività commerciali in Francia. Poi ci fu l’espulsione dal paese e il ritorno in Italia di tutta la famiglia, che ormai aveva perso tutto, e Leopoldo che fu fatto prigioniero dagli inglesi. Finita la guerra, a Napoli gli Alleati gestivano il Teatro San Carlo, in quanto un colonnello appassionato di lirica, assieme al soprintendente dell’epoca, decise di riaprire il massimo napoletano.

Leopoldo Sorrentino al lavoro negli anni ’60

Così, mentre in città si raccoglievano le macerie lasciate dalle bombe, dei “pionieri” amanti dell’arte radunarono tutti coloro che a Napoli avessero conoscenza di teatro, per riportare in vita il teatro dell’Opera più antico del mondo. Era il 1944

Tra questi c’era anche il nonno delle sorelle Passaro, che si era occupato di trucco e parrucco con il padre a Grenoble e in prigione aveva imparato l’inglese. La nuova era del San Carlo iniziò con una tournée di tre mesi a Londra, dove Leopoldo conobbe la sua futura moglie, sarta di teatro.  Erano pochissimi gli artigiani dello spettacolo quando aprì il centro Rai di Napoli e Leopoldo fu anche tra questi pionieri, ma poi tornò al San Carlo, mentre il figlio restò in tv.

Emanuela è laureata in Scienze Politiche, ma quando da bambina muovi i primi passi nel camerino di un teatro, non puoi opporre resistenza alla vita che ti porta dove scorre il sangue della tua famiglia.  Già Annamaria, sua madre, aveva seguito le orme di Leopoldo, quando poter imparare un mestiere artigianale dai propri genitori si considerava una grande fortuna e garanzia per il futuro. Così negli anni 80 Leopoldo andò in pensione, lasciando le redini della ditta Sorrentino alla prima donna imprenditrice di casa.

Poi undici anni fa Emanuela e Tiziana Passaro, a 27 e 20 anni, hanno dato origine a una società figlia della ditta familiare, Artimmagine, aprendosi anche al settore cinematografico e televisivo sia per il trucco, che per la creazione e il noleggio delle  parrucche.

Annamaria Sorrentino – Artimmagine

Ancora oggi non esistono scuole, dove s’insegna a realizzare parrucche teatrali -sottolineano le due giovani imprenditrici – l’unica scuola è l’apprendistato, che nel loro caso è iniziato ufficialmente quando avevano 15 anni, ma in realtà da piccolissime hanno iniziato a vedere come si lavorava e davano il loro contributo, facendo trecce nel laboratorio del nonno annesso alla casa.

Emanuela dice: “Quando nasci in un laboratorio dove si fa qualcosa di artigianale non esiste un momento di passaggio da quando lo vivi come momento familiare a quando diventa attività professionale. Te ne accorgi dopo che qualcosa è cambiato. È qualcosa che c’è sempre stata. Si tratta di un percorso fluido, in cui non esiste cesura tra il momento di formazione e quello propriamente lavorativo.”

Le prime esperienze teatrali che hanno impattato la vita delle sorelle sono legate a ricordi d’infanzia, a quando per la prima volta accompagnarono la mamma in tournée a 12 e 11 anni, anche se in realtà frequentavano il backstage dell’opera da sempre, assieme agli altri figli di “sancarliani”. Si conoscevano tutti, perché i lavoratori del teatro amavano far vivere ai propri figli quest’ambiente artistico e stimolante, trasversale, in cui il grande musicista collabora con il facchino e prendono il caffè assieme. Una rarità rispetto ad altre realtà aziendali, che è prima di tutto scuola di vita. La stessa che Emanuela desidera che “frequenti” la piccola Giada, sua figlia.

Emanuela e Tiziana, come Annamaria e Leopoldo prima di loro, sono nate e cresciute al teatro, ma se qualcuno pensa che con un background così si raggiungano gli obiettivi più rapidamente di altri, si sbaglia di grosso e ce lo spiega Tiziana: “Noi figlie d’arte abbiamo fatto una lunga gavetta. Il camerino artisti è l’ultima tappa di un percorso che inizia nei sottoscala a truccare centinaia di bambini e comparse. So fare tutti gli animaletti del mondo e ho preso la varicella a 21 anni dai bimbi che truccavo! Ora sono sette anni che gestiamo il reparto, ma per tanti anni siamo stati gli “aiuti”, pronte a risolvere qualsiasi imprevisto e senza guardare l’orologio.”

Una fase del lavoro alle parrucche di Emanuela e Tiziana Passaro

Incuriosita dalla vastità della loro esperienza, chiedo se ci siano spettacoli che risultano più complessi di altri e scopro che in famiglia quando si affronta qualcosa di complicato, esclamano: “E che cos’è? Un Nabucco?” Perché normalmente la realizzazione delle parrucche e il servizio al teatro si complica in caso di spettacoli in cui occorre ricostruire epoche ed etnie, ma soprattutto in spettacoli con grandi masse, in cui tutti sono imparruccati o hanno molti cambi.   Nel Nabucco, per esempio, si passa da  ebrei a leviti e da leviti a ebrei e  babilonesi, il tutto considerando che – almeno al San Carlo – soltanto i coristi da truccare  e imparruccare sono 80, poi ci sono 10 solisti e le comparse a discrezione del regista.

Raccontano che le parrucche teatrali sono molto delicate, in particolare quelle etniche ricche di decori, e richiedono manutenzione costante, anche perché solitamente le repliche degli spettacoli sono numerose. Pur avendo materiale di repertorio, esso va modificato per ogni spettacolo, specialmente la parte anteriore dell’attacco.

