Due differenti tecniche di piantagione delle viti che ci sono state tramandate da Etruschi e Greci, amanti del vino e sapienti produttori

di Vittorio The Figurehead Guerrazzi

foto di copertina: Vendemmia sull’alberata aversana – da https://www.rivistadiagraria.org

 

Finalmente raggiungemmo la pianura di Capua (….) Nel pomeriggio ci si aprì innanzi una bella campagna tutta in piano (….) I pioppi sono piantati in fila nei campi, e sui rami bene sviluppati si arrampicano le viti (….) Le viti sono d’un vigore e d’un’altezza straordinaria, i pampini ondeggiano come una rete fra pioppo e pioppo.

Queste le suggestive parole di Goethe, nel suo “Viaggio in Italia”, quando si trovò al cospetto delle imponenti alberate Aversane, vero monumento a cielo aperto dell’enologia storica campana.

Siamo nella piana di Aversa, zona altamente e storicamente vocata alla coltivazione della vite, e nello specifico di uno dei vitigni più caratteristici del panorama ampelografico campano: l’Asprinio…
Ma andiamo con ordine.

Che la Campania fosse un territorio di elezione per l’allevamento e la produzione del prezioso nettare di Bacco non è cosa che scopriamo oggi: oltre due millenni fa già assurgeva per i Romani al rango di ‘Campania Felix’ grazie alla sua straordinaria fecondità, dovuta all’attività di uno degli impianti vulcanici più attivi e diffusi del mondo… dal Vesuvio ai Campi Flegrei, dalla caldera degli Astroni fino al comprensorio di Roccamonfina, il territorio costiero (ma anche l’entroterra, grazie alla costante azione dei venti in direzione Ovest-Est) era costantemente rifornito di prezioso materiale fertile.
Sulle isole di Ischia (vulcanica) e Capri, gli imperatori romani edificavano le proprie sontuose ville, sempre circondate da quelle vigne che ne hanno inverdito i paesaggi; sui declivi del vulcano spento di Roccamonfina, nell’Ager Falernus, prendevano invece vita i vini più esclusivi e pregiati del mondo antico, cesellando di fatto la prima DOC della storia enoica: il Falernum e il Caecubum.

Ma qui tocca fare un ulteriore passo indietro: se è vero che furono i Romani ad elevare la coltivazione della vite allo stato di arte, innanzitutto grazie all’introduzione del sostegno a palo morto (normalmente un palo di castagno che prendeva il nome di Falanx, da cui, probabilmente, il nome del celebre vitigno bianco campano Falanghina), la viticultura era già fiorente sul suolo italico e campano ben prima che si affermasse l’Impero.

Lastra etrusca con scena di banchetto - foto Eliana Ciampi

Lastra etrusca con scena di banchetto – foto Eliana Ciampi

Le sparute popolazioni autoctone portavano già normalmente avanti la coltivazione della vite, i cui frutti fornivano una bevanda che non era solo accompagnamento del pasto, ma vero e proprio mezzo di alimentazione e forza liquida per darsi coraggio in battaglia. Tuttavia furono gli Etruschi, decisamente attivi sull’intero territorio campano, almeno fino a ridosso della piana del Sele, che stilarono i primi dettami per una viticoltura di qualità, e le alberate che tanto affascinarono Goethe ne sono testimonianza vivente.
E’ un sistema di allevamento antico, ancora oggi perfettamente visibile quando, ad esempio, si attraversa la piana Aversana a bordo dei treni veloci in direzione Roma: alti pioppi tra loro distanti si vedono congiunti da imponenti muraglie di vite, che si arrampicano su cavi tesi tra una pianta e l’altra, fino a vertiginose altezze di 10-15 metri. E’ il principio della ‘vite maritata’, voluta per evitare che i flessibili tralci, sotto il peso dei grappoli, si piegassero fino a toccar terra, e sporcare o rompere così i delicati acini.
Se queste pareti verdi risultano meravigliose e lussureggianti durante il pieno del periodo vegetativo, eccole invece svettare e protendere verso il cielo come un opprimente ed ossuto reticolo scheletrico nel freddo incedere invernale.

Secondo i dettami della viticoltura moderna questo sistema di allevamento non è da considerarsi un riferimento qualitativo, perché i grappoli dovrebbero essere abbastanza vicini al fusto della pianta, in modo da non disperdere l’apporto linfatico su un percorso eccessivamente lungo.
Tuttavia le mere esigenze produttive non potevano andare a sacrificare un tale mirabile monumento viticolo, capace di sfidare i secoli ed arrivare a noi virtualmente intatto nella sua incontestabile bellezza.
E si può solo immaginare quale difficoltà possa essere la cura e soprattutto la vendemmia di queste rarità enoiche: ogni vignaiolo ha la sua scala personale, costruita in legno, lunga circa 15 metri, articolata in circa 30 strettissimi pioli che hanno giusto lo spazio per un piede, leggerissima in modo da poter essere portata da una sola persona. Sospesi in aria, con un piede appoggiato in un piolo e il ginocchio incastrato nel successivo in modo da essere artigliati alla scala, le mani raccolgono veloci i grappoli che vengono disposti in gerle di vimini chiamate fescine, di forma conica e punta rivolta verso il basso, in modo che, calate rapidamente, possano conficcarsi nel terreno soffice e restare in equilibrio. Un vero lavoro da funamboli che purtroppo va sparendo, e che, per tale motivo, forse alla lunga potrebbe mettere fine a questo tipo di allevamento.

