Uno degli amori coronati di Napoli e del suo Regno più conosciuti, che rimase immortalato in una delle sculture più interessanti del Rinascimento napoletano. E non solo lì.

Testo e foto di Francesca Guadagno

Ritratto di Alfonso V d’Aragona il Magnanimo, Museo di Saragoza, Spagna

Il brevissimo dominio degli Aragonesi ci racconta una pagina di storia di Napoli che a dispetto della breve durata si configura tuttavia carica di novità, mutamenti nelle atmosfere artistico-culturali e nello stesso tessuto urbano della città. Il 1442 segna la definitiva sconfitta degli Angioini da parte del nuovo sovrano di origine spagnola, quell’Alfonso detto il Magnanimo che la regina Giovanna II aveva anni addietro impulsivamente adottato per poi ritrattare sotto la pressione della famiglia. L’Aragonese non l’aveva presa bene e in più riprese aveva tentato la conquista fino al vittorioso ed estenuante assedio che portò alla vittoria definitiva il 2 giugno 1442. Per il re furono organizzati ben due cortei celebrativi. In realtà possiamo considerare anche un terzo corteo, quello che ancora oggi possiamo vedere su uno dei monumenti simbolo di questo periodo.

Il momento storico coincide anche con il passaggio dal Medioevo al Rinascimento ed Alfonso ebbe il merito di richiamare a Napoli artisti non solo dalla madrepatria ma anche da più parti d’Italia, in particolare dalla Toscana, smobilitando l’ambiente culturale locale che si ritrovò proiettato nel Rinascimento italiano. La fabbrica più importante che impiegò numerose maestranze per quasi un ventennio (in più riprese tra il 1452 e il 1479) fu la ricostruzione del castello angioino, quel Castel Nuovo che durante l’assedio aragonese era stato malamente danneggiato.

L’arco di trionfo in onore di Alfonso d’Aragona a Castel Nuovo, Napoli, 1458. Al centro, il corteo reale

Non è il castello tuttavia che oggi richiama il nostro interesse, ma al fine della nostra storia andiamo a guardare un particolare del maestoso arco di ingresso, quel trionfo di marmo bianco che spicca tra le nere e massicce torri di piperno. Quel fregio con tante figure che poggia al disopra dell’arco e che, come in una foto scattata da un fotoreporter del tempo, riporta in marmo l’ingresso trionfale di Alfonso a Napoli: il carro sul quale il re è seduto impugnando scettro e globo, anticipato e preceduto da un corteo di aristocratici, curiosi, soldati.

In quella fila di personaggi una in particolare attira l’attenzione di ogni osservatore. Ed è di lei che vogliamo raccontarvi la storia.

Il 23 giugno a Napoli si ripeteva ogni anno una festosa celebrazione in occasione di San Giovanni Battista, un pomposo corteo composto dal popolo e dai rappresentanti dei seggi napoletani prima; successivamente le donne in cerca di marito offrivano all’innamorato una piantina di grano, e se questi l’accettava, restituiva il gesto con un dono. Nel 1448 l’occasione della festa fu galeotta per lo stesso Alfonso. Partecipava alla festa anche una bellissima fanciulla di soli diciotto anni, una nobile napoletana di nome Lucrezia d’Alagno la quale, si racconta, offrì al re la sua piantina d’orzo e questi le diede in cambio un sacchetto di monete che allora si chiamavano alfonsine. La ragazza avrebbe risposto rifiutando il gruzzoletto perché, disse, le sarebbe bastato un solo alfonso.

Cupido aveva scoccato la sua freccia, ed iniziava una delle storie d’amore più famose tra quelle dei sovrani del regno di Napoli. I due non si separarono più e la differenza d’età (il re aveva cinquantacinque anni) non fu un ostacolo tra i due che non consumarono mai il loro amore. Secondo le fonti la loro era un’unione affettuosa ed intellettuale; ma quale che sia realmente stata la natura del loro rapporto, l’influenza della ragazza sul sovrano aumentò sempre di più, tanto che per il resto della vita di Alfonso ebbe un importante ruolo nella politica e nei fatti del regno.

I due non poterono mai sposarsi perché Alfonso aveva una moglie, Maria di Castiglia, sempre rimasta in Spagna, sterile e di salute cagionevole, di cui entrambi speravano una dipartita, prima o poi… Visto che ciò non accadeva, Lucrezia tentò il tutto per tutto e si recò dal papa Callisto III, zio di un suo cognato, per chiedere che sciogliesse il matrimonio tra i sovrani. Era l’11 ottobre 1457 quando il corteo degno di una regina portava la napoletana a Roma, dove fu accolta con altrettanta regalità. Purtroppo la spedizione ebbe esito negativo in quanto il papa rifiutò di separare Alfonso e Maria.

Ai due amanti rimaneva comunque poco tempo: la morte infatti coglieva Alfonso il 27 giugno 1478, precedendo di pochi mesi la moglie Maria. Invisa al nuovo re Ferrante e alla consorte Isabella di Chiaromonte, Lucrezia lasciò Napoli e trascorse nell’agiatezza gli ultimi anni di vita a Roma. L’amore tra Alfonso e Lucrezia non ebbe mai un coronamento legale ma fu immortalato nei racconti, nelle cronache del tempo e nella pietra.

Il corteo d’onore di Alfonso d’Aragona del portale marmoreo di Castel Nuovo a confronto con l’affresco a Palazzo Reale – in evidenza la figura di Lucrezia

Nel fregio dell’arco trionfale appare un’unica figura femminile, esattamente tra il il carro di Alfonso trainato dai cavalli e il gruppo di suonatori. Il suo sguardo si distacca da ciò che sta avvenendo e si rivolge ad un punto al di fuori dell’arco, verso un immaginario spettatore.

Lasciamo Castel Nuovo e ci dirigiamo verso un altro luogo che racconta innumerevoli storie di re e regine, quel Palazzo Reale voluto a partire dal 1600 per ospitare in una più consona residenza i re spagnoli in visita a Napoli, dove i castelli erano ormai obsoleti. Della decorazione del XVII secolo rimane ben poco, ma nella seconda anticamera merita la nostra attenzione il soffitto con i fasti della casa d’Aragona, commissionato al pittore di origine greca Belisario Corenzio che tanta fortuna ebbe nelle commissioni napoletane tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Nella rappresentazione dell’ingresso di Alfonso a Napoli fu spontaneo il riferimento alla stessa scena già rappresentata sull’arco. Così ci ritroviamo in un divertente caso in cui a distanza di circa centocinquanta anni un’immagine scolpita sulla pietra diventa colorata per mano di un pittore.

La versione di Palazzo Reale è molto più dettagliata, il dinamismo dei personaggi è più spinto. Appare l’espediente degli spettatori che osservano la scena dagli edifici dipinti sullo sfondo, mentre agli angoli della scena appaiono due figure femminili, a sinistra una mamma che mostra al figlioletto l’avvenimento, a destra un’altra vista di spalle e seduta per terra. Ma quella che a noi interessa è sempre la stessa, fedelmente collocata come nell’originale davanti ai cavalli che trainano il carro. Lucrezia in entrambe le scene afferra le redini del carro: forse un riferimento alle redini del cuore di Alfonso, che per tutta la vita di lui terrà ben strette!

 

Per approfondire

Napoli e i suoi castelli tra storia e leggende, Eugenio Pirovene, 1964, Ed. del Delfino

Amori napoletani, Antonio Emanuele Piedimonte – Arianna Scognamiglio, Napoli 2011, Ed. Intra Moenia

 

Beviamoci su….

Il vino da degustare davanti…. all’arco di trionfo di Castel Nuovo