di Stefania Zona – foto da Sanleucionline e da Slowine

A Napoli mangiare è sempre stata un’arte. Oltre alla famosa pizza, i napoletani hanno un vasto repertorio di piatti tipici, alcuni di origine popolare, contadina o marinara, altri di origine nobile che sono nati alla corte dei re, in particolare dei Borbone.

Nel ‘700 si inizia a delineare la cucina napoletana così come la conosciamo oggi, a partire da Carlo di Borbone, ma ancor di più con Ferdinando IV (1751-1825), che era un grande appassionato di cibo e vino. Dopo il suo matrimonio con Maria Carolina d’Austria, arrivò a corte una schiera di cuochi francesi, i messieurs che in napoletano diventavano monsù. Da allora l’influsso della cultura francese, insieme all’introduzione di cibi inediti come il pomodoro o la patata, diede vita a una serie di piatti che ancora oggi conosciamo: il ragù (da ragout), il gattò (da gateau), i crocchè (da croquettes), il sartù (surtout). Presto questi piatti dalla corte si diffusero nelle case dei nobili e della borghesia, arrivando di fatto fino a noi.

A Maria Carolina d’Austria dobbiamo anche l’introduzione della forchetta a quattro rebbi. A perfezionarla fu il ciambellano di corte Gennaro Spadaccini proprio per consentire agli aristocratici di mangiare i famosi maccheroni – molto diffusi in tutta Napoli in varie forme e dimensioni, dagli ziti agli spaghetti – che il popolo mangiava con le mani!

A quegli anni risale anche la costruzione della Vigna del Ventaglio, voluta da re Ferdinando, appassionato di vino e di agronomia. A realizzarla fu Luigi Vanvitelli, l’architetto che aveva progettato la Reggia di Caserta, e amico della famiglia Borbone.

Nell’area del Real sito di San Leucio, noto per la produzione di preziosissime sete, fu sistemata la Vigna, sfruttando le fertili colline caiatine. Il suo impianto è costituito da dieci raggi, ognuno dedicato a un vitigno che già nel Settecento era stato selezionato nel Regno delle Due Sicilie. Ad accompagnare ciascun raggio c’è una grande lapide di travertino su cui è descritta la tipologia e la varietà del vitigno. Dalla vigna si producevano solo 80 botti di vino tra i preferiti del re, che dovevano accompagnare i banchetti e le feste, oppure essere usati per omaggiare illustri ospiti.

Due dei “cippi”, le lapidi che individuano i vitigni del Ventaglio borbonico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le 10.000 viti presenti si dividevano tra dieci vitigni:  Lipari rosso, Delfino bianco, Procopio, Lipari bianco, Siracusa bianco, Terranova tosso, Corigliano rosso, Siracusa rosso, Piedimonte rosso e bianco, oggi noto come Pallagrello.

Ed è di quest’ultimo che voglio parlarvi. Il Pallagrello era uno dei vini preferiti dalla famiglia reale Borbone che lo usava spesso per le grandi occasioni, preferendolo anche ai rinomati vini francesi, per cui si guadagnò l’imponente appellativo di “vino dei re”. E’ un vitigno originario della zona di Piedimonte Matese, e per questo fu a lungo chiamato proprio “Piedimonte”. 

Grappoli di Pallagrello nero – Foto Slowine

Il nome Pallagrello, invece, deriverebbe dal dialetto locale “pallarell” che significa palletta, rotondo, a forma di palla, per richiamare la forma minuta e perfettamente sferica degli acini. Un’altra ipotesi vuole invece che derivi da ‘’pagliariell” ovvero pagliarello, il graticcio di paglia dove l’uva era tradizionalmente posta ad appassire, essendo anche adatto a farne vini dolci.

Il vitigno ha la duplice natura a bacca bianca e nera: il vino ottenuto dal Pallagrello bianco si presenta paglierino, con sentori di albicocca, pesca e ginestra, ed è leggero e fresco. Il vino che si ricava dal Pallagrello nero è di colore rubino, non molto tannico, non troppo alcolico e con sentori di ciliegia, pepe e ginepro.

Per anni è stato confuso con altri vitigni campani come il coda di volpe o l’aglianico: fu l’agronomo Felice Froio alla fine dell’Ottocento ad identificare la vera natura ampelografica di quest’uva, di cui si erano quasi perse le tracce a causa della fillossera.

Uva di Pallagrello bianco

La sua produzione è stata ripresa e intensificata negli ultimi anni da diverse cantine del Casertano; oggi viene allevato e vinificato anche in purezza, e con ottimi risultati, rientrando tra le produzioni della denominazione IGT “Terre del Volturno”.

Nella Reggia di Carditello è stato recentemente avviato un progetto di ripristino dei vitigni amati dai Borbone, tra cui proprio il Pallagrello.

Tra le cantine che lo producono e da cui potete assaggiarlo sono Vestini Campagnano, Il Verro, Alois, Terre del Principe.  Potreste ancora trovare in giro qualche bottiglia del produttore Nanni Copé, di cui vi avevamo già parlato in un nostro articolo.