Eppure non solo gli Etruschi animavano i territori della nostra vivace terra: nel loro peregrinare nel Mediterraneo, i Greci approdarono in diversi punti del nostro territorio e naturalmente ne furono ammaliati; da Elea/Velia a Paestum, da Partenope a Cuma, la civiltà greca divenne fiorente sui nostri litorali, e naturalmente la vite faceva sempre parte del carico delle imbarcazioni elleniche, tanto è vero che per lungo tempo si è ritenuto, erroneamente, che l’Aglianico nostrano avesse un’etimologia greca (vitigno hellanico, con la doppia ‘l’ che in epoca spagnola si leggeva ‘gl’).

Una usanza, quella dell’esportazione delle barbatelle – ossia di talee già dotate di radici – che fu fatta propria dagli stessi Romani, i quali compresero quanto potesse essere chiave di volta di un colonialismo efficace e duraturo: poter piantare la vite nei territori conquistati diventava uno stimolo, per gli eserciti ed i condottieri vittoriosi, a mettere radici nei nuovi possedimenti, invece di ritornare in terra natia, e così difendere con più forza territori ormai percepiti come propri. In questo, la vite ed il vino, finirono per avere un ruolo cardine, ben più di altre coltivazioni.
E’ per questo che i Romani esportarono la viticoltura di qualità in tutta Europa, cugini d’oltralpe compresi.

Viti piantate "ad alberello" a Pantelleria

Viti piantate “ad alberello” a Pantelleria – foto https://melagodoinsicilia.it

I Greci erano usi allevare la vite ad alberello, ovvero lasciandola crescere spontaneamente, aiutandola solo nei primi anni con un tutore, essendo il virgulto non particolarmente coriaceo finché non decisamente lignificato.
Tale coltivazione risultava essere valida, agronomicamente, per una serie di ragioni: innanzitutto per la potatura essenzialmente corta, proprio per evitare che i tralci ricadessero al suolo, il che favoriva grappoli di buona qualità, ma di quantità piuttosto limitata, proprio per la stessa motivazione; tralci più lunghi significa più grappoli, cosa che altre forme di allevamento (alberata compresa) rendeva possibile.
Tuttavia l’alberello possedeva una ulteriore caratteristica: uno sviluppo radicale più pronunciato, il che comportava la capacità di intercettare falde acquifere più profonde, risorsa preziosa in quei territori bruciati dal torrido sole mediterraneo su cui erano soliti muoversi i Greci.

Entrambe queste coltivazioni sono oggi praticamente cadute in disuso a vantaggio degli allevamenti a spalliera, disposti lungo ordinati filari: oltre a poter misurare perfettamente la potatura a seconda delle esigenze, questo allevamento permette di orientare la disposizione dei filari in virtù della pendenza delle colline o del movimento del sole, garantendo all’occorrenza una perfetta areazione o esposizione alla luce.
Eppure, in determinate circostanze, la coltivazione ad alberello è di fatto l’unica praticabile: ad esempio, sull’isola di Pantelleria, sferzata dal caldo vento di scirocco che imperversa teso e costante sull’isola, ogni parete fogliare verrebbe trascinata via, rendendo il basso alberello, a volte addirittura incassato in buche scavate apposta o protetto da bassi muretti frangivento, l’unica scelta possibile… e non è un caso che tale forma di allevamento sull’isola sia diventato Patrimonio Immateriale dell’Unesco nel 2014.

E se in Campania di fatto non si produce più un vino esclusivamente da piante ad alberello, che di fatto non sono scomparse, ma rappresentano una realtà del tutto residuale, che confluisce in più generiche masse, per l’alberata invece ancora ci sono realtà che portano orgogliosamente avanti la produzione.

Vi invito, dunque, ad assaggiare il Trentapioli Asprinio d’Aversa DOC di Salvatore Martusciello, spumante brut metodo Martinotti. Il carattere agreste e citrico dell’Asprinio, forse il vitigno più acido del mondo, deflagra in bocca con sentori di pesca e kiwi acerbi, lime ed erbe mediche, in uno sprint acido/salino diretto quanto trascinante. Vino per sgrassare ogni tipo di frittura e panatura, ma che può valer anche la pena di aspettare qualche anno e goderne l’accennata cremosità.

 

Questo vino ce lo beviamo su….

Visita alla mostra “Gli Etruschi e il MANN”