Mi spiegano che oggi sono di tendenza messe in scena più “contemporanee” e scarne, ma non mancano registi che le preferiscono “classiche” e faraoniche.

Tornando all’esempio del Nabucco, Artimmagine possiede materiale realizzato da nonno Leopoldo con barbe geometriche a imitazione delle statue, che le nipoti hanno restaurato recentemente per uno spettacolo a Salerno, recuperando anche la ciniglia che formava le barbe pizzute.

Le tecniche di realizzazione delle parrucche possono esser varie, e dipendono sia dal disegno di riferimento che dai destinatari, masse o solisti. Alcune parrucche sono miste, in parte ricamate e in parte costituite da fili di tessitura, ma altre sono interamente ricamate. In questo caso puoi impiegare da 3 a 10 giorni per la creazione di una singola parrucca. Si tratta di infilare i capelli con un ago sottilissimo nella stretta trama di un tulle invisibile, per cui la vista non consente di farlo per tantissime ore al giorno.

Alcune parrucche artigianali di Artimmagine per l’opera

Dopo molti anni nello stesso teatro, lo spettacolo cui le sorelle Passaro sono più legate sentimentalmente è Lo Schiaccianoci, che il San Carlo propone ogni Natale, perché hanno visto il corpo di ballo crescere assieme a loro e passare nel corso degli anni dall’interpretazione di personaggi giovani a quella di personaggi anziani. Il Natale 2020 per Emanuela e Tiziana è stato il primo senza Tchaikovsky.

La loro accademia è stata la casa, ma lungo il cammino hanno incontrato tanti maestri. Emanuela, per esempio, racconta di aver imparato tantissimo sull’uso dei colori da Odette Nicoletti, con la quale ha lavorato a soli 20 anni, quando ormai la grande costumista di fama internazionale stava per ritirarsi dalle scene…eppure si è seduta accanto a lei e le ha spiegato come costruire i personaggi.

Si impara tanto dai grandi artisti, che sono coloro che apprezzano di più il lavoro e l’importanza di ogni singolo lavoratore dello spettacolo. Ma a volte la pressione può essere grande ed Emanuela ricorda di quando è svenuta dopo un’ora e mezza di truccatura per una Turandot, tecnicamente complicata e con un soprano piuttosto esigente!

Esilarante è invece il racconto di Tiziana sulla tournée a Hong Kong del 2013. Erano lì per una Traviata e dovevano gestire dei collaboratori cinesi. Avevano il supporto di un interprete, ma a volte non basta… Terminate le prove, chiesero di smontare le parrucche, ma furono “prese alla lettera” e lo staff non si limitò a toglierle dalla testa dei cantanti, bensì le smontarono nel senso stretto del termine, dopo settimane di lavoro e poco prima della prima!

“Le difficoltà maggiori s’incontrano in tournée, quando non si può lavorare con la propria squadra oppure quando costumisti e registi non hanno le idee chiare. Nella realizzazione di una parrucca occorre considerare sempre non solo le scelte artistiche per quella data messa in scena, ma anche ciò che impone la partitura e soprattutto gli aspetti tecnici. La volumetria è funzionale alla visibilità e riconoscibilità del personaggio, ma deve esser confortevole, perché i cantanti la indossano mentre si muovono, recitano e cantano ”

“Ogni spettacolo è un esame e un continuo confronto con altri professionisti, perché gli artisti sono truccati e imparruccati in tutto il mondo e sulla scena non c’è la possibilità di correggere gli errori. Al teatro si è sempre “in diretta” e ora che i teatri sono chiusi e si lavora (poco) in streaming, è tutto diverso.”

Tiziana Passaro – Artimmagine

Poco prima del lockdown della primavera 2020, Emanuela e Tiziana hanno investito ancora una volta in questa rara attività artigianale, prendendo un nuovo laboratorio in affitto e ora sono quasi totalmente ferme, come gli altri lavoratori del teatro. Lamentano il fatto che sia mancata progettualità nel momento in cui ci si è resi conto che il blocco non sarebbe durato due mesi, ma a questo punto – probabilmente – due anni. “È mancato quel colonnello che, malgrado le bombe, ha riportato in vita l’opera nel ‘44. Oggi si trovano solo ostacoli e non soluzioni.”

“La nostra non è una lavorazione industriale, bensì artigianale. Non ci si può convertire. È un lavoro molto settoriale, per il quale maturi competenze che vanno aldilà di quanto ti verrebbe strettamente richiesto, ma che allo stesso tempo non ti consentono di reinserirti altrove.”

Il racconto della famiglia Sorrentino ci ricorda che la pandemia non solo costringe gli amanti del teatro a rinunciare a emozioni uniche, ma ha anche calato il sipario su una forma d’arte che, per chi è dall’altra parte della sala, non è solo “un lavoro”, ma il risultato di una vita fatta di passione, dedizione e relazioni.

Beviamoci su….

di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

Come abbinamento mi piace suggerire tutti e 3 i Cru di Fiano dell’azienda Villa Raiano: sto parlando del Ventidue, con uve provenienti da Lapio (luminosità agrumata su scheletro salino), dell’Alimata, con uve provenienti da Montefredane (fumoso ed affumicato su timbriche di farina di castagne) e dell’ultimo arrivato Bosco Satrano, uve da San Michele di Serino (floreale, aperto, vibrante ed officinale).
Ognuno dei tre, nella sua nitida personalità, rappresenta in maniera eccellente il lavoro portato avanti per generazioni dalla famiglia Passaro. (approfondisci l’argomento “Cru”)