Al Museo Diocesano di Napoli una mostra mette a confronto le diverse anime del pittore seicentesco

testo e foto di Francesca Guadagno

 

Dalla spada alla tenerezza il passo può sembrare lungo, eppure per Aniello Falcone si può misurare nella lunghezza delle setole di un pennello e nella sua capacità di dipingere, con lo stesso trasporto, una madre che allatta o una battaglia furiosa.

Aniello Falcone, Assedio di Gerusalemme

Noto ai napoletani soprattutto per essere l’eponimo di un’arteria del quartiere Vomero, a tanti è in realtà sconosciuto come pittore, vissuto in uno dei secoli più drammatici della storia napoletana e, nello stesso tempo, momento formidabile per la scrittura di una delle pagine più emozionanti della nostra pittura. Visse infatti nel pieno del 1600 sotto il viceregno spagnolo, osservatore dell’esplosione del naturalismo caravaggesco, delle intemperie religiose della Controriforma e testimone delle sofferenze del popolo che esplosero nella rivolta di Masaniello. Un momento storico che poteva portare alla follia chi non riusciva a tenervi testa, o grandezza a chi ne avrebbe tratto ispirazione.

In questo momento si forma Aniello Falcone, un nome spesso trascurato forse per essere sempre inquadrato in un unico genere di produzione pittorica. Egli infatti si distinse tra i suoi contemporanei per i dipinti di battaglie, precise e turbolente tanto da meritarsi l’appellativo di oracolo delle battaglie pronunciato dal conterraneo grande maestro Luca Giordano.

Ad Aniello Falcone, il Velázquez napoletano, il Museo Diocesano ha dedicato una mostra che regala una conoscenza più approfondita del pittore, grazie all’accostamento delle battaglie ad altre scene di tenore completamente diverso.

Si è poi scelto di metterlo in parallelo con il maestro spagnolo perché i due, oltre ad essere vissuti nello stesso periodo, hanno probabilmente incrociato le loro strade nella Roma del 1630, o forse proprio a Napoli.

Diego Velázquez, Rissa all’ambasciata di Spagna – foto di pubblico dominio da Wikipedia

Attraverso i confronti delle opere dei due, sembra esserci stato uno scambio di influenze, naturalistiche e classiciste di cui raccontava in un suo scritto lo storico dell’arte Roberto Longhi. In un piccolo dipinto di Velázquez – Rissa all’ambasciata di Spagna – individuava una mezza via tra lo spagnolo e il napoletano, e i rapporti tra i due, secondo il critico, non si limitavano solo a questo. Il suo merito fu sicuramente quello di portare in luce un pittore italiano spesso trascurato e oggi, senza voler sminuire Aniello Falcone, l’accostamento all’altro serve a farci intendere la qualità che il primo riuscì a raggiungere nelle sue opere.

A. Falcone, Interno di cucina

Tra le 23 opere esposte si punta a mostrare un artista poliedrico che dipinge con la stessa verità Maestra di scuola o l’Elemosina di Santa Lucia, una delicata Santa Barbara, oppure un Interno di cucina con vivandiera e garzone specchio della grande tradizione locale delle nature morte. Tuttavia un dipinto che subito richiama l’attenzione, e fa parte della collezione stabile del Museo, è una tenerissima raffigurazione del Riposo nella  fuga in Egitto, spontanea come poche. Ed è un quadro che in ogni mia visita negli ambienti della chiesa di Donnaregina Nuova, sede del museo, amo guardare a lungo e adesso ancora di più, dal momento che un attento restauro ne ha restituito la brillantezza dei colori e colmato alcune lacune. In una tela a sviluppo verticale appare la Sacra Famiglia che, trovato un luogo tranquillo in una radura, si ferma per riposare e nella calma del momento viene soddisfatta la fame del più piccolo viaggiatore.

A. Falcone, Riposo nella fuga in Egitto

Possiamo definire un quadro avvolgente? Secondo me questo ha tutte le carte in regola per soddisfare tale definizione, al suo cospetto infatti finiamo per sentirci avvolgere dai dettagli come in quell’abbraccio della mamma e il suo bambino. Emana un senso percepibile di calore l’ampio panno bianco che stacca in primo piano sul grembo di Maria, troppo lungo per un neonato e quindi ripiegato più volte per diventare un comodo e caldo giaciglio. Un lembo scivola dalla presa della mano, il cui biancore quasi si perde in quello della stoffa se non fosse per un timido rosa che invade le dita. La purezza, quella totale di una madre che nutre il figlio, è qui immortalata in un gesto assolutamente naturale ed eterno.

Il tutto è esaltato dalla luce che, attraverso le stesure della pittura ad olio, Falcone getta sui corpi in primo piano, sui capelli dorati del piccolo, sul turbante inconsueto della mamma e sul blu emozionante che forse volutamente vuole soffocare quel piccolo scorcio di abito rosso che scorgiamo sul ginocchio arretrato, presagio del sangue e del sacrificio, che qui si vuole dimenticare a favore dell’elogio di una vita appena nata.

E dietro avete visto il dolce asinello? La testa appena sbuca da destra, discretamente in secondo piano condivide lo stesso livello dell’assopito Giuseppe, entrambi quinte scenografiche, elementi secondari e fondamentali allo stesso tempo, guardie a riposo dell’incolumità di Maria e Gesù. Era il 1641 quando Falcone si cimentava in quest’opera per il collezionista Gaspar Roomer.

A. Falcone, Riposo nella fuga in Egitto, part.

Trent’anni dopo il passaggio di Caravaggio a Napoli, il pittore ne ricorda la lezione di verità in quei dettagli come la bocca del bambino correttamene delineata nel gesto di suzione e il naso leggermente schiacciato nell’incontro con il seno straripante di latte. E nell’aggiunta di un vero e proprio brano di natura morta nel gruppo del sacco e del giogo dell’asino, appoggiati in primo piano sul suolo roccioso. Così come nei piedi nudi di Maria, che da quelli spesso sporchi e scandalosi del pittore lombardo, sono diventati un elemento frequentemente esibito nella pittura seicentesca. Anche se qui sono bianchi, delicatissimi e puliti!

Questo tenero interprete di una maternità è lo stesso pittore delle battaglie di cui vi parlavo in apertura, quelle scene di guerra dominate da furibondi ammassi di soldati, animali, armi, corpi straziati o accampamenti. Dalla figura imponente della protagonista del Riposo si va a quelle piccole e spesso anonime della Battaglia tra turchi e cristiani con un cavallo scosso, della Battaglia di cavalieri spagnoli con cannoni o l’Assedio di Gerusalemme, solo per nominarne alcuni.

Il suo occhio si posa sulle scene con indole quasi da fotoreporter, sembra di guardare le immagini riportate da un giornalista di guerra che ha sostituito all’obiettivo la tavolozza. Anche quando la zuffa diventa folla, ogni soldato mantiene la sua dignità individuale, si contano gli elmi luccicanti, gli archi e le lance. E difficilmente si troveranno due soldati dipinti, per velocità di esecuzione, nella stessa posa. Tutto denota una reale conoscenza di cosa accadeva in guerra, sicuramente Falcone era stato più volte vicino all’azione, magari schizzando le scene che velocemente cambiavano davanti ai suoi occhi.

Aniello Falcone, Battaglia con cavalieri in costumi moderni

I cavalli poi sono bellissimi, le razze indagate nei minimi dettagli, criniere brune al vento o bianche raccolte in trecce; nell’Apparizione di San Michele all’assedio di Siponto un destriero ha persino sfumature color rame, la coda è annodata con un ricciolo finale, ed insieme al cavallo imbizzarrito alla sua destra sono egualmente protagonisti con gli altri personaggi umani. E questo accade in tutte le battaglie di Aniello Falcone, giustamente definite “senza eroe” ed anzi potremmo dire, in cui tutti sono eroi, uomini ed animali. Richieste ed amate a quel tempo da privati e collezionisti che a Falcone ed altri chiedevano questo genere emergente per arricchire i saloni di eleganti dimore.

Come si poteva diventare inclini a rappresentazioni di tale genere? Non dimentichiamo che Falcone è figlio di un secolo, il XVII, molto turbolento ed in cui si era soliti girare armati e non pochi gentiluomini erano facilmente pronti allo scontro con la spada. Anche il nostro pittore lo era, abile spadaccino sin dalla giovane età, che la storiografia ha voluto ad un certo punto artefice di una banda di pittori-spadaccini, la cosiddetta “Compagnia della Morte” in cui riuniva colleghi ed allievi, artisti di giorno e giustizieri contro le angherie spagnole di notte. Forse una leggenda metropolitana. È comunque indubbio che di armi ne avesse ottima conoscenza, sicuramente era un esperto schermidore. Ma quello che ne ha tramandato il nome ai posteri è stata l’arma che può davvero travalicare i secoli: la sua arte.

 

Aniello Falcone, il Velázquez di Napoli

mostra in corso al Museo Diocesano Napoli fino al 30 aprile

Largo Donnaregina

da lunedì a sabato: 9:30 – 16:30

domenica: 9:30 – 14:00

martedì: chiuso

 

Per approfondire:

Aniello Falcone, il Velázquez di Napoli, catalogo della mostra di Pierluigi Leone De Castris Ed. Elio De Rosa

Fritz Saxl, Battaglie senza eroe. Studi su Aniello Falcone – a cura di Giuseppe Porzio, Ed. Artem 2021

Roberto Longhi, Velázquez 1630,La rissa all’ambasciata di Spagna” in “Paragone” I, 1950, 1, pp. 28-34

 

Beviamoci su….

Il vino da bere su… i dipinti di Aniello Falcone